Dal silenzio e dalle sabbie degli sconfinati deserti un sogno prende corpo: i Musei Capitolini, nelle sale incantevoli del Palazzo dei Conservatori, fino al 12 aprile 2026 ospitano “Antiche civiltà del Turkmenistan”, oltre 150 capolavori mai usciti prima dai confini del vasto Paese centroasiatico, custode geloso di tesori che per millenni sono rimasti muti sotto la polvere e il vento. Dall’età del bronzo ai Parti, impero che per secoli rivaleggiò con Roma.
Non solo steppe e deserti, ma crocevia obbligato tra Mesopotamia, altopiano iranico e Valle dell’Indo. Già nel III-II millennio a.C. la Margiana, l’antico delta del Murghab, fioriva grazie a sofisticati canali d’irrigazione che strappavano raccolti all’aridità crescente. Palazzi immensi di mattoni crudi dominavano il paesaggio e villaggi di agricoltori e pastori producevano metalli raffinati, dai primi bronzi ai gioielli d’oro e lapislazzuli.
Una mostra straordinaria che si apre con testimonianze di un’età del Bronzo raffinatissima: collane di pietre semipreziose dal fascino eterno e figurine in terracotta di donne dai fianchi generosi, simbolo di fertilità e abbondanza. Sigilli con creature fantastiche ed eroi che strangolano serpenti mitici. Nei corredi funerari, asce cerimoniali e scettri raccontano di un potere che non si limitava a comandare i vivi, ma accompagnava anche i morti in un aldilà fatto di banchetti e sacrifici.
Poi il salto nei secoli: l’epoca dei Parti, l’impero che per quasi cinque secoli fu il più formidabile rivale di Roma. Al centro della seconda sezione brilla Nisa-Mithradatkert, il santuario dinastico scavato ai piedi del Kopet-dagh. Qui sono esposti per la prima volta fuori dal Turkmenistan i celeberrimi rhyta d’avorio: corni per bere e libare, intagliati con scene mitologiche, grifoni, eroti, sfingi. In origine impreziositi da dorature, intarsi e pigmenti, oggi appaiono quasi monocromi eppure conservano un’eleganza che mescola influssi ellenistici, iranici e delle steppe nomadi.
Accanto ai corni, teste in argilla cruda di sovrani e guerrieri dallo sguardo fermo e ieratico, statue femminili in marmo di divinità dalla bellezza ipnotica e minuscole figurine d’argento dorato.
È l’arte di una corte filellenica ma fieramente orientale, che celebra il potere attraverso il lusso e la bellezza. La mostra non è solo esposizione: pannelli, video e un suggestivo video mapping 3D, realizzato dal Politecnico di Torino, ricostruiscono il sito di Nisa come appare oggi, permettendo di “camminare” tra le rovine di un regno che unì Eufrate e Battriana.
In queste sale romane, tra le mura della città che fu nemica e insieme specchio dell’impero partico, si respira per un attimo l’anima di civiltà lontane, nate in terre arse dove l’uomo ha saputo trasformare la sete in città, il silenzio in oro, la morte in eternità. Un’occasione rara, fragile e preziosa: da non lasciarsi sfuggire.