PONTE SULLO STRETTO: CHE AVEVAMO DETTO?

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(1.12.2008) Torna su questa rivista una firma “storica”, e torna con un suo cavallo di battaglia: il no fermo e incondizionato al Ponte sullo Stretto di Messina. L’occasione è l’intervista di Repubblica del 29 novembre scorso all’ingegner Remo Calzona, che clamorosamente, da autore del progetto, ha capovolto di recente la sua opinione sulla fattibilità dell’opera. Dando ragione ai tanti, tra cui il Nostro, che negli anni hanno portato argomenti contro la realizzazione della faraonica ed inutile opera.

articolo di Gino Nobili

Quanto è antipatico chi vi dice, quando vi aveva avvertito di una cosa e voi non l’avevate ascoltato, “io te l’avevo detto!”. E’ odioso. Fastidioso. Soprattutto se, porca miseria, aveva davvero ragione e voi lo sapete. Magari non gli date soddisfazione, ma dentro di voi lo sapete.
Nel corso degli anni su queste pagine abbiamo pubblicato dei lunghi e fortunati pezzi che riportavano tutta una serie di argomentazioni forti contro la costruzione del Ponte sullo Stretto. Chi volesse rileggerseli integralmente, vada qui e qui. La curiosa occasione che ci viene data proprio da uno dei padri dell’opera che a sentire certi esponenti dell’attuale maggioranza di governo è tornata prioritaria, è però ghiottissima: l’ingegner Calzona, in un’intervista, sposa adesso una serie di argomenti contro la costruzione dell’opera da egli stesso progettata.
Avanti Popper
L’occasione per la riflessione di Calzona viene dai recenti problemi causati dall’azione del vento sul ponte danese Storebelt, soggetto al grave fenomeno deformativo detto galopping nonostante i test teorici e al banco avessero escluso questo rischio.
Come si può leggere anche in questo forum di ingegneri, la campata del ponte danese è lunga 1400 metri contro gli oltre 3000 del nostro. Inoltre, la zona dello Stretto di Messina è soggetta a venti più tesi nella direzione perpendicolare al manufatto per più tempo l’anno.
Con l’occasione, Calzona ammette che, anche se la struttura non dovesse avere problemi, essa resterebbe chiusa tantissimo tempo, forse 100 giorni all’anno, per eccesso di vento. Solo chi vive da quelle parti questa cosa la sospettava già. Forse bisognava allestire lo studio dei progettisti in una terrazza di Santa Trada, vicino Scilla, all’aperto.
Ora il reprobo dice di stare invano appellandosi al capintesta ANAS Ciucci, nonché ai più alti vertici del governo, per fermare la costruzione in attesa di riprogettare il tutto con una campata ridotta a 2000 metri anziché 3300.
Cardona più volte nella sua intervista si rifugia in Popper per spiegare i propri stessi errori: “la ricerca non ha mai fine”, “lavoriamo sugli errori e sull’esperienza”, eccetera. Solo che poi giura che con la campata ridotta i problemi sarebbero azzerati. Ma con quale credibilità, visto che solo qualche anno fa la sua firma sul progetto diceva la stessa cosa della campata di 3300 metri? Se poi spendiamo tutti quei soldi e il ponte resta impraticabile per un terzo del tempo ammesso che non crolli, con chi ce la prendiamo, con Popper? o visto che l’intervista si conclude con l’ingegnere che incalzato dal giornalista sulla possibilità che anche adesso stia sbagliandosi dichiara testualmente “non sono un mago”, con Merlino?
Allo sprofondo
Se poi consideriamo che il ripensamento avviene solo su una delle criticità della decisione, quella relativa al vento. Di tutte quelle di natura geologica, sismica, geografico-economica, di ingegneria dei trasporti, mafiosa, eccetera, abbiamo già detto tanto.
Proprio questo mese, però, ricorre il centesimo anniversario del grande terremoto che azzerò Reggio, Messina e moltissimi comuni limitrofi. Celebrazioni, mostre fotografiche, musei: molto si parlerà in questi giorni di un evento che sconvolse il mondo, tra i primi come fu a beneficiare della nascente era di comunicazione globale. Ebbene, non so quanti ricorderanno in queste occasioni che un evento del genere nella zona è successo dai tempi di Erodoto mediamente ogni cent’anni, e quindi quasi ci siamo… Chi sa, ad esempio, che Reggio (vedi immagine sotto il titolo) ha avuto fino al cinquecento un quartiere portuale a mare specularmene simile a quello di Messina, sprofondato in mare per un sisma? E che quasi sempre da queste parti il terremoto catastrofico ricorrente è stato accompagnato da un maremoto, che nel 1908 è stato responsabile della maggior parte delle centinaia di migliaia di morti? E cosa succederebbe, in tal caso, ai promontori artificiali o ai piloni in acqua di un eventuale ponte a campata accorciata?
Siamo in crisi, o no? E risparmiamoli, questi soldi! Usiamoli davvero per rilanciare l’economia reale, per ricreare una classe media nel Paese, per creare nel Sud infrastrutture che servono, per realizzare finalmente le tanto auspicate autostrade del mare. Lasciamo il Ponte sullo Stretto dove deve stare: nel cassetto delle idee sbagliate della Storia, nel dimenticatoio.

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