Il magnifico Venturiello conquista il pubblico tra barba e capelli

Il magnifico Venturiello conquista il pubblico tra barba e capelli

Siamo stati a farci fare la barba da Massimo Venturiello e siamo usciti dal Teatro della Cometa entusiasti, come difficilmente capita a chi di spettacoli ne vede tanti perché “Barberìa, barba, capiddi e mandulinu”, in scena dal 19 al 30 ottobre a Roma, è – semplicemente – un capolavoro!

Il testo di Gianni Clementi è avvincente, ben scritto , mai noioso, un affresco della Sicilia dei primi del ’900 che unisce la capacità di descrizione alla freschezza del dialetto. E Massimo Venturiello non potrebbe esserne un interprete migliore. Grazie alla sua indubbia capacità espressiva e alla sua arte, i 90 minuti di monologo che regge straordinariamente in solitaria, si caricano di colore e di emozione, acquistando carattere e vita e trascinando via il pubblico dalle poltrone per condurlo in un’altra terra e in un’altra epoca.

L’espressività è unita ad un timbro di voce che ricorda quello di Gassman, la mimica è eccellente e l’attore ha un dono quasi camaleontico: ascoltandolo narrare i ricordi del barbiere siciliano Salvatore, mescolati a quelli del padre e dello zio Rosario, ci sembra di vedere sulla scena personaggi sempre diversi. Venturiello, infatti, si cala nella parte così bene che, ad un tratto, vediamo l’anima di quei personaggi e non più solo il volto dell’attore.

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E’ così che la storia “du varveri” (il barbiere) ci conquista poco a poco e lo scorrere del tempo, elemento sempre critico in un monologo, non viene più percepito.  Dimenticato l’orologio, ci si lascia semplicemente trasportare in quest’ambientazione spoglia, connotata unicamente da una poltrona di barbiere, accostata a un vecchio treppiedi con gli attrezzi del lavoro.

A lato del palco, la chicca dello spettacolo: l’orchestra da barba siciliana diretta da Domenico Pontillo, in arte “Compagnia popolare favarese”, composta da Peppe Calabrese (chitarra e voce), Maurizio Piscopo (fisarmonica e voce), Mimmo Pontillo (mandolino), Raffaele Pullara (mandolino), Mario Vasile (percussioni).

Nel complesso dello spettacolo, questo gruppo di talentuosi artisti folk sono un valente lasciapassare che Venturiello, regista di se stesso, sceglie per trasportare al meglio il suo pubblico nel pieno dell’isola dei fichi d’India e delle tonnare. I musicisti chiamati sul palco, non rappresentano un semplice accompagnamento: divengono intimamente parte della storia perché la loro musica si fa traduzione in note delle descrizioni dell’attore – all’occorrenza anche abile cantante con corde da tenore –, creando immagini, suggestioni, rievocando abiti neri di donne d’altri tempi e l’odore delle cassate appena sfornate, mentre gruppi di uomini entrano ed escono dalla barberìa, con le guance lisce e le orecchie inondate di storie.

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E’ in questo clima, seguendo la storia di un barbiere e dei suoi mille segreti, che sfilano nella testa del pubblico le immagini dei nostri emigranti con la valigia di cartone, di boss con la brillantina, di città americane costellate dei primi grattacieli, di coppole e pennelli da barba, di campi dorati e paesini di cent’anni addietro, baciati dal vento. E tutto attorno è scroscio delle onde dell’Oceano, rombo del motore della nave che porta gli italiani lontano dalle loro case e ne riconsegna i figli solo anni dopo, a volte, non sempre, alla bisogna.

E poi gli odori, immaginati anche quelli ma non meno reali, invadono la sala, grazie alla bravura di Clementi e di tutti lì sul palco… C’è l’odore caliginoso delle strade americane, quello acre del sangue, quello salato dei porti, quello forte e buono del Sole mediterraneo, quello dolce di arance rosse e zagare, quello pungente e aromatico del dopobarba, quello aspro delle lacrime di una madre.

Il pubblico applaude spesso, rapito da un menestrello d’eccezione e dall’orchestra che lo accompagna. Così, tra suoni, colori e profumi, scorrono gli anni. Si aprono e si chiudono porte, si succedono le vite, cambiano i tempi e finisce lo spettacolo. Ci alziamo dai nostri posti come da bambini quando ci era piaciuta la favola della buonanotte, rapiti e ammirati dall’antica arte della tradizione orale del raccontare e dalla maestria con cui siamo stati conquistati.

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