“Rose is a rose”. Eros e thanatos al Teatro Lo Spazio
Ivana Sajko

“Rose is a rose”. Eros e thanatos al Teatro Lo Spazio

Amore e morte in scena in un monologo crudo, aspro e asciutto che evoca gli spettri della guerra e tenta di esorcizzarli in una notte di amplessi

Eros e thanatos è un binomio eterno che, sul palcoscenico del Teatro Lo Spazio di Roma, dal 20 al 23 ottobre, e poi il 25 ottobre, è portato in scena in prima nazionale attraverso un monologo di una convincente Sabrina Jorio, basato sul testo Rose is a rose dell’autrice croata Ivana Sajko, primo capitolo della trilogia della disobbedienza, dove la disobbedienza è incarnata dall’amore.

Ambientato al tempo della guerra che ha devastato i Balcani, ma in realtà, in senso più ampio, al tempo di ogni guerra, il regista Tommaso Tuzzoli e lo scenografo Pierpaolo Bisleri, hanno privilegiato uno spazio scenico asciutto, nudo, spoglio,quasi una grande scatola vuota, riempita solo dalla presenza e dalla voce dell’attrice a cui fanno da eco dei pensieri registrati e dei video, una sorta di coscienza altisonante, di Grillo Parlante che, di tanto in tanto, irrompe nella sala, sovrastando la voce narrante e i pensieri del pubblico.

Due ragazzi si conoscono in discoteca mentre fuori impazza il delirio, tra vetrine devastate e autobus affollati di persone alienate che vivono per trascinarsi tra casa e lavoro e vengono fatti saltare in aria dalle molotov lanciate da ragazzini ribelli, figli di genitori che vorrebbero non fossero mai nati.

Quella notte, “tra mercoledì e giovedì” nasce un amore mentre vengono spezzate delle vite e quegli stessi occhi che, tra la folla del locale, si sono cercati e voluti, sono gli stessi che, attraversando la città in fiamme, sono costretti a guardare l’orrore per recarsi a casa di “lui” a consumare una prima notte di sesso su un divano dalla tappezzeria ornata di rose rosse.

Sabrina Jorio

Sabrina Jorio

I segni di quell’ondata di passione sono graffi, lividi, morsi, lasciati addosso come un marchio per ricordare che la vita ha il suo prezzo nella morte, che la gioia sconta il suo fio nel dolore, che ogni rosa ha comunque le sue spine.

Sono ore come tante quelle che scorrono “tra mercoledì e giovedì”, mentre si consumano amori e violenze, sono ore esattamente come quelle che hanno visto perdere la vita a Carlo Giuliani durante la manifestazione del G8 di Genova, sono ore simili a quelle che hanno visto, nel luglio 2015, le strade greche riempirsi di manifestanti inferociti contro lo strapotere delle banche dell’Ue.

Sono ore, quelle “tra mercoledì e giovedì”, in cui la polizia è nemica del nemico e allo stesso tempo può diventare essa stessa il nemico.

Ad un tratto una grossa cornice color sangue viene fatta scorrere sul palcoscenico. Stretta tra i suoi lati, la Jorio, con grande personalità e carisma, rievoca, tra parole e gesti, la magnifica opera di Rembrandt Ronda di notte del 1642, nel cui centro spiccano le figure del Capitano Cocq e del luogotenente van Ruytemburgh, circondati dagli archibugieri, intenti a caricare il moschetto.

Tutto sembra immobile, addirittura in quiete, e quasi non ci si accorge dell’ombra della mano di Cocq protesa ad afferrare la spada di van Ruytemburgh. La morte incombe ma non ci si fa caso. L’artista sembra ricordare con questo semplice dettaglio che i delitti legittimati dal potere scorrono in silenzio sotto agli occhi di tutti, quasi sia normale che ciò debba essere.

Ma lo spettacolo spinge la memoria del pubblico ancor più indietro, ai tempi in cui Nerone addossò la colpa dell’incendio di Roma ai cristiani. Il potere, ci ricordano dal palco, sa come far ricadere la colpa sugli ultimi, sfregiando le case di legno dei più poveri, lasciando indenni le case in pietra dei più ricchi, per costruire, al posto di quel cumulo di cenere, un palazzo imperiale che proprio del potere divenga omaggio. E una domanda nemmeno troppo velata si insinua sul palco: i migranti di oggi sono forse i cristiani perseguitati di ieri?

Dall’antica Roma al barocco, fino ai giorni odierni delle molotov, l’uomo è sempre lo stesso.
E’ l’uomo che cerca di annegare la propria solitudine nell’amore e anche quello che tenta di sconfiggere le ragioni dell’altro con la violenza. E’ l’uomo che sfida il potere ed è l’uomo che il potere lo detiene e sceglie di usarlo per far tacere chi non può avvalersene.

Dopo un’ora di monologo, sussurrato, gridato, scagliato contro il pubblico, la domanda si fa stringente: l’amore può salvare dalla morte, dall’orrore, dalla solitudine?
La risposta sembra amara. Se l’amore è incontro lo è pur sempre nella separazione, ci ricorda il regista. Mai potremo sapere cosa l’altro davvero pensa e mai potremo essere capiti del tutto.
Eppure, forse, continuiamo a rincorrere questa chimera perché è consolante provarci e sperimentare, seppur per qualche breve momento, il senso di calore che offre il tentativo di diventare, da uno, due. Ma, per quanto folle, questo tentativo disobbediente, è ciò che rende l’uomo più uomo.

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