Se ti sposo mi rovino, Teatro de' Servi

“Se ti sposo mi rovino”. Un Don Giovanni contemporaneo e il suo Leporello in scena al Teatro de’ Servi dal 6 al 18 ottobre

Fragili e indifese, certe donne, corrono il rischio di essere giocate dal furbetto di turno. Ma se poi i ruoli si scambiassero? E’ questo il divertente interrogativo che emerge dall’esilarante commedia “Se ti sposo mi rovino”, scritta e diretta dal simpaticissimo Marco Cavallaro, in scena al Teatro de’ Servi di Roma dal 6 al 18 ottobre 2026.

Un miliardario piacente e farfallone, il signorino Franco, impersonato da Riccardo Giacomini, scapolone incallito, con un ricco menù giornaliero di donne differenti, ad un tratto, senza nemmeno dar peso alla cosa, chiede di sposarlo, non ad una, ma bensì a tre donne differenti.

Felici ed ignare, ciascuna stretta nel proprio paradigma, la manager di successo sempre al telefono, la sportiva indefessa, la biondina sciocca e vanesia, si ritrovano a programmare le nozze e a cercare il proprio futuro sposo fuori dall’unico giorno settimanale che lui gli aveva sempre riservato, piombando al campanello di quella villa in cui già si vedono ad abitare.

E se dovesse capitarne una quarta, a cui magari il miliardario, non ha nemmeno chiesto la mano, potrebbe pensarci il maggiordomo a farlo per lui, dando ormai per scontata la facilità con cui il padrone tramuta ogni passione da camera da letto in un azzardato progetto nuziale.

L’una in cucina, un’altra nello studio, un’altra in giardino, e chissà, forse una in più sul divano, per un po’ le gentili donzelle, impersonate dalle attrici Tonia Garardo, Francesca Cannizzo, Francesca Verrelli ed Elena Scuderi, non si incontrano grazie alla maestrìa di Ugo il maggiordomo, meraviglioso Leporello mozartiano nella persona di Marco Cavallaro. Ma per quanto si può andare avanti così condividendo uno spazio delimitato come quello di una casa ed un stesso futuro marito?

Tra battute, lazzi, risate ed ironiche considerazioni sugli stereotipi di genere, la commedia si muove rapida e leggera, garantendo al pubblico oltre due ore di spensieratezza e risate.

E se sembra che le povere donne siano state vittime incredule di un uomo dappoco, beh… il pubblico potrebbe trovarsi a ricredersi…

Apprezzabile però, è che anche questo ipotetico ribaltamento delle parti diventi un gioco scenico senza mai scadere nel vittimismo o nel moralismo.

Cavallaro ha inoltre un grande pregio che ho potuto apprezzare da spettatrice: smessi i panni del servitore Ugo, porta comunque con sé la cifra del buon ridere anche nella sua interazione gentile ed ironica con il pubblico e questo fa sì che lo spettacolo sia ancora più apprezzabile perché il confine tra ciò che è in scena e ciò che è fuori scena continua anche quando le luci della ribalta si spengono.