SE L?IMMIGRAZIONE DESTA IL SONNO DELLE DEMOCRAZIE. DALLO STATO-NAZIONE ALLA GOVERNANCE GLOBALE

migranti

(30.1.08) Oggi la vera emergenza non è l’immigrazione, che semplicemente ci obbliga a ripensare il nostro presente accettandone le sfide, ma l’affermarsi di una nuova variante della democrazia contemporanea, che si lasci alle spalle il tempo delle soluzioni di taglio nazionale e della condivisione bilaterale o macroregionale del potere. Infatti, la democrazia in versione multicolor, o Immigration Democracy, non potrà avere fondamenta legate a radici né religiose né nazionali, pur sommandole. Per tornare a congiungersi alla Immigration Nation, che già le preesiste, e per governarla realizzando un ponte storico che riporti in connessione identità e cittadinanza oggi separate da interessi contingenti e distanti, dovrà trasformarsi in una Democrazia della Governance Globale, le cui dimensioni, anche in termini decisionali, sono quelle di un Governo del Pianeta. Più che un'utopia, una strada forse lunga ma obbligata: in fondo, è irrealistico pensare che i processi migratori dell’umanità che ne hanno segnato il cammino dalla caverna fino alla società della Rete e del Web possano essere lasciati troppo a lungo al controllo dei confini nazionali.
di Cesare A. Romano
 

1. Presi di sorpresa
Le migrazioni, gli spostamenti individuali o in gruppi organizzati, hanno sempre caratterizzato la storia dell’umanità. Ma recentemente il flusso delle migrazioni si è invertito. Non si lasciano più i propri paesi d’origine in cerca di terre a basso prezzo dove potersi stabilire. Piuttosto, si abbandonano i cortili dell’infanzia per guadagnarsi un lavoro e un ruolo nelle economie dei cosiddetti paesi ad economia avanzata, ovvero, più semplicemente, ricchi. Le trasformazioni indotte dal transito continuo delle persone – non soltanto di beni, servizi e capitali – tra le frontiere sembra aver colto di sorpresa l’infrastruttura istituzionale di riferimento sulla quale si fondano le moderne democrazie, tuttora piuttosto dipendenti dal modello dello Stato nazionale. Emerge perciò chiara una frattura nelle nostre democrazie, in cui d’un lato si staglia ancora incombente il profilo riverito dello Stato nazionale, con il suo lessico dialettico intriso di coppie storiche (destra/sinistra, moderati/riformisti, liberali/conservatori) che hanno splendidamente furoreggiato nelle anticamere delle democrazie nascenti, mentre sul versante opposto ecco delinearsi il tratto ancora tenue dei blocchi regionali, seguiti da uno stuolo di mercati integrati, di monete comuni e di convergenze, alle volte più attese che reali. E’ su questo palcoscenico che compare l’immigrazione, con il suo seguito di contraddizioni e di scenari futuri, lanciando un segnale d’allerta ai contendenti che si confrontano sulle trincee istituzionali che legano il presente, le democrazie, agli Stati nazionali.
Il messaggio è stato lanciato, da alcuni forse già raccolto. Di fatto, anche le istituzioni convivono con le loro stagioni. Per le democrazie, come un tempo è stato per gli Stati nazionali, è giunto il momento di mutare, di estendere il proprio nesso causale al di là del richiamo e degli istinti nazionali. Sganciarsi definitivamente dal bianco e dal nero ereditati dallo Stato nazionale classico e raccogliere la sfida di una democrazia aperta, capace di sostenere l’impostazione regionalistica, non soltanto sul piano economico e finanziario, ma anche su quello sociale e culturale. Perciò occorre superare le convergenze contabili, derubricare il capitale ragionieristico in favore di quello umano. Per una democrazia dal volto nuovo e dai colori finalmente diversi, matura e affrancata dalle zavorre di una storia lontana.

