Contrappunti, dir. resp. Giancarlo Fornari







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PAOLO LEON, STATO, MERCATO E COLLETTIVITA' PDF Stampa E-mail
articolo
Le 185 pagine di questo libro ci conducono in un viaggio lungo i sentieri dell’economia moderna, sempre più colonizzata dai monetaristi e dai fautori dello Stato debole e del welfare minimalista. Quella di Leon è una lettura dei fatti economici “da sinistra”, dove sinistra sta per apertura verso valori ormai obsoleti come il solidarismo, la parità dei punti di partenza, la progressività fiscale, lo sviluppo sostenibile. “Da sinistra” non per motivazioni ideologiche, per “buonismo”, ma come conseguenza dell'analisi economica: perché la solidarietà, il welfare universale, la tutela sindacale dei lavoratori non solo non sono incompatibili con la crescita ma, al contrario, sono politiche premianti anche sotto questo punto di vista.

L'imperativio è arricchitevi
Una lettura controcorrente, quella di Leon, in una fase in cui l'egoismo, da sentimento una volta riprovevole, è elevato a regola di governo. Illuminante la reazione di un autorevole politico dell’Alabama di fronte alla richiesta di stanziamenti per assistere le popolazioni colpite dall'uragano Katrina: “Niente in contrario a che lo Stato cerchi di aiutare i più deboli, purché non lo faccia attingendo alle nostre tasche”. E' in fondo la tesi della Thatcher: “Non esiste niente che possa chiamarsi società, esistono soltanto individui in lotta tra loro.”
Il pendolo della storia, che si muove di continuo tra supremazia del mercato e supremazia dello Stato, in questa fase sta dichiaratamente dalla parte del mercato. Tramontate le grandi illusioni del dirigismo sovietico e della programmazione democratica è giunta l'apoteosi del mercato come il mondo della libertà, in cui le forze economiche debbono potersi confrontare senza lacci e lacciuoli all'insegna di un solo imperativo: “Arricchitevi”. E' ciò che è successo nel nostro paese, in cui alla fine però si è visto che una persona si è arricchita più di tutti (e insieme a lui i gestori dei grandi gruppi monopolisti, i manovratori delle rendite, gli scalatori delle imprese grazie ai soldi prestati dalle banche amiche, gli speculatori sul cambio lira/euro) mentre tutti gli altri si sono impoveriti, e oggi cominciano a pensare che un po' più di Stato non sarebbe poi un'idea malvagia. Anche la natura si vendica, perché i disastri provocati dall'uragano Katrina non sarebbero stati così gravi se il Presidente americano non avesse tagliato i fondi per la manutenzione delle dighe e la protezione civile e non avesse inviato in Irak la Guardia nazionale. Alla lunga, lo Stato minimo dei conservatori alla Nozik, chiamato in causa solo per ovviare alla legge di Hobbes dell'homo homini lupus, non è neanche in grado di assolvere i suoi doveri minimali.

Necessità dello Stato
Ma la tendenza a minimizzare lo Stato, avverte Leon, non nasce solo dall'egoismo oltranzista, rappresenta anche una reazione contro i timori di deviazioni autoritarie e, peggio, degli orrori del nazismo o dei gulag. Si pensa così che il migliore degli antidoti dello Stato assoluto sia il mercato: tanto più questo è aperto e libero tanto minore è il potere nelle mani dello Stato; la tirannia sarebbe contrastata dall'egoismo individuale e non sarebbe possibile manipolare le masse.
A torto, però, perché “è sbagliato contrastare un male con un altro male”. E d'altra parte un mercato anti-statale, e perciò anti-democratico, non distrugge affatto il mostro, anzi lo crea. Quando lo Stato è sostituito dal mercato, poiché questo prima o poi è destinato a fallire, “la società è spinta a ricercare nuove forme tiranniche di Stato.”
Al di là del mercato esiste sempre un interesse collettivo, anche se difficile da identificare. Lo Stato è in rapporto con questo interesse collettivo, non è solo un male necessario per consentire al mercato di funzionare. Leon ci insegna che il tentativo di sostituire il mercato allo Stato può essere considerato una delle cause sia delle grandi crisi finanziarie dei paesi a medio reddito, in America centrale e meridionale e in Estremo oriente, sia della reazione sociale, spesso di natura fondamentalista, in tante parti del mondo in via di sviluppo.
Lo Stato è invece necessario per svariati motivi, come ad esempio salvaguardare il progresso tecnico, contrastare i monopoli, regolare moneta e credito, finanziare gli investimenti in settori non di mercato (istruzione, sanità, previdenza, assistenza, ricerca. ambiente, cultura), tutelare l'ambiente. E' sempre solo lo Stato che può favorire la corretta allocazione del credito, in quanto il sistema bancario lasciato a se stesso tende a produrre degenerazioni (il patrimonio cui legare l'attività d'impiego può ad esempio essere creato artificialmente dalla stessa banca, dando occasione a un'imponente ondata di prevaricazioni, all'emergere di gruppi di pressione, alla corruzione del mercato. “Se si voleva progettare una dinamica darwiniana, questa è forse la forma più adatta per la sopravvivenza del più forte – o del più corrotto”. Parole – detto di passaggio - che si adattano in modo perfetto alla situazione attuale del sistema italiano);

