La Turandot rinnovata del Brancaccio

La Turandot rinnovata del Brancaccio

Potrà l’amore sciogliere il cuore stregato della bella Turandot? La regina di ghiaccio in scena al Teatro Brancaccio dal 2 al 26 marzo, racconta a grandi e piccini, a suon di musical, la storia di una principessa cinese, magistralmente interpretata da Lorella Cuccarini, algida e intelligente, liberamente ispirata all’opera di Puccini e, ancor più, alla fiaba persiana contenuta nella raccolta “I mille e un giorno” (Ed. Hoepli) da cui anche l’opera pucciniana trae le mosse.

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Lo spettacolo, per la regia di Maurizio Colombi con i testi di Giulio Nannini, non ha la pretesa di essere la trasposizione fedele in chiave moderna della Turandot lirica ma vuole inserirsi nel filone di trasmissione orale di un racconto antico. Ecco, quindi, che non dovrete sorprendervi se Colombi, ha inserito delle varianti dando più spazio e risalto ad alcuni personaggi, escludendone altri e modificandone il finale.

Ad aprire la scena sono le  , tre streghe Tempesta (Valentina Ferrari), Gelida (Federica Buda), Nebbia (Silvia Scartozzoni), crudeli manipolatrici che, con le loro arti magiche, tengono avvinta Turandot alla solitudine, al cinismo e allo spietato disprezzo verso gli uomini. Le hanno gelato il cuore e l’hanno convinta ad imporre enigmi insolubili ai pretendenti che la sua bellezza stregata conquista con un solo sguardo.

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Qualunque uomo la guardi anche solo una volta negli occhi rimarrà avvinto alla smania di averla per moglie e sarà disposto ad affrontare qualunque sfida e a tentare di svelare gli enigmi mortali che l’albero magico del Melo consegna alle tre streghe. Se il pretendente non dovesse rispondere correttamente anche solo ad uno dei tre enigmi, verrà decapitato nella pubblica piazza.

L’imperatore, padre di Turandot, guarda con orrore alla condotta della figlia e insieme ai suoi tre consiglieri Ping (Giancarlo Teodori), Pong (Jonathan Guerriero) e Pang (Adona Mamò), divertente tributo alla Commedia dell’Arte, cerca di convincere Turandot a cambiare regime, risparmiando vite e scegliendo finalmente uno sposo.

Il principe Calaf (Pietro Pignatelli), dal nome che significa “Sole”, “Calore”, aiutato da Yao, il dio del Sole (Sergio Mancinelli) e da Changè, dea della luna (Simonetta Cartia), sembra finalmente avere le carte per poter vincere l’impresa ma contro tre streghe è dura spuntarla e grandi e bambini, fino all’ultimo, si chiederanno se l’eroe riuscirà nella sua impresa.

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Le canzoni sono ottimamente arrangiate da Davide Magnabosco che dà nuova vita a testi illustri come anche il celebre Nessun dorma rivisitato in chiave pop.

Le scenografie di Alessandro Chiti si dimostrano sorprendenti così come i costumi di Francesca Grossi, il corpo di ballo entusiasma grazie alle coreografie di Rita Pivano, mentre l’aria dell’Oriente contagia di umorismo Zen tutta la sala che applaude ininterrottamente e spera in un bacio e nello scintillio di quest’amore, come in ogni favola che si rispetti.

Considerando che la fiaba persiana originaria si mostrava fin troppo scarna e che la Turandot pucciniana rimase incompiuta per la morte del Maestro, Colombi e la sua équipe si sono sentiti liberi di dare una chiave interpretativa nuova nel finale e di modificare un po’ le sorti della leggendaria regina rendendo la sua storia meno semplicistica.

Del resto, come da tradizione orale, come sottolineato da Longobardi in conferenza stampa: “non c’è un confine preciso per l’ispirazione e ogni racconto, un tempo, prevedeva versioni diverse e veniva rielaborato continuamente”.

Quel che conto è che, alla fine, questa Turandot, un po’ figlia di Omero, alla fine convince sia grandi che bambini.

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