2. Globalizzazione e flussi
Si tratta di un moto nuovo e antico al medesimo tempo, ma affatto inatteso e, soprattutto, non coincidente con una presunta e inspiegabile "emergenza". La globalizzazione, nel suo significato funzionale, implica la riorganizzazione sul piano internazionale dei sistemi e delle strategie che guidano la produzione. Ma la globalizzazione non è soltanto il transitare frenetico tra le diverse frontiere di beni, di servizi e di capitali finanziari. Essa non è riducibile ai flussi alimentati dall’affermarsi del libero commercio. Con i beni e con i capannoni industriali si muovono e si spostano anche le persone, cioè il capitale umano. La migrazione antica scopre così proprio nella globalizzazione il ponte ideale che la collega alle migrazioni moderne.
A questo riguardo non mancano certo i numeri. Per iniziare, secondo alcuni dei maggiori centri di ricerca e di analisi che si occupano di migrazioni, gli individui che oggi vivono al di fuori del loro paese d’origine sono nel mondo circa 120 milioni. Sul versante delle rimesse invece, le ultime stime pubblicate dalla Banca mondiale ne fissano, per il 2006, il profilo contabile in oltre 260 miliardi di dollari, dei quali ben 200 miliardi, transitando dai mercati ricchi verso quelli di taglia più modesta, avrebbero contribuito in modo piuttosto rilevante, certo più di quanto fanno gli aiuti istituzionali stabiliti dalla comunità internazionale, al sostegno delle finanze e dell’economia dei paesi che affollano il suk globale dei mercati in via di sviluppo. Naturalmente, si tratta di stime

LE RIMESSE NEL MONDO

Andamento complessivo delle rimesse internazionali che ogni anno gli immigrati indirizzano verso i rispettivi paesi d’origine. La quota più significativa di queste maggiori risorse in ingresso nelle singole economie è diretta verso paesi in via di sviluppo, ovvero poveri. Per il 2007 si tratta di una stima. 

figura 1

Fonte: Banca mondiale (valori in miliardi di dollari).

Le risorse monetarie indirizzate, con modalità e strumenti piuttosto differenti, verso i rispettivi paesi d’origine da parte di decine di milioni di immigrati sono aumentate dell’80% dal 2001 al 2006, passando dai 147 miliardi di dollari tesaurizzati all’inizio del nuovo millennio fino alla quota lunare, ma non ancora stellare, di 268 miliardi. Nel medesimo periodo, il flusso legato al passaggio delle ricchezze, di taglia media modesta, accumulate dagli stranieri all’estero e ricondotte all’interno degli Stati più poveri e depressi del pianeta, è anch’esso scattato in avanti esibendo un’accelerazione ancora più atletica, pari al 100% rispetto al valore iniziale. Naturalmente, diverse sono le ragioni all’origine del grande balzo in avanti dei volumi e dei flussi di finanza legati alle rimesse degli immigrati, almeno in riferimento ai trend registrati nel corso del quinquennio passato. Innanzitutto, la sincronizzazione dei tempi rivela come l’11 settembre abbia rivestito un ruolo nient’affatto marginale nell’escalation contabile delle rimesse. Infatti, non è un caso che tra i diversi e molteplici effetti ispirati dall’attacco al cuore della potenza globale, ne sia disceso anche un evidente riflesso sul versante puramente finanziario, in particolare riguardo all’individuazione, all’intercettazione e alla tracciabilità dei flussi monetari. L’obiettivo è di evitare il ripetersi di transiti sospetti di fondi ingenti, ma dalla dubbia provenienza, destinati ad alimentare e a rifornire l’infrastruttura oscura dei nuovi terrorismi internazionali. Il risultato è che l’aumento dei controlli sui tesori terrestri e il monitoraggio più assiduo dei loro transiti hanno comportato una misurazione più realistica delle ricchezze che attraversano le frontiere, alle volte dribblandole.

