Mar Del Plata, quando il rugby sfidò la tirannia

Mar Del Plata, quando il rugby sfidò la tirannia

Mar Del Plata, quando il rugby sfidò la tirannia

 

di Marco Bombagi

 

Difficile pensare a sport e dittatura come concetti avvicinabili in una stessa storia, in una stessa frase. Da un lato, infatti, discipline alla base delle quali si trovano, o dovrebbero trovarsi, valori positivi, educativi. Dall’altro il sonno della ragione, ripensando a Goya, che genera i propri mostri. Ancor più stridente risulta il contrasto tra gli orrori della tirannia e la genuinità, che si fa talvolta impertinente purezza, del rugby.

In Mar Del Plata, struggente e splendida opera di Claudio Fava tratta da una storia vera, in scena al Piccolo Eliseo di Via Nazionale dal 4 al 22 novembre, questi due mondi paralleli si incrociano per un destino tragico e spietato.

È il 1976 e l’Argentina è violentata dalla ferocia di Jorge Videla e dei molti, troppi, capitani Montonero, personaggio superbamente interpretato da Claudio Casadio ed emblema di quella banalità del male di cui parlò Hannah Arendt. Persone comuni, addirittura schernite per la propria mediocrità, che si scoprono d’improvviso assassini talentuosamente efficienti, potendo sfogare così, da una posizione di forza finalmente conquistata, un’intera vita di umiliazioni sul mondo intero.

In quest’oscurità tuttavia, un gruppo di ragazzi, di amici, riesce ugualmente a condividere la felicità all’ombra dei classici pali ad H stringendo a sé quella palla sbilenca che, come dice il loro allenatore-padre Pereyra, il bravissimo Fabio Bussotti, “è come una donna sbagliata, non rotola mai dritta, va dove le pare. E se non state attenti vi fa subito cornuti”.

La saggezza e l’amore per quei giovani uomini da parte del mister con la gamba malandata che si ostinava, però, a non aiutarsi con il bastone perché altrimenti, “chi di voi mi starebbe a sentire”, non riuscì a salvarli dalle mani del boia. Troppo forte l’impeto degli anni di gioventù, l’amore per l’Argentina e per quei valori appresi sui polverosi campi di rugby.

E così uno dopo l’altro vengono uccisi dalla repressione, traditi dalla propria terra “bella e malata” come la Sicilia da cui proveniva il papà di Pereyra, in un commovente parallelo con un altro papà, strappato alla vita molti anni dopo da altri assassini così diversi e così simili, in fin dei conti, a quei macellai senz’anima argentini.

Solo Raùl sopravvive, salvato dall’amore della sua Teresa e dal sacrificio del mister trucidato come un Cristo moderno attorniato dai suoi carnefici, novelli ladroni senza speranza alcuna di redenzione, marchiati per sempre dall’impossibilità di distinguere il bene dal male.
Per forza, non avevano mai avuto l’occasione di stringere a sé quella palla sbilenca, una donna sbagliata che va dove vuole ma ti insegna ad amare.

 
Mar del Plata, quando il rugby sfidò la tirannia

 

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