I POLIZIOTTI A FARE I POLIZIOTTI? UN MITO, COME L’ARABA FENICE. E A NAPOLI RESTA EMERGENZA

Consapevoli della drammatica situazione dell'ordine pubblico nella capitale del sud qualche settimana fa ci eravamo domandati su questa rivista se non era il caso – invece di esportare la democrazia in Irak, Libano e Afghanistan – di importare un po' di legalità nel mezzogiorno. Adesso il governo si sta muovendo anche se deve fare i conti con i limitati organici delle forze dell'ordine. Ma intanto si scopre, da un comunicato sindacale, che ben venticinquemila poliziotti sono tranquillamente occupati negli uffici in compiti amministrativi anziché essere impegnati nel contrasto alla criminalità. E questo nonostante una legge stabilisca espressamente che tali compiti devono essere affidati al personale civile e non a quello di polizia. Una legge del 1981 mai applicata; e, probabilmente, destinata a rimanere tale. Nonostante qualunque emergenza. Sull'argomento pubblichiamo un intervento, sul filo dell'ironia, inviatoci da un'operatrice del Ministero.
                                                                           Intervento di Greta Zelle

A seguito dei gravi fatti di Napoli i sindacati confederali di Polizia, con un documento congiunto, "denunciano" la presenza di almeno 25.000 operatori della Polizia di Stato negli uffici, ad occuparsi di mansioni amministrative, contabili e patrimoniali che dovrebbero, secondo quanto disposto dall'ormai arcinoto articolo 36 della legge 121 – una legge emanata nel lontano 1981 – essere svolte dagli impiegati civili del Ministero dell’Interno.

Da qui, per rafforzare l’impegno dei suddetti sindacati, la richiesta al Ministro Amato e al Vice Ministro Minniti di aprire un tavolo di confronto sulla materia.

La teoria. – Non riesco a trattenermi dalle risa. Per me, dipendente dell’amministrazione civile del Ministero dell’Interno, l’articolo 36 della 121 è come un amico di famiglia o un vecchio zio. Puoi stare mesi o anni senza vederlo o sentirlo, inevitabilmente in occasione di ricorrenze come un matrimonio, una comunione o un funerale ti ricapiterà tra i piedi, appena un po' invecchiato, e ti racconterà, come se fossero avvenute il giorno prima, storie antichissime che conosci fin troppo bene.
Chissà, forse venticinque anni sono pochini per dare applicazione ad una legge, regolarmente approvata dal Parlamento, che peraltro, in altri aspetti, ha trovato piena attuazione. Comunque, riporto testualmente: "All’espletamento delle funzioni di carattere amministrativo, contabile e patrimoniale, nonché delle mansioni esecutive non di carattere tecnico ed operaie si provvede con personale appartenente ai ruoli dell’Amministrazione civile dell’Interno". Pare facile. Invece….

La realtà. – Veniamo ai fatti. Allo stato attuale, la convivenza in moltissimi uffici del Ministero dell’Interno tra personale civile e della Polizia di Stato è un dato di fatto, con percentuali leggermente oscillanti, a seconda dei momenti storici, a favore di una categoria o dell’altra, ma sostanzialmente costanti ed equivalenti.
Ogni tanto ci sono dei movimenti di moralizzazione, a seguito dei quali 3 o 4 poliziotti vengono trasferiti in commissariati e questure varie, salvo poi, dopo pochi mesi, migrare nuovamente verso più confortevoli sistemazioni. Le motivazioni? Condivisibili, ma tutte di carattere personale. Qualche esempio? Gli orari di lavoro, spesso imprevedibili nei reparti operativi, che impediscono di essere a casa durante le feste comandate; i turni, che, ahimé, comprendono le notti; e, non ultime, le considerazioni di carattere economico, perché negli uffici, oltre a stare al calduccio, è facile accumulare 50 e passa ore di straordinario al mese (parliamo di oltre 400 €), mentre in servizio di ordine pubblico, o alle prese con migliaia di stranieri vocianti e stremati da file di giorni, o su una volante, con il rischio di incappare in una sparatoria in qualunque momento, è ben più difficile, no?
Qualcuno suggerì, almeno per colmare le disparità di ordine economico, che i servizi tipicamente di polizia venissero compensati da un’indennità, che sarebbe stata anche un incentivo alla migrazione volontaria verso i settori operativi, cronicamente con carenze di organico. Ma ad oggi, non se ne è ancora fatto nulla.
In sostanza il Ministero dell’Interno, nella stragrande maggioranza dei suoi insediamenti, registra la stabile convivenza tra le categorie dei dipendenti civile e dei poliziotti, distribuendo con equità il lavoro e le competenze. Non altrettanta equità vi è, invece, nelle retribuzioni: due colleghi di lavoro e di stanza (uno poliziotto e uno no), che magari condividono responsabilità e impegni, si trovano ad avere due stipendi molto diversi, con ovvio disagio di chi ha di meno e non riesce a spiegarsi perché.

Cosa c'è dietro. – Naturalmente a tutte queste obiezioni sono state, nel corso degli anni, fornite molte risposte, prima fra tutte la carenza del personale civile. Ma se non sbaglio, costa molto di più assumere un poliziotto che un civile, eppure di assunzioni nei ruoli del personale civile non se ne parla da anni. Ma riflettiamoci un attimo: le assunzioni di poliziotti denotano preoccupazione per la sicurezza e la legalità mentre le assunzioni di dipendenti pubblici sono sinonimo di spreco e favoritismo; gonfiano i ruoli del pubblico impiego improduttivo, come oggi si suol dire. E un governo che giustamente tiene alla sua immagine preferisce evitarle.
Altra spiegazione: dopo anni di servizio attivo, ad una certa età, afflitti da malattie dipendenti dai disagiati servizi prestati, non hanno gli operatori di Polizia diritto ad un impiego meno impegnativo, almeno dal punto di vista fisico? Certo, ma viene spontaneo domandarsi se abbiamo ben 25.000 poliziotti semi-invalidi, anziani e stanchi in servizio. E con tali risorse come possiamo solo pensare di organizzare una lotta alla criminalità delle cosche, non dico di realizzarla?

Meglio riderci sopra. – Ecco perché il documento dei sindacati mi fa sorridere. Nell’attesa delle "soluzioni strutturali" (cito sempre dal documento congiunto dei confederali) mi dedico ad attività ben più serie: sono le 10,30, ed è obbligatorio per ogni buon impiegato pubblico, consapevole del proprio ruolo, delle proprie mansioni, dell’importanza che riveste nella elefantiaca macchina burocratico-amministrativa di cui si onora di fare parte, andare a pigliarsi un caffè. Domani è un altro giorno.

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