La felicità si raggiunge solo decidendo di vivere

La felicità si raggiunge solo decidendo di vivere

Nella vita, spesso, più che il denaro servirebbe il coraggio. La forza di andare oltre le paure e le finte sicurezze, figlie di abitudini e convenzioni, che regalano niente più che una serena infelicità.

 

 

 Al Teatro Brancaccino di Roma fino al 18 dicembre va in scena Tea Room, spettacolo di Raffaella Conti diretto da Giancarlo Fares, una storia di vita non vissuta, di scelte non fatte o peggio, subite.

Francesco Sala è Enrico, ex fotografo e proprietario indebitato di un piccolo locale, il Tea Room, dove il consumo di alcol non è un business ma una malattia. Un perpetuo fuggire da se stesso, quello del protagonista, che nonostante abbia una una vita potenzialmente perfetta con una bella moglie, Sara Valerio, e un figlio che ama, riesce ad essere depresso. Perché quella vita perfetta non è la sua.

E così tutto si sgretola. E inizia un percorso attraverso il quale Enrico riesamina la propria esistenza clandestina, nascosto da tutto ciò che avrebbe potuto renderlo migliore. Dai lavori lasciati per paura delle responsabilità e degli obblighi, fino al rapporto contrastato con i genitori.

Per accontentare questi, infatti, egli decide di sposarsi tradento i propri orientamenti sessuali e l’attrazione per Damiano, Riccardo Averaimo, una sorta di alter ego felice del protagonista. Damiano, infatti, le decisioni le ha prese e si è costruito la propria serenità.

Un vagare nell’anima che porta anche chi sta attorno ad analizzarsi. Nel confronto al femminile tra Lucia, la madre interpretata da Lucia Batassa, e la moglie ormai ex Eleonora, le due donne ripercorrono gli anni trascorsi a fianco dei rispettivi mariti, scoprendo che il coraggio di prendere decisioni non è mancato solo a Enrico.

Tea Room è una storia delicata che narra di voluta incompletezza per viltà, di rassegnazione senza neppure provare a guardarsi, a desiderare qualcosa d’altro. Fino a quando è la vita stessa a cambiare per noi, a portarci di fronte alle nostre mancanze, alle nostre fragilità. Ma arrivati a quel punto, spesso, è tardi.

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