Giacomo Leopardi, grandezza e dolore nell’incipit dell’Infinito

Giacomo Leopardi, grandezza e dolore nell’incipit dell’Infinito

Nei giorni in cui si celebrano i 200 anni di uno dei più grandi capolavori della letteratura italiana, spicca l’analisi di Giuseppe Garrera e Sebastiano Triulzi, pubblicata sulla rivista Diacritica, dal titolo “Aporie, smottamenti, voragini nella versificazione di Giacomo Leopardi: la modalità della vertigine. L’incipit dell’Infinito: Sempre caro mi fu quest’ermo colle. Uno studio affascinante sulle molteplici letture delle parole che aprono la celebre poesia.

Scavare in ogni sillaba per estrarre significati ed emozioni. “L’Infinito inizia con l’Infinito, dall’infinito e nell’infinito. Sempre“, scrivono Giuseppe Garrera e Sebastiano Triulzi nel loro saggio sul primo verso dell‘Infinito di Giacomo Leopardi. Un avverbio che inghiotte la vita dell’autore nei ricordi di un’infanzia immaginifica e perduta. Lontana in quel mi fu lapidario e definitivo.

C’è una prima grande contraddizione linguistica però. L'”aporia”, come viene definita: “Il tempo verbale del passato remoto, quel mi fu che viene usato per indicare avvenimenti compiuti nel passato, fa slittare l’eternità del sempre in un’eternità remota”. In questo scontro malinconico tra felicità nel ricordo e dolore per la perdita di una fanciullezza dell’anima “l’unica cosa che si salva è la magia della memoria. È il tempo”.

Dominata dal concetto di infinito l’opera leopardiana si sviluppa in un qui e ora in cui lo stesso orizzonte dei versi è precluso.Sempre caro mi fu quest’ermo colle e questa siepe. Un verbo e un aggettivo al singolare per due soggetti uniti dalla congiunzione E”. Per quale ragione? “La siepe semplicemente non era prevista. Una poesia dedicata all’infinito è sospesa nell’infinito del presente”.

E infine l’ermo colle , un luogo oltre la realtà fisica. Pur familiare e vissuto, infatti, esso appartiene alla dimensione onirica. Da un lato una fanciullezza idealizzata, lontana dall’infelicità del quotidiano. Dall’altro un rifugio in cui cercare identità, alla perenne ricerca di una sapienza proibita. Per questo il colle è ermo: intriso di solitudine obbligata dalla natura inquieta di Leopardi, che cerca fuga sia dall’oppressione paterna sia dal proprio dolore. Utilizzando la poesia come balsamo.

Il saggio di Giuseppe Garrera e Sebastiano Triulzi offre una visione globale dell’Infinito di Leopardi analizzandone solo l’incipit. Un paradosso solo apparente. In quelle poche parole, infatti, c’è tutta la voglia del genio di Recanati di perdersi e naufragare nel ricordo di illusioni perdute in un remoto passato. In luoghi fuori dal tempo. Quelli di una grandezza poetica inarrivabile, come lo strazio che l’ha creata.

 

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