Una storia armena tra cultura, radici e politica

Una storia armena tra cultura, radici e politica

Dialogo con Giorgio Kevork Orfalian, importante rappresentante della comunità armena di Roma ed organizzatore del recente tour italiano del Tatul Altunyan, il più noto gruppo di danza e musica tradizionale del Paese caucasico. Dai successi degli spettacoli tenutisi ad aprile in molte città della Penisola alle anticipazioni relative a un libro autobiografico di prossima uscita. Senza mai dimenticare il passato drammatico e il presente complesso del Popolo dell’Ararat.

 

Dott. Kevork, anche grazie al suo impegno personale il recente tour di Tatul Altunyan, il più famoso gruppo artistico di musica e danza tradizionale armena, ha toccato diverse tappe italiane tra cui Roma in occasione del 101° anniversario del genocidio armeno. Quale è stato il bilancio di quest’iniziativa?

Il bilancio è stato indubbiamente positivo e gli sforzi profusi per realizzare l’iniziativa sono stati ben ripagati: sono stati circa 2.200 infatti gli spettatori totali delle diverse date italiane del tour. Lo spettacolo di Milano ha avuto, ad esempio, molti spettatori armeni provenienti dalla vicina Svizzera. Ed è stata forte anche la partecipazione degli amici italiani. A colpire tutti è stata senza dubbio la coreografia dei balli, una delle quali rappresentava lo stesso monte Ararat, simbolo del Paese.

Vi saranno altre iniziative come questa nel prossimo futuro?

Se guardo i problemi che ho dovuto affrontare, no (sorride). Ma ho acquisito esperienza e credo che l’iniziativa sarà ripetuta, sempre nel mese di aprile, l’anno prossimo. Questa volta però spero di essere supportato di più da altri soggetti.

Sicuramente a breve uscirà un suo libro sulla sua vita. Una tipica storia armena di lotta contro le difficoltà. Ci può anticipare qualcosa?

Il titolo a cui sto pensando è “L’uomo che voleva vivere”. Ogni armeno ha passato varie difficoltà nella propria vita, e così io. Anche se sono stato indubbiamente fortunato. Sono arrivato giovanissimo in Italia dalla Libia dove i miei genitori si erano sposati perché già mio nonno era stato deportato lì da Aleppo, odierna Siria.
Ho trascorso 6 anni nel collegio armeno di Venezia e, anni dopo, un periodo di prigionia in Turchia nel 1977, con una richiesta di condanna a morte che pendeva sulla mia testa. Fui liberato e riconosciuto innocente solo dopo 9 mesi di carcerazione e torture. Ottenni la cittadinanza italiana nel 1985 e mi impegnai come volontario in Patria nel 1989 dopo il grande terremoto di Spitak. Combattei poi nel 1992 durante la guerra del Nagorno Karabakh, che noi armeni chiamiamo Artsakh (Regione contesa, anche con le armi, tra Armenia e Azerbaigian – ndr )

Per il vostro popolo la vita non è stata mai facile. In questo periodo poi si commemora il 101° anniversario del genocidio armeno del 1915 ad opera degli ottomani, una pagina buia della storia europea. Tali avvenimenti sono stati sufficientemente ricordati anche nel recente passato?

Questa pagina non è stata assolutamente ricordata come avrebbe meritato. Come se il mondo si fosse rifiutato di vedere, dando ragione ad Adolf Hitler che già negli anni ’30 del secolo scorso disse: “Chi si ricorda più del genocidio armeno?”. No, non si è scritto e discusso a sufficienza e questo mi dispiace.

Come si potrebbe definire l’atteggiamento della Turchia rispetto a quella tragedia?

La Turchia continua a negare che vi sia stato un genocidio perché altrimenti dovrebbe risarcire l’Armenia e gli armeni economicamente e politicamente, restituendo cioè anche porzioni di territorio come le città più prossime al confine: Ani e Kars, oggi turche. Anche il Papa, il 12 aprile 2015, ha riconosciuto che vi fu il genocidio degli armeni da parte dell’Impero Ottomano, irritando non poco il signor Erdogan (Il Presidente turco – ndr) che immediatamente ritirò il proprio ambasciatore presso la Santa Sede.
I turchi continuano a negare quanto hanno fatto agli armeni ed è inaccettabile. Il negazionismo, da qualunque parte provenga, è inaccettabile.

Le recenti tensioni scoppiate tra Turchia e la Russia sulla questione siriana in che modo possono ripercuotersi sul resto della regione, in considerazione anche delle buone relazioni che Erevan conserva con Mosca?

Le relazioni tra Erevan e Mosca attualmente sono buone e ci preoccupa molto la situazione siriana, pensando agli armeni che vivono lì da sempre e che stanno subendo ciò che accade come tutti gli altri abitanti delle zone coinvolte dal conflitto.

In queste settimane sta riesplodendo il conflitto in Nagorno Karabakh, la regione a maggioranza armena contesa con l’Azerbaigian. Qual è la situazione sul campo adesso?

Attualmente vige una fragile tregua, ma nelle scorse settimane l’esercito azero ha attaccato la regione. Erano avanzati di circa 200 metri ma sono stati ricacciati indietro. Vi sono stati molti morti da ambo le parti. È stata una provocazione irresponsabile da parte dell’Azerbaigian.

Di fronte alla complessità della situazione geopolitica del Vicino Oriente e del Caucaso, la comunità armena italiana si dimostra compatta?

Assolutamente sì. Stiamo raccogliendo tutti assieme soldi e vestiti per le famiglie dei caduti al fronte e stiamo organizzando sit-in e congressi in sostegno alla causa dell’Artsakh.  La Comunità armena italiana è unita e vicina nell’aiutare i compatrioti sparsi nel mondo. Da metà maggio per tre mesi sarò in Armenia e mi recherò personalmente al confine tra Artsakh e Azerbaigian per portare tutti gli aiuti che siamo riusciti a raccogliere, nonché la solidarietà di molti italiani.

Nei prossimi giorni lei partirà per l’Armenia quindi. È in programma entro breve una visita importante come quella di Papa Francesco. Cosa ci si attende a Erevan da questo importante appuntamento?

Ci attendiamo tutto il bene possibile. Siamo un popolo di pace e lo siamo sempre stati. Non abbiamo mai attaccato nessuno e siamo stati tra i primi popoli ad adottare il Cristianesimo, nell’anno 301. Non vedo l’ora che arrivi il 22 giugno, giorno in cui si incontreranno Papa Francesco e il Patriarca Armeno Karekin II. Io ci sarò.

 

Marco Bombagi

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