Barbareschi, chef dell’Anatra all’Arancia

Barbareschi, chef dell’Anatra all’Arancia

di Federica Picotti

Sembrerebbe il trionfo dell’amore la rivisitazione che Luca Barbareschi fa della sua Anatra all’arancia nello spettacolo in scena al Teatro Eliseo di Roma dal 13 all’8 gennaio.

Tratto dal testo anni ’60 dello scozzese William Douglas Home, Barbareschi, grazie a un cast d’eccezione composto da Chiara Noschese, Gianluca Gobbi, Margherita Laterza ed Ernesto Mahieux, racconta, attualizzandolo, un amore che va oltre e che non si rassegna al tradimento rinnovato negli anni.

Gli attori, bravissimi, sosterranno per due ore buone, un testo dal ritmo vorticoso ed energico rendendolo sferzante e divertente, accompagnando così il pubblico alla scoperta dell’intimità un ménage coniugale ormai logoro, il cui peso grava su una moglie stanca che, ad un tratto, decide di capovolgere le sorti del proprio matrimonio nella speranza di riprendere in mano la sua vita, per darsi insieme la possibilità di essere amata “come si deve”.

Gilberto e Lisa, i protagonisti della storia, sono usurati dalla routine di quindici anni di matrimonio, corrosi dalle bugie e dagli egoismi di un marito inaffidabile e propenso al tradimento.

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Lisa, ormai esasperata, finisce per innamorarsi di un altro uomo, Volodia, che è tutto l’opposto di suo marito. D’animo nobile, gentile, presente e premuroso, quell’uomo romantico, che ha scelto di trascorrere la sua vita in Lucania, diventa, agli occhi di Lisa, il principe azzurro tanto sognato e la donna intende rifarsi una vita insieme a lui.

L’orgoglio di Gilberto non può accettarlo e il marito fedifrago farà di tutto per operare un contrattacco organizzando un week-end a quattro, in cui Lisa e l’amante staranno insieme a lui ed a Chanel Pizziconi, la sua avvenente segretaria, sotto gli occhi di una sempre più interdetto cameriere, personaggio silenzioso e apparentemente inerte che però si rivelerà il taciturno deus ex machina di tutta la commedia.

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Attraverso una comicità dal ritmo serrato, quasi instancabile, generatrice di serie risate, Barbareschi tenta, con ironica  leggerezza, di addentrarsi, senza annoiare o appesantire lo spettatore, in sottoboschi psicoanalitici.

Spesso, nella pièce, si intravedono elementi simbolici: dall’anatra che funge da lume, sempre presente in primo piano  sulla  scena, ai mazzi di fiori che Gilberto regala ad ognuno dei protagonisti, compreso se stesso, proprio quel se stesso che non pochi guai gli ha procurato e da cui tenta di uscire per andare alla reconquista di quello che ora gli appare come l’unico vero tesoro: l’Altro da sé.

Nonostante le bugie, le incomprensioni, i tradimenti e gli affanni, possiamo proprio dire che l’amore trionfa in questa commedia perché, davanti ai nostri occhi, su quel palco, un uomo e una donna riescono finalmente a sentirsi un “noi”, senza inutili fronzoli e false aspettative, accettandosi per quello che drammaticamente e giocosamente sono, nella propria imperfetta naturalezza.

La regia di Barbareschi evita sdolcinature di qualsiasi genere e, pur rimanendo ancorata ad una visione dei ruoli  della coppia tradizionale, riesce a mettere in discussione un egocentrismo maschile standardizzato, per far posto, in modo discreto e quasi  accennato, a nuovi sentimenti di tenerezza e cordialità.

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