L’Europa federale è la risposta alla crisi

10 maggio 2012 – di Enzo Russo – Dopo il colpo preso alle elezioni amministrative, Berlusconi pensa a staccare la spina al governo Monti. Paradossalmente ha ragione. Se questo governo resta ancora un anno alla guida del Paese e continua la politica fin qui seguita seppellirà l’area moderata e i due partiti maggiori: il PdL e il PD. Il rigore senza crescita è una medicina gli italiani – ma non solo loro se penso ai risultati delle elezioni in Francia e in Grecia – non accettano l’austerità a senso unico voluta dalla Signora Merkel. La prudenza del governo italiano sul punto non convince nessuno. Se in questo modo il Presidente Monti pensa di porsi come mediatore tra la Francia e la Germania dovrebbe sapere che da 50 anni a questa parte questi due Paesi preferiscono il dialogo diretto. Quindi come suggerisce Romano Prodi sarebbe meglio che l’Italia si facesse promotrice di un coagulo dei paesi euromed con la Francia. In questo modo, con maggiore probabilità, la Germania potrebbe rendersi conto che è arrivato il momento di modificare sostanzialmente la sua linea di rigorosa austerità che non ha senso in Paesi dove la disoccupazione si colloca ben al di sopra e anche a livello doppio della media europea. Per la verità bisogna dire che qualche segno di cambiamento c’è già e lo si riscontra nell’annuncio del ministro dell’economia tedesco Schauble. Nei giorni scorsi questi ha dichiarato che i salari dei lavoratori tedeschi aumenteranno e, quindi, termina l’austerità a casa propria. Questo potrà produrre qualche aumento delle importazioni tedesche, ridurre il surplus della bilancia commerciale tedesca ma non basta neanche ad avviare a soluzione i problemi dei paesi euromed. Si tratterebbe infatti di effetti indiretti e fievoli per tutti i paesi che non hanno un forte interscambio con la Germania. È quindi visione germano-centrica. Servono misure dirette non solo nei paesi euromed in maggiore difficoltà ma anche negli altri paesi all’interno  e fuori dell’eurozona. Non dobbiamo dimenticare gli altri paesi membri dell’Unione in grande sofferenza come la Bulgaria e la Romania. Quindi bisogna agire subito se non si vuole aggravare la frattura tra Nord e Sud, tra Est ed Ovest del Continente. Come? Intanto intensificando l’uso degli strumenti esistenti. Con l’anticipo dei fondi strutturali, con nuovi e maggiori finanziamenti della Banca europea degli investimenti anche attraverso la finanza di progetto (project Bonds). Con una più aggressiva gestione centralizzata dei debiti dei paesi in difficoltà e l’emissione di eurobond da parte del Fondo per la stabilità finanziaria che tra pochi mesi diventerà Meccanismo. A che serve una Banca Centrale europea se non  può intervenire nel mercato segmentato e frantumato del debito pubblico europeo e non si adopera per la sua unificazione, se rimane inerme a fronte di una situazione in cui, c’è  un tasso di sconto unico, ma poi a livello sub-centrale il costo del denaro è pari a 3-4 volte quello della Germania? Né basta che il Presidente Draghi lanci la proposta di un Patto intergovernativo per la crescita. In questo modo,  rischiamo di moltiplicare i Trattati a non finire.  Non è stato ancora ratificato il c.d. Fiscal Compact e si propone un altro Trattato. E i tempi?  Non è una via efficiente né efficace. Bisogna utilizzare il metodo comunitario e un approccio globale che miri alla costruzione di un assetto istituzionale compiuto. Più che aggiungere nuovi patti intergovernativi e creare strumenti ad hoc per ogni nuovo problema, si proceda alla revisione di quello di Lisbona. Il Consiglio europeo che era nato come seconda Camera legislativa espropria il ruolo della Commissione ma, per sua natura e composizione, non può svolgere il ruolo di un vero e proprio governo dell’economia e non solo. C’è una Unione europea che ha una moneta comune, una Corte di giustizia europea ma non ha una difesa comune che abbiamo tutti delegato alla NATO.  Anche questo è un problema politico ed economico di estrema rilevanza. L’Unione europea è uno Stato federale nascente ma non produce direttamente i beni pubblici che caratterizzano il modello di stato ottocentesco: la difesa, la giustizia e la moneta. Se solo si applicasse la spending review a livello europeo si liberebbero risorse per alcune decine di miliardi di euro ma non si riesce a farlo perché i governi dei paesi membri sono in preda a rigurgiti nazionalistici. E questi potrebbero aumentare e portare al tracollo della moneta comune se non si riesce a imporre ora e subito una svolta alla politica economica e finanziaria dell’Unione. Come? Intanto, come detto, mobilitando e intensificando l’uso degli strumenti esistenti. Ieri nell’anniversario della giornata dell’Europa, è uscito un eccellente appello firmato da Giuliano Amato, Jacques Attali, Emma Bonino, Romano Prodi e altre personalità  che indicano la strada da percorrere e individuano correttamente realistiche fasi intermedie per arrivare ad un vero e proprio Stato federale.  Rinvio ad esso per i particolari.  Un punto essenziale che voglio sottolineare è che non si può stare a lungo in mezzo al guado specialmente  quando il fiume si ingrossa. E se non si può tornare indietro, bisogna andare avanti e completare l’assetto federale.

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