Un’altra manovra restrittiva

9 Luglio 2012  di

La spending review è un altro colpo alla nuca dell’economia italiana. Il governo era partito dall’idea che servivano 4,2 miliardi di euro per non aumentare l’IVA secondo una improvvida norma voluta da Tremonti. A fronte di una recessione che si aggrava – vedi previsione di decrescita del CSC di -2,4%  nel 2012 – che rischia di trasformarsi in una depressione, il governo del prof. Monti non era e non è tenuto a rispettare una legge che aggrava la recessione.  Tutti avrebbero capito. I mercati e la Commissione europea. Questo è il paese che produce annualmente  leggi  in numero pari a 4-5 volte quelle prodotte dal Parlamento britannico. La gran parte di queste leggi rimane senza copertura amministrativa, ossia, non applicate. Allora lo zelo nel rispettare la clausola voluta da Tremonti nasconde ben altre intenzioni che ora sono chiare ed esplicite: il taglio della spesa pubblica per potere ridurre in prospettiva le tasse. Di per sé, l’obiettivo appare ragionevole se non fosse che la spesa primaria in Italia è più bassa di quella tedesca; se non fosse che i problemi del risanamento dei conti pubblici  è ben lungi dall’essere risolto e richiede non una riduzione ma quanto meno una parità della pressione tributaria. I tagli dice il governo sono strutturali e sono quantificati in 4,5 miliardi per il 2012; 10,5  per il 2013 e 10,5 per il 2014. Come Tremonti anche Monti si sta esercitando a svuotare di contenuto la legge finanziaria, mettendosi sotto i piedi le procedure di bilancio,  abusando della decretazione d’urgenza. Ma al di là dell’aspetto procedurale, vengo agli aspetti di politica economica e finanziaria. Con grande ipocrisia, dopo la manovra Affossa-Italia del dicembre scorso, all’unisono esponenti della c.d. Troika ed esponenti del governo  e della traballante maggioranza che lo sostiene,  hanno detto sino alla nausea che bisognava promuovere la crescita senza indugi. Lasciando da parte la riforma del mercato del lavoro che con la crescita c’entra poco o punto e, comunque molto alla lontana, il governo ha varato un fumoso decreto sviluppo da 80 miliardi potenziali – uno solo aggiuntivo  in realtà – facendo i soliti esercizi di riprogrammazione di fondi già stanziati ma mai erogati a cui ci aveva abituato il prof. Tremonti che nel 2011 di decreti sviluppo ne aveva fatto due prima della manovra approvata il 15 luglio. Conoscendo la caparbietà e rigidità del prof. Monti non mi aspettavo alcun allentamento delle manovre QuattroMonti tanto più che  proprio per l’aggravarsi della fase recessiva , l’obiettivo del pareggio di bilancio si sta allontanando vieppiù. Il Presidente Monti è un uomo d’onore e cerca di fare di tutto per rispettare gli impegni assunti non da lui ma dal suo predecessore perché li condivide sinceramente. Tuttavia mi aspettavo che nella legge finanziaria 2013 il prof. Monti provasse a coniugare le esigenze della congiuntura con quelle della crescita. Invece no. Anche in questo caso, si è posto in perfetta continuità con la linea di politica economica e finanziaria di Tremonti. Anticipa la manovra restrittiva sull’assunto successo personale al Vertice europeo a cui i più attenti osservatori (vedi il Financial Times) non hanno creduto e non credono più. La vittoria  è stata celebrata solo in Italia che aveva tanto bisogno di crederci. Il Pais – per la verità – gli ha riconosciuta una certa abilità nella regia. Come si può credere alle cifre folli che il governo ha messo in giro come la riduzione del 10% dei dipendenti di tutta la PA? Stiamo parlando di circa 350 mila persone che non sono tutte single. Si è chiesto il governo quali potrebbero essere gli effetti sulle aspettative e sulle domanda interna di una simile misura? Come pensa il governo di legiferare in materia in un assetto istituzionale decentrato? Per carità, anche io sono per un’attenta politica di riduzione o azzeramento degli sprechi e, quindi, di riqualificazione della spesa pubblica – è questa la vera spending review – ma come si può credere che con i tagli più o meno lineari (vedi la riduzione lineare delle piante organiche) si possa rilanciare la crescita. Certo se si tagliano le risorse all’amministrazione centrale e i trasferimenti agli enti sub-centrali, obtorto collo, i dipendenti pubblici saranno costretti ad utilizzare meglio le risorse residue. Ma se c’è un problema di riqualificazione del personale, di innovazione nell’organizzazione del lavoro, di digitalizzazione, di banda larga, di assunzione di personale qualificato, tutto questo chiede un aumento e non una riduzione delle risorse. L’efficienza costa. Non scende come una manna dal cielo. Il caso più lampante è la ristrutturazione delle sedi giudiziarie, a sentire il ministro Severino che in quanto a loquacità ha ora preso il posto della Fornero, i tagli sono  operati  per migliorare l’efficienza. Ha citato il caso del giudice di pace con pochi processi e ben cinque dipendenti amministrativi. Per carità può essere opportuno chiudere i piccoli Tribunali, le piccole Procure della Repubblica, le sedi distaccate anche se una vera informatizzazione potrebbe consentire al giudice di pace di fare le sedute a casa sua. Ma sono questi i veri problemi della giustizia penale e civile? Ma perché la giustizia italiana è al collasso? Sono quasi 8.807.216  i processi da smaltire (5,5 solo nel civile), per definire un contenzioso civile servono in media 7 anni e 3 mesi. Per emettere una sentenza in una causa di fallimento non bastano 9 anni. Una giustizia lenta ed incerta scoraggia qualsiasi investitore estero che voglia entrare nel nostro Paese.  Poi c’è un problema di organico specialmente nelle Corti di appello. Sono più di mille i ruoli da giudice scoperti. La loro carenza è spesso colmata dai Got (giudici onorari del tribunale), avvocati prestati alla magistratura in qualità di supplenti. Ora se dividiamo i 8,8  milioni di processi per gli ottomila giudici ne viene fuori un carico di lavoro di 1100 processi arretrati. Supponendo che si pensi di fare un piano decennale per lo smaltimento otteniamo che ogni giudice dovrebbe smaltire 110 processi arretrati all’anno. E i nuovi chi li tratta? Tenuto conto che la programmazione  si fa su 250 gg lavorativi, è pensabile  che bastino poco più di due giorni per svolgere le varie sedute di un processo. E le sentenze chi le scrive? Il cancelliere a penna d’oca? E degli avvocati che non hanno alcun interesse ad una sentenza rapida? E dell’arretrato delle  sentenze e dei decreti  da registrare nel casellario giudiziario? Ecco di questi problemi macro che cosa ne dice la spending review del ministro Severino?  Ha ragione quindi il procuratore aggiunto di Palermo quando dice che questo è “un paese senza giustizia e senza verità”. E se qualcuno come il Presidente di Confindustria Squinzi si azzarda a parlare un linguaggio di verità, tutte le mosche cocchiere gli si scagliano contro perchè ha osato criticare il Grande Timoniere.

di Enzo Russo

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