Le molte vite di Elena, incolpevole simbolo di bellezza

Le molte vite di Elena, incolpevole simbolo di bellezza

Una leggenda può comporsi di diversi elementi, tanti quanti l’immaginazione umana nei secoli può creare. All’Antiquarium dell’area archeologica di Malborghetto, nell’ambito della manifestazione culturale Teatri di Pietra 2017, il celebre fascino della sfortunata protagonista dell’Iliade rivive il 23 giugno in “Elena, simulacro e impostura”.

 

Luna Marongiu è Elena in “Elena, simulacro e impostura”.

 

Un essere che si trasforma in un’idea, il concetto stesso di incanto. Una magia che seduce l’uomo e lo carpisce, inducendolo a compiere qualunque cosa. Di nulla si può incolpare, così, chi ha su di sé l’enorme condanna di essere folle oggetto dell’altrui desiderio. La pace non appartiene a queste creature così come non apparteneva ad Elena.

Nell’ambito della manifestazione culturale Teatri di Pietra 2017, grazie allo spettacolo “Elena, simulacro ed impostura” di Aurelio Gatti con i bravi Raffaele Gangale, Carlo Greco e Luna Marongiu, torna tra i mortali l’epico e drammatico profilo della moglie di Menelao, re spartano a cui fu data in sposa. La radiosa fanciulla fu poi rapita da Paride, principe troiano, e portata proprio ad Ilio. Dal ratto si scatenò la celebre e devastante guerra narrata da Omero e nacque il mito della donna più bella della storia.

In scena la protagonista femminile è legata da spesse corde, quelle del destino che per lei, venerata per la beltà e vituperata per le sofferenze da essa causate, volle l’ignominia eterna. O forse fu tutta una crudele beffa di Era, la moglie di Zeus che creò un’immagine della principessa da porre a Troia accanto a Paride. Un simulacro che permise all’originale di vivere in Egitto, lontana dalla morte ma non dalla dannazione.

Un’impostura quindi, degna di Nemesi la dea della vendetta e della giustizia di cui Elena secondo la leggenda fu figlia, anche se molto poco di giusto vi fu nelle vicende della bella spartana. Oppure neanche questa ipotesi fu vera e la sventurata principessa figlia di Tindaro venne in realtà impiccata a Rodi dopo la guerra, ripudiata e scacciata per tutto il dolore causato dagli uomini in suo nome. Lei, incolpevole assassina per mano altrui.

I protagonisti maschili rappresentano bene, in questo quadro, guerrieri forsennati e vecchi livorosi e pettegoli: una virilità che si nutre di istinti e irrazionalità violenta di cui vittime sono l’idea, l’amore e l’incanto. “Elena fui detta, causa di stragi e dolori”.  O vittima del destino e della propria dolcissima condanna.   

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