Il folle genio di Antonio Ligabue al Vittoriano

Il folle genio di Antonio Ligabue al Vittoriano

Gli occhi di Antonio Ligabue, nei suoi autoritratti appesi nelle sale del Vittoriano di Roma per la rassegna allestita da Arthemisia Group, ci raccontano, fino all’8 gennaio, la storia di un uomo che ha conosciuto, sin dall’infanzia, la povertà, la malattia, l’instabilità affettiva e lo sradicamento.

Artista conosciutissimo del ‘900 nostrano, Antonio Ligabue, è apprezzato dalla critica per quegli elementi di sensazionale espressività del segno che si coniugano – in un binomio apparentemente antitetico – a dei principi di decorativismo manierista.

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Antonio Ligabue, Tigre assalita dal serpente

Il tormento dell’uomo, passato, da piccolo, da una famiglia naturale costretta all’emigrazione ad una famiglia adottiva poverissima che lo condannò al rachitismo e ad una forte carenza vitaminica, è raccontato da quegli occhi di fuoco che conosceranno sin da giovane le strutture psichiatriche e che fissano, ancor oggi, pazzi ed eloquenti, il pubblico, in uno scatto identitario, che può essere colto come l’affermazione di se stesso attraverso il suo unico mezzo di espressione: l’arte.

Quegli occhi penetranti e acuti dei suoi moltissimi autoritratti, fanno il paio con il turbinio delle movenze delle bestie feroci e selvagge dell’altro filone produttivo dell’artista: gli animali, colti perlopiù nel loro ambiente naturale oppure affiancati agli uomini nel lavoro dei campi.

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Antonio Ligabue, Autoritratto con cane

Ligabue, incompreso dagli uomini fino al suo incontro con uno dei fondatori della Scuola Romana, Marino Renato Mazzacurati, che lo ospiterà nella sua casa e gli insegnerà ad usare i colori ad olio, ha modo di appassionarsi alla natura nel biennio 1928-1929, periodo del suo isolamento tra le golene del Po, quando vive come un selvaggio tra i boschi, lontano dalla società da cui si sente reietto, dedito unicamente ad osservare l’incedere lento o guizzante di animali e volatili tra i rami.

Mazzacurati, apprezza i suoi schizzi e gli fornisce una possibilità di emergere. Ligabue la sfrutterà tutta. Sentendosi finalmente apprezzato da qualcuno e riconosciuto quantomeno come artista, se non come uomo, si impegna nella sua arte redentrice e catartica. L’isolamento emotivo però, insieme alla sua incapacità di creare dei legami profondi a causa della sua stranezza di fondo, rimarrà sempre una cifra predominante della sua arte che, dalla critica, viene definita primitivista, presentando caratteri di staticità ed ingenuità che lasciano però intendere, sin da subito, una netta sensibilità creativa.

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Antonio Ligabue, Otto cavalli con temporale

La figurazione del Ligabue del primo periodo di produzione, quella degli anni ’20, è perlopiù piana, non conoscendo una linea netta di contorno per le figure, mentre i colori risultano poco accesi.

Nell’arco dei 40 anni di lavoro artistico che si snodano lungo le sale dell’Ala Brasini, osserviamo però il progressivo vivacizzarsi della sua tavolozza di oli, la comparsa di tratti di più energici a delineare le figure, insieme al netto aumento della matericità delle opere.

Insieme alla presenza immutabile del suo viso scavato dalla solitudine e dal disagio mentale, si moltiplicano gli animali, rappresentati via via in modo più espressivo ed energico, colti in pose plastiche nello scatto della lotta o nell’intrico della vegetazione. Il tratto si fa vorticoso e, contemporaneamente, aumentano gli arabeschi decorativi, ubicati o nelle foglie delle piante, oppure nei vestiti, o nelle facciate delle case e dei castelli degli ultimi anni dei suoi lavori.

Se il Ligabue degli inizi è un Ligabue ancora acerbo, quello degli ultimi anni subisce il calo tipico di chi, su pressione della committenza produce troppo, oltre il tempo a disposizione, ed è per questo che la fase migliore dell’artista si colloca indubbiamente nel periodo intermedio dei suoi 40 anni di lavoro, quando i temi sono più vari, non ha più bisogno dei bozzetti per far fronte alle pennellate, e il vigore del suo genio espressivo è al culmine.

Una mostra da vedere per conoscere un genio dell’arte del nostro ’900, ma soprattutto per calarsi nei tormenti di uomo solo e solitario, incompreso e folle, desideroso d’amore e straziato nell’animo, cercato dai committenti ma privo di affetti.

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