Il SOCIALISMO COME LIBERTA’

Carlo Vallauri presenta il libro di G. Pecora su Salvemini.

(29 Ottobre 2012)          di 
Gaetano Pecora in Socialismo come libertà. La storia lunga di Gaetano Salvemini (Donzelli) compie una attenta ricostruzione del percorso culturale di una delle maggiori personalità dell’Italia democratica nel secolo scorso. Il pensatore meridionalista è stato infatti un tenace sostenitore di una idea di libertà compiuta mediante soluzioni sociali di chiaro segno socialista. Un “amore giovanile” – come lo definisce l’autore del libro – quello per il socialismo derivato da una visione della lotta di classe al di là della interpretazione marxista e cioè fondata sul proletariato organizzato attraverso esperienze via via rinnovate. Eppure, fa notare Pecora, Salvemini tornava (in senso storicistico) a Mazzini “internazionalista” nel senso di una “associazione universale” di popoli liberi. E sin dalle prime pagine questo nodo centrale è affrontato e chiarito soprattutto sul piano dell’educazione quale premessa per l’emancipazione delle classi in lotta. Così il “lungo” percorso, minutamente descritto e illustrato, diviene una testimonianza ininterrotta dell’impegno diretto del grande studioso pugliese. La visione della democrazia, considerata quale garanzia “maggiore” per i cittadini assume così il ruolo preminente nella concezione politica fondata sul suffragio universale e contemporaneamente sul “rinnovamento economico” visto come “abolizione o riduzione graduata” del protezionismo industriale, contro il quale egli combatté per tutta la vita, distinguendosi con posizioni che sapevano distinguere le esigenze di difesa degli interessi delle classi diseredate da ogni generico populismo. La realizzazione di un “programma democratico” presuppone, nella lettura che egli faceva dell’Europa avviata “alla prima guerra mondiale, una ispirazione rivolta al miglioramento delle condizioni sociali e alla tutela organica dei diritti individuali. Da qui veniva quella critica al sindacalismo quando questa forza organizzata finiva per essere subordinata agli interessi del potere monopolistico. E ne parlava specialmente in riferimento all’azione svolta nel’Italia settentrionale dal fronte sindacale, come ripetutamente scrisse in senso polemico. Si trattava cioè di liberare il proletariato dai vincoli che ne impedivano, a suo parere, il pieno dispiegamento dalle aspirazioni profonde. Di un Salvemini “uno e due” si è parlato perché effettivamente egli tenne a definire una linea di “demarcazione”, come la chiama Pecora, tra libertà economica nettamente intesa e sua negazione, quando non si sviluppava una politica di reale democrazia, a cominciare dal rispetto della indipendenza del potere giudiziario. Naturalmente le tesi manifestate nel corso di un “lungo corso” di attività politica e di studio, rivelano una complessità di posizioni nello svolgersi dei mutamenti via via verificatisi nei conflitti sociali e nelle contese per il potere, analizzato nella sua realtà concreta. La funzione del mercato assume di fatto un ruolo condizionante che Pecora esamina anche nello studio del rapporto tra Salvemini ed Ernesto Rossi, l’altro studioso che nel secondo dopoguerra continuerà a svolgere una critica illuminante nel denunciare abusi, deviazioni e degenerazioni che dall’inizio del Novecento all’età successiva avevano caratterizzato l’economia italiana. La “critica al capitalismo” espressa dal suo sodale amico fu un argomento sul quale Salvemini ebbe a riflettere a lungo. Le campagne dirette a sostenere e garantire un realistico approccio alla rivendicazione dell’eguaglianza economica hanno costituito una esperienza attraverso la quale emergevano i limiti stessi nei quali incorre la democrazia quando essa non ha modo di esplicarsi nei fatti. Su questo versante l’osservazione concreta del divenire storico indusse lo studioso a considerare la democrazia come “il minore dei mali”, in una affermazione rispondente alla stessa nota definizione di Churchill. L’osservazione (1935) che “gli elettori raramente scelgono i migliori”, in quanto normalmente “scelgono i mediocri”, oggi (2012) si può rilevare di scottante attualità per l’Italia. Aggiungiamo che particolare attenzione merita la copiosa e precisa bibliografia, sì da fare di questo libro uno dei più completi apparsi in questo periodo sul pensiero salveminiano. Naturalmente, tra i tanti argomenti trattati, Pecora non manca di ricordare la contesa per il giudizio sul politico Giolitti espresso dallo scrupoloso studioso, che “dovette dolorosissimamente ricredersi” a proposito di giudizi precedentemente espressi. Ne parlò anche nelle Lezioni di Harvard, di fondamentale rilievo. A questo proposito l’autore della presente nota tiene infine a ricordare come (1997) in quella prestigiosa università ebbe modo – negli scorsi anni Novanta – di incontrare un allievo del nostro grande esule, e di risalire così alle letture allora da lui compiute.
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