Ucraina, la “terra di confine” tra cultura, economia e propaganda – Parte 1
Divisioni etnolinguistiche in Ucraina

Ucraina, la “terra di confine” tra cultura, economia e propaganda – Parte 1


A metà strada tra Piazza Maidan e Sebastopoli corre la linea di faglia tra Occidente e Russia. Divisioni culturali ed interessi economici si intrecciano tra ovest filoccidentale, agricolo e povero, ed est russofono industriale e ricco. Nel mezzo le contraddizioni politiche di un mondo in cui il concetto di Stato sovrano non esiste più

1° parte – divisioni culturali e diritto internazionale “fai da te”

 

Il destino scritto nel proprio nome. Ucraina, parola che significa “sul confine”, una storia che giunge da lontano. Da un lato Kiev e dall’altro Sinferopoli, capitale di quella Crimea nuovamente russa dopo il referendum del 16 marzo scorso. In mezzo Donets’k e Kharkiv e il resto dell’oriente a maggioranza russofona, polveriera annunciata, che rischia di divenire trincea di quell’Europa al solito tanto loquace quanto impotente, schiacciata tra Stati Uniti e Russia, appunto: l’eterna superpotenza e il nuovo impero.

Se ogni popolo è figlio della propria storia, basta guardarsi alle spalle per iniziare a capire come siamo arrivati a questo punto. “L’Ucraina è un Paese diviso, patria di due distinte culture”, scriveva già nel 1996 Samuel Huntington, allora docente ad Harvard, nel suo saggio “Lo scontro delle civiltà” in cui teorizzava, dopo il crollo del comunismo, la fine dell’identificazione di sé, da parte degli uomini, in base all’ideologia o all’economia, privilegiando invece elementi come lingua, religione, tradizioni.
“La linea di faglia tra civiltà occidentale e civiltà ortodossa attraversa il cuore del Paese, e così è stato per secoli. Un’ampia parte delle sua popolazione aderisce alla chiesa uniate, che segue il rito ortodosso ma riconosce l’autorità del Papa. Storicamente gli ucraini occidentali hanno sempre parlato ucraino e hanno sempre esibito un atteggiamento fortemente nazionalista. La popolazione dell’Ucraina orientale, invece, è sempre stata in forte prevalenza di religione ortodossa e parla russo”.

Un identikit preciso di quanto accade in questi giorni disegnato 18 anni fa, quindi, quando l’era di Putin era ancora di là da venire ma già c’era stata la sfida elettorale del luglio 1994, tra l’allora Presidente in carica, Leonid Kravciuk, che si definiva un nazionalista e il rivale Leonid Kucma. Il nazionalista prevalse nelle regioni occidentali con percentuali plebiscitarie, mentre il filorusso Kucma, che imparò l’ucraino in campagna elettorale, trionfò nell’est.
Alla fine vinse Kucma con il 52%. Numeri leggermente diversi premiarono un altro filorusso, il deposto Yanukovich appunto, contro la “pasionaria” della rivoluzione arancione Yulia Timoshenko nel 2010: 48,9% contro 45,5%. La storia non cambia.

La frattura culturale che taglia in due l’Ucraina, quindi, spiega le tensioni che anche oggi caratterizzano il Paese e il contesto nel quale è maturata la secessione della Crimea, tanto promossa e difesa da Mosca quanto osteggiata da Europa e Stati Uniti, che tuonano contro le violazioni del diritto internazionale fondato sulla sovranità degli Stati.
“I russi invadono un altro Paese, violando il territorio di uno Stato sovrano, sulla base di pretesti fabbricati ad arte”, sostiene sin dai primi giorni della crisi John Kerry, segretario di Stato americano assieme a tutti gli altri leader europei.
Parole condivisibili e giuste se non vi fossero stati alcuni recenti accadimenti. Questa proclamazione fa saltare il diritto internazionale fondato sulla sovranità degli Stati”, diceva il generale Fabio Mini, nel 2002-2003 comandante delle truppe Nato in Kosovo, relativamente all’indipendenza della regione balcanica nel 2008. Uno scempio voluto dagli Usa, che in questo diritto non credono e l’hanno dimostrato in Iraq. Sotto quest’aspetto, il Kosovo è l’altra faccia dell’Iraq. Dopo domattina saranno tutti autorizzati a fare lo stesso”.
Parole profetiche, a giudicare da quanto avvenuto successivamente, dall’indipendenza dell’ Abkhazia e dell’Ossezia del sud, regioni russofone della Georgia, nel 2008, fino alla Crimea oggi. Lo smantellamento di quel diritto internazionale che a parole tutti vorrebbero difendere, pare.

Un concetto, questo, ribadito anche recentemente da Massimo Fini, giornalista e saggista, in alcuni suoi articoli, partendo proprio dalle parole di Kerry: “Che cos’è stato nel 1999, quando l’11 settembre era ancora di là da venire, il bombardamento per 72 giorni di una grande capitale europea, Belgrado, se non la violazione dell’integrità di uno Stato sovrano, la Serbia, con la differenza che in quell’occasione ci furono 5500 morti?”
“Che cos’è l’invasione dell’Afghanistan (2001) in una guerra che dura da 13 anni ed è la più lunga dai tempi di quella dei Trent’anni (più di 100 mila morti civili)? Che cos’è l’aggressione all’Iraq nel 2003 se non l’invasione ‘di un Paese sulla base di pretesti fabbricati ad arte’, nel caso le armi di distruzione di massa che Saddam non aveva più?”.

E poi ancora, nel suo pezzo dal titolo “La Crimea che (forse) non è il Kosovo”, Fini sottolinea analogie e differenze tra i due avvenimenti: “Nel 2008 gli albanesi proclamarono unilateralmente l’indipendenza. Nel frattempo in Kosovo si è realizzata la più grande ‘pulizia etnica’ dei Balcani, dei 360 mila serbi che ci vivevano ne sono rimasti 60 mila.
Il Kosovo, considerato ‘la culla della patria serba’, appartiene da secoli, storicamente e giuridicamente, alla Serbia, la Crimea fa parte dell’Ucraina solo da qualche decennio, gentile regalo di Kruscev. La Crimea, abitata in maggioranza da russi o da russofoni, confina con la Russia. L’America, con tutta evidenza, non confina col Kosovo.
L’aggressione americana alla Serbia non aveva alcuna giustificazione, né materiale né giuridica e infatti l’Onu non l’avallò. Insomma, pare difficile sostenere che la violazione della sovranità dell’Ucraina è ‘illegittima’, mentre quella della Serbia non lo è”.

L’aspetto culturale a politico segna la storia delle vicende di queste settimane, ma per disegnare il quadro completo non si può fare a meno di prendere in considerazione quanto l’Ucraina sia crocevia di interessi economici.

– continua con parte 2

 

Marco Bombagi

 

 

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