L’idolatria dell’oro uccide l’amore nell’uomo

L’idolatria dell’oro uccide l’amore nell’uomo

Quando il denaro da semplice strumento per migliorare la vita diviene unico scopo della vita stessa, l’uomo si trasforma in oggetto inanimato. Come ciò che venera. Sul palco del teatro Parioli, dal 7 al 19 novembre, Alessandro Benvenuti è L’Avaro di Molière, con l’adattamento e la regia di Ugo Chiti.

 

Alessandro Benvenuti è L’Avaro di Molière, al teatro Parioli dal 7 al 19 novembre

L’arcigno Arpagone, usuraio gretto e avido, vive per il denaro. Non esistono affetti o sentimenti. Solo la convenienza guida l’uomo avveduto, assieme all’interesse e al guadagno. Derivanti, magari, da abili investimenti che consistano nel prestare soldi ad un interesse giudicato congruo dal medesimo prestatore. La venerazione che l’arido anziano riserva ai propri averi lo rende comprensibilmente detestato da tutti.

Alessandro Benvenuti regala un’interpretazione strepitosa, irresistibile ed immensamente ironica, quasi regalando al personaggio originale un’umanità immeritata. Tutto il cast si dimostra assolutamente all’altezza dell’opera, affrontando i fitti dialoghi con perizia ed espressività. Lo spettacolo scorre così fluido e coinvolgente grazie alla naturalezza della recitazione e per il pubblico è piacevole seguire le vicissitudini dei protagonisti sul palco. Le arguzie e i sotterfugi con cui i personaggi provano a liberarsi dalle catene di disumanità e ottusità con cui l’Avaro imprigiona le loro vite.

Prime vittime di Arpagone e della sua insana concezione della vita sono i figli e i servitori. Si risparmia su tutto, dal mobilio al cibo negato sia agli uomini sia ai poveri cavalli scheletrici ed esausti. Soprattutto si risparmia sull’amore che è molto rischioso perché può costare parecchio. I matrimoni vengono presi in considerazione solo se combinati, ovviamente in base alla consistenza della dote altrui.

La felicità derivante da unioni d’amore è null’altro che una frivolezza da giovincelli, un ostacolo sulla strada della ricchezza materiale da perseguire con la ponderazione di cui le tasche di Arpagone sono piene. Ma le emozioni che l’usuraio non riesce a provare travolgono chi gli sta attorno. Come se il deserto interiore che fa avvizzire il cuore del padrone paradossalmente producesse una fioritura di sentimenti negli altri. Per compensazione.

L’Avaro è universalmente un capolavoro e la rappresentazione che se ne dà al teatro Parioli dal 7 al 19 novembre è di una maestria che ne rispetta il nome e la storia. Un’opera magistrale che il pubblico non può non apprezzare non solo sotto il profilo artistico ma anche etico, la lezione alla base del testo. Una morale che insegna ancora oggi a distinguere tra cose e persone; le prime meritano considerazione, mentre le seconde meritano amore. 

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