Il viaggio artistico di Enzo Decaro fa tappa al Teatro Vittoria

Vi è mai accaduto di dimenticare di essere a teatro? Di sentirvi così avvolti dalla scena da sorprendervi quando il sipario si chiude? In questa sensazione è racchiuso tutto ciò che uno spettacolo dovrebbe garantire: evasione, coinvolgimento e fusione con la scena. Se volete sperimentarla, trovate subito in agenda un posticino per andare al Teatro Vittoria dove, fino al 29 marzo, la regia di Enzo Decaro ci propone “L’avaro immaginario. In viaggio verso Molière, da Napoli a Parigi”, prodotto da “I Due della Città del Sole”.

Ci troviamo in un turbolento diciassettesimo secolo, nel quale sopravvivere a peste, guerre e miseria è un’arte. Non si parla, però, solo dell’arte “di arrangiarsi”, ma anche di quella teatrale, che deve muoversi nel mondo per incontrare un pubblico sempre diverso e portare sole e sorrisi in tempi bui – racimolando, se tutto va bene, anche qualche moneta o qualcosa da mangiare.

Cuore pulsante della riuscitissima scenografia di Luigi Ferrigno è, infatti, un carro: allegoria della conquista, quella che si raggiunge a fatica, tramite continuo e paziente adattamento. Così, scacciando la fame a suon di tamburello su questa modesta casa-teatro semovente partita da Nola, procede la vita della famiglia campana di commedianti di strada guidata dai fratelli Bruno. L’inesauribile speranza di Oreste (Enzo Decaro) è arrivare a Versailles, per conoscere Molière, fulgida stella nel firmamento del teatro del tempo, le cui opere i Bruno riadattano e interpretano a modo loro, colorandole di giullaresca napoletanità.

Grazie all’escamotage di metateatro del carro/palcoscenico, che ruota offrendoci la visuale da entrambi i lati (un po’ come in Rumori fuori scena di Michael Frayn), possiamo spiare la loro vita dietro le quinte ed empatizzare con i personaggi, perfettamente caratterizzati. L’immersione in quest’atmosfera da favola è arricchita anche dalle musiche di Nino Rota, le luci di Luigi Della Monica e i costumi di Ilaria Carannante.

Il testo, scritto da Enzo Decaro, colpisce per la magistrale capacità di coniugare, con grande fluidità, profondità e leggerezza. Momenti comici e scanzonati si alternano alle riflessioni inquiete di Oreste che, discendendo dal filosofo domenicano Giordano Bruno, si pone le sue stesse domande sulle verità irraggiungibili di questo e degli altri mondi nell’universo. Troviamo anche citazioni, più o meno nascoste, piccole perle in omaggio a Massimo Troisi e ai De Filippo.

Se è vero che ogni vita è “un’avventura incerta”, anche nel viaggio della famiglia Bruno – in particolare di Oreste – non mancano i colpi di scena e gli imprevisti; resta tuttavia incrollabile una certezza: quella che l’arte produca il cambiamento e che, finché nel cuore sarà viva la voglia di “fare lo teatro”, ci sarà sempre un nuovo vestito da indossare, una nuova maschera… almeno finché sarà concesso dal “Grande Direttore di scena”.