Cosa resterà di questo Primo Maggio

Cosa resterà di questo Primo Maggio

Tra malcelata rassegnazione e promesse da campagna elettorale, ecco cosa rimane di questo Primo Maggio

 

di Adalgisa Marrocco

 

operaio_lavoro_fabbricaIn tempi di Jobs Act, sarebbe ideale poter organizzare un Job’s Party coi controfiocchi, con giovani che trovano il posto fisso dei loro sogni e lavoratori che il posto non lo perdono più. Invece il cielo si è tinto ancora una volta di grigio, anche durante questo Primo Maggio.

A gettare una secchiata d’acqua gelata sulle teste degli italiani è stata l’Istat che, giusto alla vigilia della Festa dei Lavoratori, ha diffuso i dati provvisori sulla disoccupazione relativi a marzo 2014. I numeri sono preoccupanti: tasso di disoccupazone pari al 12,7%, in calo dello 0,1% se confrontato ai dati di febbraio 2014, ma in aumento di un ingombrante 0,7% rispetto all’anno scorso. Nella fascia d’età 15-24 anni, i disoccupati sono quasi uno su due.

La reazione del governo è quella di una presa d’atto. Il ministro del Welfare Giuliano Poletti ha commentato: «Il tasso di disoccupazione è ancora drammaticamente elevato, soprattutto tra i giovani. L’impegno prioritario del governo deve essere quello di attuare interventi che possano favorire la ripresa economica e stimolare la crescita dell’occupazione […] il Parlamento provveda ad assicurare un rapido iter alle misure».

Insomma, nessuna presa di posizione coraggiosa dalle parti dei palazzi, mentre una nota malinconica percorre la voce dei sindacati. «Il Primo Maggio è ormai all’insegna della disoccupazione più che del lavoro. Lavoro che non c’è, soprattutto per i giovani», queste le dichiarazioni del segretario generale della Cgil Susanna Camusso durante la presentazione del XVII Congresso sindacale.

Una Festa del Lavoro che è sembrata tingersi di malcelata rassegnazione, intervallata da promesse tipiche delle campagne elettorali. Non bastano manifesti che gridano buoni propositi, se i committenti di quel messaggio fanno orecchie da mercante.

Una Festa del Lavoro che cade proprio in giorni in cui vivo è il dramma del settore siderurgico: partendo dalla (fino a poco tempo fa) trascurata crisi di Piombino, passando per le Acciaierie di Terni, fino al mancato varo di piani di bonifica per Taranto. Si tratta del dramma di lavoratori che, vedendo chiudere le loro fabbriche, perdono stipendio ed agevolazioni, vedono cancellare l’identità di città a vocazione industriale, assistono alla vittoria facile delle multinazionali sull’imprenditoria di questo Paese.

Già otto anni fa, lo scrittore Aldo Nove nel suo Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese scriveva: «Siamo ancora tutti, nostro malgrado, dei bambini. Nel Medioevo, a quattro anni si andava nei campi a lavorare. Avete presente le raffigurazioni medioevali delle vite nei campi? Non ci sono bambini. O meglio, ci sono. Li si riconosce dalla statura più bassa. I nani sono i bambini. Un pittore in vena di umorismo macabro potrebbe invertire e attualizzare i ruoli. Fare un ritratto di una metropoli piena di bambini. Quelli molto bassi sono i bambini. Quelli più alti sono i bambini con diverse decine d’anni. Qualcuno dirà che è un’esagerazione, che ci sono quarantenni sistemati e integrati. Sono pochi. Davvero molto pochi. E quelli che non si sono integrati non sono certo solo gli sfaticati, gli sfigati. Non quelli che non hanno studiato. Non quelli che voglia di lavorare non ne avevano».

Siamo bambini nell’imprescindibile speranza di crescere, al più presto. Nella speranza di festeggiare un nuovo Primo Maggio.

About Adalgisa Marrocco

Nata in provincia di Latina il giorno di San Valentino del 1991. Firma di politica e bioetica per diverse testate on-line, raccontatrice per Edizioni La Gru col libro “Supermarket e altri racconti indigesti”, traduttrice, sempre politically scorrect.

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