3. Il moltiplicatore dell’economia multilingue
All’origine dell’attuale rincorsa delle rimesse degli immigrati, oltre alla maggiore abilità delle autorità nazionali, in particolare degli Stati Uniti, nel monitorarne e registrarne taglia e movimenti, altri fattori hanno contribuito a sostenerne la crescita effettiva. Innanzitutto, la svalutazione del dollaro che, soprattutto riguardo all’Euro, ha perduto progressivamente terreno nel corso del quadriennio passato determinando sul versante puramente tecnico del calcolo dei volumi monetari delle rimesse, la cui divisa ordinaria coincide con quella statunitense, una spinta aggiuntiva stimabile in almeno 5 miliardi. Ma lo stimolo maggiore che, dal 2001 al 2006, ha condotto al balzo in avanti della finanza degli immigrati deriva da due elementi strettamente connessi al mutamento delle condizioni economiche e sociali che ne governano il fenomeno alla base. In particolare, il miglioramento dei redditi e dei patrimoni riconducibili ai singoli individui che, come una sorta di effetto domino, ha contribuito a risvegliare l’attenzione degli operatori internazionali, costantemente votati ad intercettare e a guidare nuovi e inesplorati flussi legati al trasferimento di ricchezze nient’affatto trascurabili. E così l’economia in versione migrantes ha fatto il suo esordio tra le agende dei maggiori protagonisti della finanza globale. Il risultato più evidente di questa migrazione contabile è coinciso con la diminuzione piuttosto netta dei costi legati ai servizi di intermediazione finanziaria offerti agli immigrati, ora clienti ambiti dai diversi attori che li gestiscono. Al medesimo tempo, si sono anche moltiplicate le opportunità, per chi ha scelto di ridisegnare il suo futuro oltre confine, di indirizzare i risparmi verso forme speciali d’investimento come, per esempio, l’acquisto di una proprietà e l’avvio di un’attività nei rispettivi Paesi d’origine, naturalmente beneficiando di prestiti e di soluzioni finanziarie privilegiate in relazione a quanto offerto ordinariamente ai residenti. A questo riguardo, stati come Pakistan, Ecuador e Filippine hanno visto le rispettive Banche centrali, quindi dei soggetti istituzionali, avviare iniziative mirate rivolte ad intercettare e a stimolare il rientro dei risparmi degli immigrati indirizzandoli verso settori specifici dell’economia interna e cercando, tramite l’apertura di uffici “dedicati”, di offrire consulenza e competenza e, naturalmente, di rassicurare chi oramai da anni all’estero conserva nella sua memoria emotiva, oltreché storica, le immagini di Stati instabili, lontani dal futuro e incapaci di garantire il presente. Dall’analisi si comprende come le diverse componenti, dall’implodere dell’11 settembre all’ingresso del business sui bilanci degli immigrati, hanno rivestito invariabilmente un ruolo significativo nel riconfigurare il profilo contabile dell’economia dei migrantes. In fondo, è come se una sorta di moltiplicatore, applicato in ambito socio-economico e geopolitico, abbia contribuito a restituire visibilità e rilievo ad un fenomeno trasversale che non si arresta su un numero ristretto di confini riconducibili alle tradizionali potenze economiche del Pianeta e ai loro interessi. Quindi non sorprende il fatto che in Europa la quota maggiore di occupati stranieri di recente immigrazione, rispetto alla forza lavoro complessiva, non è prerogativa ne’ del Regno Unito, ne’ di Francia o Germania, e nemmeno dell’Italia, piuttosto il primato appartiene in esclusiva all’Islanda.

