Villa di Livia, il prodigio e il cemento

Villa di Livia, il prodigio e il cemento

Villa di Livia, particolare del complesso termale

Il sito archeologico che prende il nome dalla moglie dell’imperatore Augusto sorge alle porte di Roma nord, tra le vie Flaminia e Tiberina. Luogo ricco di fascino circondato dal cemento di Labaro e Colle Salario in un curioso e amaro confronto visivo tra antichità e modernità sull’uso del territorio.

 

Il bello tende a risaltare di più quando è circondato dal brutto. Un pensiero immediato accoglie il visitatore che si accinga a varcare la soglia della Villa di Livia, museo alle porte della Capitale. Anzi, a Prima Porta data la vicinanza con l’omonimo quartiere. Una collina boscosa affacciata sulla valle del Tevere, un luogo sicuramente ameno in tempi antichi che ora, tuttavia, appare come un’oasi assediata dal cemento.

Uno skyline non certo romantico si apre alla vista dal giardino della villa, costituito dai palazzoni di Colle Salario in lontananza, appena oltre il Raccordo Anulare, e dagli edifici più modesti del quartiere Labaro-Prima Porta sorti alle pendici del colle miracolosamente sopravvissuto non tanto ai secoli, quanto agli ultimi 40 anni di scempi edilizi.

D’altra parte ci si intende di prodigi da quelle parti. Il sito infatti, tanto affascinante quanto ignoto ai più perché la mancanza della minima segnaletica stradale lo rende quasi introvabile, fu denominato Ad Gallinas Albas dagli autori antichi per un prodigio occorso a Livia Drusilla, moglie dell’imperatore Augusto, narrato da Plinio: “Un’aquila lasciò cadere dall’alto in grembo una gallina di straordinario candore che teneva nel becco un ramo d’alloro. Gli aruspici ingiunsero di allevare la gallina e la sua prole, di piantare il ramo e custodirlo religiosamente”.

Questo avvenne nella Villa dei Cesari che dominava il fiume Tevere al IX miglio della via Flaminia “dove nacque prodigiosamente un boschetto”. Dopo il matrimonio con Livia Drusilla, Augusto ristrutturò la residenza e ne fece una villa. Dopo l’abbandono avvenuto nel V secolo d.c. e i secoli di degrado che ne seguirono, il sito fu rinvenuto nel 1863, ma solo nel 1982 venne acquisito dalla Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma e sottoposto a tutela.

Un luogo istruttivo, non solo per l’eredità culturale che esso trasmette all’oggi, ma anche per l‘utile confronto visivo, immediato data la vicinanza con i quartieri cresciuti nelle vicinanze, tra i differenti usi che antichità e modernità hanno fatto del territorio. Per constatare quanto poco insegnamento il presente abbia tratto dal passato.

 

Marco Bombagi

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