Moliere e l’eterna epopea del cafone arricchito

Moliere e l’eterna epopea del cafone arricchito

Migliorare se stessi è esercizio costante e difficile. Le scorciatoie non sono solo inutili, ma foriere di tragicomiche sventure. Il capolavoro di Moliere “Il borghese gentiluomo” porta alla Sala Umberto dal 19 al 29 ottobre un autentico simbolo senza tempo: il facoltoso e ignorante divorato dal complesso d’inferiorità e dal desiderio d’essere accolto nell’alta società.

Un momento di Il Borghese Gentiluomo, alla Sala Umberto dal 19 al 29 ottobre  – Filippo Dini, Orietta Notari (foto G.Maritati)

Provare a comprare la tanto agognata nobiltà per farsi accettare nell’Olimpo dell’elite costituisce un classico del teatro e della vita. “Il borghese gentiluomo” di Moliere, dal 19 al 29 ottobre alla Sala Umberto con la regia di Filippo Dini e la traduzione di Cesare Garboli, fa vivere con spietata ironia le fragilità e le frustrazioni di coloro che, pur avendo raggiunto l’agiatezza economica, rimangono ben lontani da una serena convivenza con i propri limiti educativi.

La cieca smania del borghese Jourdain di affrancarsi dalla taccia di bottegaio che fu affibbiata molti anni prima a suo padre, lo trascina in situazioni al contempo drammatiche ed esilaranti. Coinvolte nel turbinio di contesti grotteschi anche le persone a lui legate.

La giovane figlia, così, non può sposare un ragazzo borghese che ama perché il visionario padre vuole per lei un futuro da nobildonna, mentre la moglie si dispera per l’immane quantità di denaro che il marito spande per farsi ben volere dagli scrocconi altolocati di cui si circonda. Anche solo per un fuggevole encomio, infatti, Jourdain è disposto a vuotarsi le tasche attirando su di sé le mire fameliche di approfittatori e ciarlatani che si spacciano per artisti e filosofi.

Lo spettacolo è coinvolgente e non conosce momenti di appannamento. I talentuosi attori riescono a tenere un ritmo serrato di dialoghi e battute che arrivano al pubblico con tutta la propria energia. Vette d’ilarità si raggiungono nella seconda parte dell’opera, quando le vicissitudini dei protagonisti raggiungono l’acme della comicità. Una grande prova da parte di tutti, quindi, su cui spicca però la figura che dà il nome all’opera, il borghese Jourdain interpretato da Filippo Dini.

Gli spettatori vivono una serata divertente, non senza riflettere e guardarsi dentro. Uno Jourdain infelice e frustrato potrebbe infatti annidarsi nell’animo di ognuno, cercando di farsi accettare nascondendo l’insipienza sotto il tappeto dell’apparenza. Andare a teatro può essere così un ottimo rimedio per crescere culturalmente senza rendersi ridicoli come un borghese qualsiasi.

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