4. Il governo dei flussi
Pensare di guidare i flussi e i mutamenti connessi alle migrazioni contemporanee ricorrendo soltanto alle politiche del lavoro e della sicurezza è un errore. Gli immigrati infatti non sono soltanto braccia e bocche, sono soprattutto, persone, ovvero individui che sognano, amano, pensano, vivono e soffrono sperando in una vita di felicità. E’ necessario che queste persone siano incluse nella nostra società senza essere necessariamente assimilate, integrate senza cancellare le loro differenze. Le diversità sono sempre state un motore della conoscenza e dello sviluppo. Perché rinunciarvi? Oggi la sfida per le moderne democrazie è proprio questa: transitare dallo schema tradizionale della democrazia classica, ancorata all’armatura dello Stato nazione e quindi del popolo nazione, e giungere ad uno schema aperto, quello della democrazia delle culture, ovvero di una comunità capace di aprire la società alle differenze, senza temerle. Una democrazia che sappia disancorarsi dal peso della nazione, per abbracciare un mondo di popoli e di nazioni. Una democrazia che realizzi quell’ideale di una società finalmente aperta, con al centro una cittadinanza pluri-universale piuttosto che pluri-parrocchiale, frutto dell’incontro di conoscenze, di culture e di diversità anche lontane, non semplicemente una somma di campanili.
Una simile democrazia sarebbe finalmente capace di riscrivere il perimetro di una nuova cittadinanza affrancata dalla retorica eroicità di un’appartenenza originaria ad una madre terra che, in realtà, è di tutti e di nessuno. Soltanto incamminandosi su tale percorso può la democrazia superare la sfida delle moderne migrazioni e della globalizzazione. Oggi invece, le migrazioni estive di oltre 70 milioni di turisti che ogni anno, al medesimo volgere del calendario si danno appuntamento sulle rive mediterranee è quanto di più incoerente e incomprensibile si possa offrire alla penna di uno scrittore. Nel 1600 erano circa 60 milioni gli abitanti del Mediterraneo, equivalenti ai turisti che oggi ne affollano i golfi e le gole ogni anno. Ma per le democrazie esiste soltanto l’emergenza abitata dall’immigrato, mentre le migrazioni turistiche sono ciclicamente e ripetutamente santuarizzate.

5. Emergenza o risorsa?
Vi sono oggi in circolazione equazioni incongrue e insensate, come "immigrazione = emergenza", oppure "più immigrati = meno lavoro". Si tratta di un dogmatismo quasi sociologico che non ha motivo di esistere. Le ricerche e le analisi attuali realizzate non nell’universo schierato dei think tank no-global o in quelli iper-progressisti, ma condotte da centri di studio notoriamente moderati o conservatori, conducono infatti a conclusioni ben diverse. L’impatto degli immigrati sui mercati nazionali del lavoro non è superiore al 2%, sia in termini di livelli occupazionali che sul versante relativo alla taglia dei salari. L’introduzione di innovazioni tecnologiche, il contrarsi o l’irrigidirsi delle correnti diplomatiche e l’accentuarsi dei deficit politici domestici hanno un effetto venti o trenta volte superiore, rispetto all’ingresso di gruppi folti di immigrati, sui parametri delle diverse e sovente distanti economie nazionali. Addirittura, considerando in termini puramente tecnici la relazione tra immigrati e mercato del lavoro, i primi costituiscono una risorsa strategicamente pregiata grazie alla quale i sistemi produttivi in crisi o quelli animati da una vocazione irresistibile a delocalizzare, alla fine accettano delle mediazioni, consentendo, grazie al reclutamento dell’immigrato, la permanenza del proprio business entro i confini nazionali. Anzi, in molti casi, si amplia così l’intera catena produttiva, con benefici diretti sul mercato del lavoro dell’impresa e dell’intero indotto. Dunque l’immigrato, che naturalmente consuma, costituisce una risorsa piuttosto che una perdita ai danni del variegato universo del lavoro.
A questo riguardo, secondo alcuni autorevoli economisti statunitensi, l’ingresso di una quota di lavoratori immigrati intorno al 3% sul mercato del lavoro dei paesi ricchi consentirebbe il rafforzamento delle economie cosiddette avanzate e, al medesimo tempo, il riflusso di risorse finanziarie in forma di rimesse dalle economie affluenti verso quelle povere di ben 230 miliardi di dollari l’anno. In questo modo, anche l’annosa quaestio degli aiuti allo sviluppo, legata alla presunta incapacità dei governi d’origine degli immigrati di sapersi gestire nel mondo moderno, sarebbe definitivamente espulsa dal lessico globale, sostituita dall’abilità, grazie all’impegno degli immigrati, dei paesi poveri di riguadagnare da soli il terreno perduto.

