Claustrofobia, dalle banche #MaiNaGioia

Claustrofobia, dalle banche #MaiNaGioia

Locandina dello spettacolo ( pagina Facebook ufficiale del gruppo)

 

Un cliente truffato, un funzionario senza scrupoli e un capo irresponsabile. Potrebbero essere i protagonisti di una drammatica vicenda di cronaca, di quelle che si commentano leggendo di scandali bancari e finanza predatoria. Invece sono brillanti attori di uno spettacolo ben riuscito, che fa pensare sorridendo e porta sul palco un tema spinoso e attualissimo.

Al Teatro 7, dal 27 settembre al 9 ottobre, ci si chiude in un caveau assieme a Fabrizio D’Alessio, Andrea Dianetti e Gabriele Carbotti soffrendo con loro di Claustrofobia, il titolo dello show, tra crisi di panico e crisi di liquidità. La paura di uno spazio chiuso è anche quella del confronto ravvicinato con colpe e meschinità, con la disperazione propria e altrui. Pedine della stessa folle scacchiera, i nostri antieroi moderni riassumono in sé le figure sia della vittima sia del carnefice.

Il meno colpevole di tutti, a dire il vero, sembra paradossalmente l’unico con un’arma in mano: il ristoratore improvvisatosi rapinatore dopo essere stato spogliato di ogni risparmio dalle solite, famigerate obbligazioni spazzatura. Carta marcia spacciata per oro dal funzionario manipolatore che, per amara eterogenesi dei fini, si riduce anch’esso senza un soldo dopo aver riposto fiducia nel sistema che credeva di padroneggiare. Da questo perfido gioco di raggiri non si salva neppure il figlio raccomandato e ignorante del presidente, che in un sussulto immotivato di dignità origina la catastrofe.

Immoralità e disinteresse si sovrappongono poi nel desiderio di redenzione, di un perdono che non può arrivare se non in forma grottesca e caricaturale, pregando in mutande e canottiera una catasta di banconote, le sacre icone 2.0. E così non si può far altro che andare avanti in qualche modo, sopravvivere in un sistema infernale che non viene, pur criticato, mai messo seriamente in discussione.

Perchè sarebbe come bestemmiare l’unico Dio del nostro tempo. L’unico possibile nel caveau della nostra società, una gabbia senza sbarre dalla quale non vogliamo uscire.

 

Marco Bombagi 

 

 

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