Jobs Act “alla tedesca” o “alla rinfusa”? Questo è il dilemma

Jobs Act “alla tedesca” o “alla rinfusa”? Questo è il dilemma

Il presidente del Consiglio promette una riforma del lavoro che segua il modello della Germania, ma i dubbi sulla concretezza dei suoi proclami rimangono

di Adalgisa Marrocco

renzi_gelato«Col Jobs Act seguiremo il modello tedesco», ha detto Matteo Renzi. Viene da domandarsi se le parole del presidente del Consiglio costituiscano una reale dichiarazione d’intenti o siano l’ennesimo proclamo, tanto tronfio quanto privo di concretezza. Cerchiamo, quindi, di entrare nel merito della questione e capire, in sintesi, cosa sia e cosa abbia comportato il modello teutonico adottato all’inizio degli anni Duemila.

LA SITUAZIONE DELLA GERMANIA PRE-RIFORMA – Era una fase di svolta: la Germania si trovava riunificata da poco più di un decennio ed il costo di quell’avvenimento storico aveva fatto schizzare alle stelle deficit e debito pubblico; la globalizzazione era alle porte ed il mercato conosceva un’apertura inedita; l’euro stava per conoscere pratica adozione. Alla crescita di deficit e debito pubblico, ad inizio del nuovo millennio, si unirono crollo del PIL e nascita di 5 milioni di disoccupati.

IL MODELLO TEDESCO – È così che nasce l’esigenza di una riforma del mercato del lavoro, da unire al rilancio industriale e al riordino strutturale del fisco. Per mettere in atto il progetto, Schröder aprì il dialogo con le parti sociali, a costo di giungere all’incontro-scontro. Il fulcro della riorganizzazione doveva risiedere nella flessibilità. A tal fine, quando gli anni Novanta erano ormai al tramonto, la politica tedesca riformò la contrattazione con l’inserimento di innovative condizioni di uscita, tenendo sempre ben presenti le diversità esistenti tra l’ex Germania Ovest e l’ex Germania Est. A questa prima forma di regolamentazione basata sulle peculiarità territoriali, si andò ad aggiungere quella che prevedeva un diverso trattamento in base ai criteri stabiliti dal tipo di mercato (interno ed esterno), dai comparti (industria e servizi) e dal settore con possibilità di deroghe aziendali al contratto nazionale. Ad esempio, per quanto concerne il settore manifatturiero, non venne mai introdotto il contratto a tempo determinato, poiché la Germania era conscia del fatto che il lavoro precario non avrebbe giovato al mantenimento di alti standard in quella fetta produttiva. Questo può suggerire quanto i provvedimenti fossero mirati e tutt’altro che improvvisati.

LE GARANZIE TEDESCHE, DIFFICILI DA APPLICARE IN ITALIA – In più: in Germania vige il salario minimo garantito; un lavoratore part-time può arrivare fino a trentadue ore settimanali (liberamente scomponibili); i contratti a tempo determinato sono illimitatamente rinnovabili; al sussidio di disoccupazione può essere accostata la retribuzione derivante da un “mini-job” (lavori da poche ore mensili, con una retribuzione massima di 450 euro mensili esenti da tasse). Così il lavoro nero viene scoraggiato ed il lavoratore è maggiormente tutelato e supportato, finanche se già beneficiario di contributo statale per la mancanza d’impiego.

GLI INTENTI RENZIANI – Viene da domandarsi se Renzi potrà tenere fede ad una promessa tanto grande. Il Jobs Act, almeno nelle intenzioni, dovrebbe puntare tutto sulla flessibilità, sia rispetto ai contratti che all’organizzazione interna delle aziende. Quello che le evidenze sottolineano è una propensione a ridurre ore di lavoro e stipendi per favorire l’aumento dei posti di lavoro, accompagnata dalla fatale attrazione verso i contratti di solidarietà. Dovremmo attendere per la sentenza circa concretezza ed utilità della riforma renziana ma, al momento, non si può far altro che ribadire la difficoltà insita nel ripromettersi la completa metamorfosi del mercato italiano in “sistema sosia” di quello tedesco.

Sarà davvero un “Jobs Act alla tedesca” o, più deludentemente, si rivelerà un “Jobs Act alla rinfusa”? Il rischio di vedere realizzata la seconda ipotesi sussiste.

About Adalgisa Marrocco

Nata in provincia di Latina il giorno di San Valentino del 1991. Firma di politica e bioetica per diverse testate on-line, raccontatrice per Edizioni La Gru col libro “Supermarket e altri racconti indigesti”, traduttrice, sempre politically scorrect.