Italia, il futuro non abita qui
Italia, il futuro non abita qui

Italia, il futuro non abita qui

Dialogo con Marco, under 40 ricercatore precario da quattro anni presso il Cnr, il Consiglio Nazionale di Ricerca, uno dei fiori all’occhiello del mondo scientifico del nostro Paese. “Mancanza di fondi, pochi concorsi, baronato. Unica salvezza i fondi europei. Molti miei colleghi sono già emigrati”.  

Senza futuro non c’è futuro. Università, ricerca, innovazione, le basi per costruire lo sviluppo e l’evoluzione di ogni popolo, in Italia purtroppo sono settori gravemente penalizzati dall’indifferenza della nostra classe dirigente prima che dalla crisi, dato che i soldi non ci sono mai stati, neppure prima. La storia di Marco è drammaticamente simile a quelle di tanti altri giovani laureati, ben preparati ma dimenticati da quest’Italia disinteressata al proprio avvenire.

1) Il Cnr è una delle realtà più importanti del panorama scientifico italiano. L’Italia purtroppo non è tra i primi Paesi in Europa per investimenti in questo settore e molti giovani sono costretti ad andare all’estero. Qual è la situazione dal punto di vista di un ricercatore che vive dall’interno certe problematiche?

Non è semplice fare ricerca in questo modo e non solo per la mancanza di investimenti. Fare ricerca in maniera competitiva significa individuare alcune aree strategiche sia per rilevanza scientifica che per impatto tecnologico e creare delle relazioni sinergiche fra ricercatori su queste tematiche.
Il ruolo dell’ente dovrebbe essere quello di selezionare ricercatori competenti e di coordinarne il lavoro. Da questo punto di vista c’è molto lavoro da fare e interagire con l’ente non è semplice.
I concorsi sono poco frequenti e il ricorso sistematico al precariato non facilita la crescita dei gruppi di ricerca. Inoltre, vista la totale assenza di fondi per la ricerca stanziati dall’ente, l’unica strada è quella di tentare di accedere a fondi esterni (ad esempio quelli europei).

2) Quali soluzioni, secondo te, per mettere l’Italia alla pari degli altri Paesi europei nel campo dell’innovazione scientifica?

Aumentare gli investimenti portandoli a valori in linea con la media europea. Eliminare, o almeno ridurre, logiche di tipo baronale per l’assegnazione e la gestione dei posti chiave per la gestione delle attività di ricerca (ad esempio per i direttori di istituto). Creare un sistema efficiente per la selezione dei nuovi ricercatori. Penso ad esempio ad un periodo di precariato breve seguito da un concorso fatto in tempi certi.

3) Attualmente quanto può essere conveniente per un giovane ricercatore o laureato italiano andare all’estero per trovare lavoro?

Da un punto di vista formativo una esperienza all’estero è molto importante. Probabilmente però è un viaggio di sola andata.

4) Conosci giovani ricercatori o laureati come te che abbiano deciso di andare a lavorare all’estero?

Molti fra i miei colleghi di dottorato sono andati in Francia.

5) Come vedi la tua vita professionale tra dieci anni, in Italia o altrove?

Attualmente mi trovo in una situazione delicata. Dopo diverse esperienze, sempre nel campo della ricerca, lavoro con continuità al CNR come ricercatore precario da quattro anni. Alla scadenza di questo contratto sarò alla soglia dei 40 anni e con una formazione molto specializzata. In una situazione del genere reinventarsi sul mercato del lavoro, al di fuori della ricerca, è molto difficile.

 

Marco Bombagi

 

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