6. Come misurare le migrazioni / Osservatorio Europa
Per recuperare la familiarità momentaneamente smarrita con le migrazioni, realtà affatto emergenziali, è utile fissarne le misure, osservandone il lungo cammino con il quale hanno accompagnato e orientato la nostra storia. I parametri ci consentono di saldarne tratti, dinamiche e profili distintivi sono quattro: l’estensione dei processi migratori, che ne delimitano i confini e gli spazi geografici, distinguendo i flussi che dal centro si riversano verso le periferie o viceversa; l’intensità dei trasferimenti che nel corso del tempo hanno coinvolto intere popolazioni, gruppi isolati o elite ristrette ed estremamente chiuse e selezionate, estese e modeste comunità umane che per ragioni diverse si sono messe in cammino; la velocità dei transiti strettamente correlata alla corsa della tecnica e all’approdo delle tecnologie, anch’esse costantemente orientate verso nuove frontiere; e per ultimo l’impatto socio-economico che l’incontro, o la separazione, di popolazioni e di piccoli gruppi hanno prodotto nelle comunità d’origine e in quelle d’accoglienza. Per testare la praticità di questi indicatori è sufficiente voltarsi indietro e soffermarsi sulle pagine successive al secondo conflitto mondiale, senza scomodare infinite letture e visioni del passato. Il primo tratto raccoglie e condensa gli spostamenti indotti dall’emergere e dal delinearsi di un nuovo ordine geopolitica segnato dal ridisegnarsi e dal dissolversi di antichi confini politici. Mutamenti seguiti dall’esodo di milioni di individui, tra i quali oltre 6 milioni di tedeschi che si raggrupparono per ridistribuirsi verso Ovest, in fuga da un Est Europa per loro incerto e in radicale trasformazione. Negli anni ’50 e ’60 sono invece i motori dell’economia che spingono milioni di europei a rimettersi in cammino verso Paesi, come Francia, Belgio, Germania e Gran Bretagna dove domanda e offerta di lavoro sembrano votate ad incontrarsi. In questa fase l’Europa politica si scinde in Stati importatori di forza lavoro e Stati esportatori di braccia. Ma con gli anni ’70 la crisi energetica frena e arresta i flussi interni, consegnando il Vecchio Continente ad un empasse dalla quale si risveglierà a partire dagli anni ’80, quando farà il suo esordio la Globalizzazione, che provvederà a riconfigurare le dinamiche degli scambi su base internazionale. Cinquant’anni quindi ci consegnano migrazioni indotte da conflitti, dall’economia e dall’affermarsi del mercato, con l’adozione di tecnologie che mutano la velocità e i tempi degli spostamenti, e con traiettorie che abbandonata la rotta Nord-Sud si riorientano sul duplice asse Sud-Nord ed Est-Ovest. Naturalmente, anche l’intensità, ovvero, il numero e la tipologia delle persone in movimento si trasforma, così come gli impatti originati da milioni di persone in transito.

