PRIVATO VA BENE, MA PERCH? PROPRIO DI TUTTO? / 1

nuovo cap

Il caso Telecom ha il pregio di aver puntato i riflettori su una delle peggiori “disattenzioni” della sinistra al governo: le privatizzazioni degli anni 90. Realizzate, naturalmente, con le migliori intenzioni. Ma i fatti sono pietre, e la sciaguratezza di aver consegnato reti costruite con risorse pubbliche a gestori privati – nella telefonia come nelle autostrade – l'abbiamo pagata pesantemente e dovremo pagarla chissà per quanto ancora. E quello che succede in questi giorni alle Poste ha effettivamente qualcosa di grottesco. Se ne occupa Gino Nobili in questo articolo (il primo di due), prendendo spunto dalla cronaca di questi giorni prima di giungere ad una riflessione generale sui monopoli di fatto

articolo di Gino Nobili
 

La notizia è clamorosa, e non si capisce perché non abbia un’eco proporzionata. Le Poste italiane hanno cambiato dal 20 settembre, con un solo giorno di preavviso, il CAP a qualche milione di italiani: 79 comuni, 2400 frazioni e circa 5000 strade delle grandi città. Il 10 per cento del totale. Fino al 19 settembre, dal sito www.poste.it era scaricabile gratuitamente l’elenco completo dei codici di avviamento postale, e funzionava un decente motore di ricerca. Dal giorno dopo, l’elenco non è più in linea, e il motore di ricerca è “momentaneamente” non funzionante (ha ripreso dopo qualche giorno, NdR). Però si scopre che è in vendita a 6 euro e 90 un cdrom con l’elenco completo, e a prezzi ben più esosi, dell’ordine delle migliaia di euro annui (!!!) il servizio di ricerca dei CAP versione “professional” (riservato ai concorrenti, così imparano?!).
 

Chiaramente, aspetteremo che uno dei tanti motori di ricerca gratuiti che si trovano in Internet (ad esempio, su www.digitazero.org) si compri il cd e aggiorni il proprio software, e il cap ce lo troveremo on line di nuovo, a meno che Poste non abbia intenzione di mettere il copyright sull’elenco e perseguire penalmente chi dovesse distribuirlo anche solo on line. Ma non è questo il punto.
Intanto se in questi giorni non vi dovesse arrivare una raccomandata che per voi è questione di vita o di morte ricevere in tempo, sappiate che potrebbe essere perché il mittente non conosceva il vostro nuovo CAP, e quindi potrebbero esserci gli estremi per chiedere il risarcimento danni alle Poste. Ma poi, la questione non è isolata.
Ma allora lo fai apPosta?
Se vi registrate su poste.it, il sito, come tanti altri, vi offre gratis un piccolo spazio web e una casella di posta elettronica. Voi pensate sia una buona idea, anche perché c’è stato un gran strombazzare sulla nuova raccomandata on-line. La prima sorpresa è che la password le Poste non la danno su un’altra casella di posta elettronica, come tutti, ma la mandano a casa, per posta ordinaria: sulle prime è straniante, poi si pensa sia ulteriore garanzia di sicurezza. E’ solo a un terzo livello di analisi che ci si chiede: ma se il sito è così sicuro da consentire le raccomandate e i pagamenti on-line, com’è che non è abbastanza sicuro per mandarvi via e-mail la password? Resta il dubbio che sia solo un modo per dare ancora qualcosa da fare al portalettere, ma è solo per poco: non appena gli spammer vengono a conoscenza del vostro nuovo indirizzo e-mail, ve lo sommergono letteralmente di spazzatura! Proprio così: io ho decine di caselle di posta, ma nessuna è un colabrodo del livello di quella di poste.it! Provare per credere! Io comunque, per non sapere né leggere né scrivere, per i pagamenti on-line utilizzo la mia banca, e le raccomandate continuo a farle di carta…
Ma è proprio all’ufficio postale che il quadro si completa. Ne parlo solo per amore di completezza, perché so che chiunque mi legga e sia stato in un ufficio postale negli ultimi anni, specie se di una grande città, queste cose le sa già. Si sa già, ad esempio:

  • che le Poste oramai giocano a fare la banca e le assicurazioni (e tutti sappiamo dell’appalto a Mediolanum in era Berlusconi);
  • che il cosiddetto Bancopost non è proprio uguale uguale agli altri bancomat e ancora più problemi danno gli assegni postali (ma se non avete un conto Bancoposta non vi importa);
  • che in ciascun ufficio postale gli sportelli sono stati divisi tra servizi bancari e servizi postali, contraddistinguendoli con una diversa combinazione dei colori sociali giallo e blu, ma che solo in pochissimi casi la cosa è stata ottenuta ingrandendo l’ufficio, mentre di solito si è semplicemente dimezzato (come minimo) il servizio postale, col risultato che di qua le file sono interminabili mentre di là se non ci fossero i conti correnti non ci sarebbe quasi nessuno;
  • che in molti uffici grandi è stato inserito, sempre a scapito dei servizi postali, uno spazio commerciale, con al 5% buste penne e altre cose congrue e utili, e al restante 95% altre cose che non comprerete mai in un ufficio postale, a meno che non siate costretti come probabilmente potrebbe avvenire con il suddetto cd dei Codici di avviamento postale.

Pochi sanno, invece, che i nuovi portalettere non sono assunti con contratti a tempo indeterminato ma a programma, e che dei vecchi impiegati tutti quelli di una certa capacità e ambizione sono stati dirottati verso i servizi bancari, e formati (in fretta) per affrontare una concorrenza agguerrita e ben più preparata (quindi anche invano).
Quando le poste furono privatizzate, si disse che il pubblico ne avrebbe avuto benefici per via della concorrenza che altri operatori postali avrebbero fatto a Poste Italiane. Ma conferendo all’operatore storico strutture e personale che nessun altro avrebbe potuto approntare in tempi non biblici, si è di fatto affidato a un soggetto privato un monopolio che almeno fino a quando era pubblico si poteva criticare e cercare di migliorare in quanto tale. Adesso in teoria ci si potrebbe rivolgere alla concorrenza, che però – piccolo particolare – non c’è. Forse ci sarà nei prossimi decenni, ma allora non era forse il caso di prevedere perlomeno un timing diverso per la privatizzazione, affiancato da incentivi all’ingresso di nuovi operatori? E si poteva anche prevedere qualcosa di diverso del conferimento tout court ad un soggetto privato di risorse materiali ed umane accumulati nei decenni con soldi pubblici.

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