7. Conclusioni
Osservare il futuro prevedendo il passato, anche quello più recente, è un esercizio utile che ci consente di ridisegnare il presente in modo realistico e affatto scontato. Dibattere oggi sull’incombere d’un modello sociale e comunitario drasticamente alterato dall’arrivo di quote sempre maggiori di immigrati, portatori di regole e di tradizioni tra loro distanti e apparentemente inconciliabili, oscura un tratto fondamentale e fondante del nostro tempo: l’Immigration Nation, che trasmette timori ed evoca irrefrenabili tormenti, già esiste, anzi, preesiste alle migrazioni con le quali ci confrontiamo. Il suo incombere, non il suo sussistere, è semplicemente il frutto d’una incapacità di leggere l’origine e il configurarsi del nostro progresso istituzionale e relazionale che ha visto l’umanità allontanarsi dalla Caverna fino a trovare nuovi e confortevoli alloggiamenti negli spazi e negli ambiti d’una Società aperta, spesso dispersa. Gran parte dei confini, dei passaggi doganali e delle strettoie geopolitiche che arricchiscono come accessori preziosi le nostre carte geografiche sono il risultato, nei secoli e nei millenni, dell’affermarsi d’una solida Immigration Strategy che ha condotto al realizzarsi d’una estesa, anche se ancora in cerca d’asilo e di paternità, Immigration Nation nella quale viviamo e abitiamo da tempo, anche se frammentata e condizionata da vicende alterne. Per affrancarci da questo stato di precarietà, il problema cruciale va ricondotto non sul luogo di residenza delle nostre comunità, già ampiamente predisposte e segnate dalla Storia, dalle sue dinamiche e dai suoi movimenti di folle, ma sulle difficoltà incontrate nel definirne e nell’elaborarne le necessarie infrastrutture. Lo Stato Nazione ha rappresentato una tappa di questo progressivo avvicinarci alla soluzione, mentre le democrazie, giunte in suo soccorso, una volta sopravvissute al loro esordio e assolto il compito hanno finito per rivelarne i limiti oscurandone i pregi. Innanzitutto, mancanza di coordinamento da parte delle forme statuali tradizionali nel mediare e guidare le migrazioni contemporanee, un deficit grossolano associato ad una fragilità interna e ad una incapacità di edificare un sistema internazionale in grado di accompagnarne correttamente gli esiti. Il risultato è che, mentre beni, servizi e naturalmente capitali, si muovono con ammirata facilità, le persone scontano l’assenza d’un tragitto sicuro e affidabile, sia normativo che materiale, a meno che non si tratti di mero passaggio turistico. In pratica, è lontana quella Governance globale che, ma soltanto a tratti, si auspica e periodicamente si autocandida alla guida per poi tornare a ripiegarsi in ambiti filosofici piuttosto distanti dalle necessità reali. Sul piano concreto sono oggi assenti norme internazionali condivise, codici e infrastrutture materiali in grado di gestire le migrazioni e i trasferimenti di milioni di persone in modo sicuro e ordinato. Manca perfino un organismo sovranazionale titolare dei poteri e delle risorse necessarie per rispondere alla lunga serie di interrogativi e di dubbi che l’immigrazione solleva, a meno che qualcuno non ritenga referenti accettabili e potenzialmente affidabili l’Organizzazione Mondiale per il Commercio e quella devota al Turismo. Eppure, la dimensione del tema è oramai acclarato essere transnazionale, tanto da non poterne lasciare la soluzione a questo o a quell’attore del salotto diplomatico, nemmeno nel caso in cui si opti per il padrone di casa, dato che anche gli Stati Uniti hanno rivelato lo scorso luglio l’incapacità di escogitare una soluzione efficace in merito, rotta sanzionata dal naufragio della legge sull’immigrazione che avrebbe dovuto rimediare ai guasti del passato. Dunque, se questo è lo stato dell’arte, l’affermarsi di una nuova variante della Democrazia contemporanea, non dell’Immigration Nation che già preesiste, costituisce il vero elemento di novità e, al medesimo tempo, una necessità irrimandabile. Questa è la vera emergenza, non l’immigrazione, che semplicemente ci obbliga a ripensare il nostro presente accettandone le sfide, rammentandoci come il tempo delle soluzioni dalla taglia nazionale e dalla condivisione bilaterale o macroregionale è oramai prossimo a fare il suo ingresso nella Storia. Infatti, la Democrazia in versione multicolor, o Immigration Democracy, non potrà avere fondamenta legate a radici né parrocchiali né nazionali, pur sommandole. Per tornare a congiungersi alla Immigration Nation, che già le preesiste, e per governarla realizzando un ponte storico che riporti in connessione identità e cittadinanza oggi separate da interessi contingenti e distanti, dovrà assumere la dimensione finale della Governance Globale, le cui fattezze, anche in termini decisionali, sono quelle di un Governo del Pianeta. In fondo, è irrealistico che i processi migratori dell’umanità che ne hanno segnato il cammino dalla Caverna fino alla società della Rete e del Web possano essere lasciati al controllo dei confini nazionali. L’Eternauta geopolitico che li ha disegnati, che ne è l’autore e ne possiede in esclusiva il copyright, prova nostalgia nel violarli ma non ne accetterà mai l’autorità indiscussa al riparo della quale abbiamo vissuto per un tempo eccessivo e non più procrastinabile.

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