La riduzione del welfare non è indice di modermità
Accanto allo Stato c'è un altro soggetto indispensabile per un corretto sviluppo dell'economia, ed è il sindacato. “Se, infatti, il potere imprenditoriale fosse così forte da non retribuire i lavoratori almeno in relazione all'aumento della produttività (...) la domanda effettiva, il tasso di crescita e lo stesso tasso di profitto ne soffrirebbero”. “Gli imprenditori hanno bisogno del sindacato come ciascuno di noi della vaccinazione”.
E anche le polemiche sulla sostenibilità dello Stato sociale sono infondate. Sbagliata, in particolare, è la convinzione che il welfare universale sia in rapporto di sostituzione con la crescita (e che, quindi, le maggiori risorse destinate al welfare in Europa siano la causa della minor crescita della nostra economia rispetto a quella americana). La scelta del welfare universale è preferibile, anche qui, non per spirito solidaristico o per astratte motivazioni equitative ma proprio perché un'istruzione diffusa, un'assistenza sanitaria generalizzata e un'efficace protezione dalla disoccupazione sono un fattore di crescita e non un freno allo sviluppo.
Come ribadisce Leon, “la grande innovazione sociale del XX secolo, lo Stato sociale universale, è forse l'unica struttura capace di ridurre il pericolo autoritario che deriva dall'autonomia dello Stato, proprio perché creatore di diritti di cittadinanza”. “La riduzione del welfare universale non è, perciò, indice di modernità ma un cedimento a tentazioni autoritarie foriero di esclusioni sociali. In un'economia che cresce più rapidamente della popolazione le risorse sono normalmente disponibili per finanziare lo Stato sociale; se l'economia non cresce, la responsabilità è degli Stati, che hanno gli strumenti necessari per finanziare la crescita compatibile con il welfare universale e la democrazia”
Nonostante si muova su un terreno squisitamente teorico il libro non è privo di commenti stimolanti sull'attualità. Tra i quali i più importanti ci sembrano due, il primo che riguarda il debito dei paesi del terzo mondo, il secondo la politica economica dell'Unione europea.

Un nuovo sfruttamento
Se un paese povero acquista beni e servizi del paese creditore, questi non ha diritto né all'interesse né all'ammortamento del prestito, che deve perciò trasformarsi in dono. Infatti grazie a queste esportazioni nel paese ricco crescono i profitti e il reddito, e quindi se questo paese pretendesse il pagamento del servizio del debito lucrerebbe due volte ai danni del paese povero. In quest'ultimo si ridurrebbe la domanda, e l'economia mondiale non migliorerebbe. “Questa è la ragione principale per cui va annullata la maggior parte dei debiti dei paesi poveri”.
Quanto all'Unione Europea, questa ha fatto propria una singolare dottrina: nel considerare l'eventualità delle fluttuazioni cicliche, raccomanda che i governi degli Stati membri puntino al pareggio del bilancio, così da poter utilizzare risorse in deficit quando all'orizzonte compare una crisi. Ma una politica di pareggio del bilancio, rispetto a deficit precedenti, riduce il tasso di crescita, aumenta la disoccupazione, determina esclusione e fa operare al contrario il moltiplicatore keynesiano.

Un patto di stabilità che nuoce allo sviluppo
Il percorso consigliato per ridurre il bilancio pubblico al pareggio tende sia a erodere lo Stato sociale sia a ridurre la spesa pubblica per i capitoli che non si autofinanziano (cultura, ambiente, sicurezza...). Di fatto, la scelta è quella dello Stato Minimo. Una scelta, argomenta Leon, che può essere legata solo alla creazione della moneta unica e all'ambizione di fare di questa una moneta di riserva. Di qui l'obiettivo della stabilità del cambio euro/dollaro. Ma per questo sarebbe necessario sia adeguare a quelli americani i modelli di finanziamento delle attività produttive e di welfare sia costruire un grande mercato dei capitali, dandosi politiche monetarie e di bilancio orientate al pieno impiego. Ma se deficit e debito sono vincolati le politiche espansive non sono possibili e “il patto di stabilità rimane prigioniero di un circolo vizioso”. (g.f.)
G. Giappichelli editore, Torino 2003 – pag. 185, euro 15





COSE DA NON CREDERE, VOGLIONO SOPPRIMERE L'ISAE: TROPPO INDIPENDENTE
(29.5.2010) Nella manovra appena varata dal Governo è prevista la soppressione dell'ISAE, il benemerito istituto di analisi economica autore di periodiche ricerche sui temi dell'economia pubblica, delle pensioni, del fisco. Una decisione che farebbe perdere per sempre la preziosa attività svolta dell'Istituto e l'insostituibile ruolo che, anche a ragione della sua indipendenza, esso svolge nell'alimentare la ricerca e nel supportare le conoscenze e le scelte dei policy maker. Chiunque condivide questa valutazione e ritiene che l'amministrazione pubblica non possa privarsi di uno dei suoi centri di eccellenza, può sottoscrivere l'appello contro la chiusura dell'ISAE, cliccando su questo link.
LA FALSA DICHIARAZIONE DELL'EX MINISTRO. POST IT PER L'AGENZIA DELLE ENTRATE
(4.5.10) Cara Agenzia delle entrate, che lo Scajola - non per niente elogiato da Berlusconi, all'atto delle dimissioni, per il suo esemplare “senso dello Stato” - abbia comperato un lussuoso appartamento pagando in nero 800.000 euro, come oramai sembra assodato, è un  fatto di tale gravità da produrre un vero e proprio allarme sociale. Perché sapere che un ministro ha potuto mettere in atto tranquillamente un comportamento evasivo di questa fatta e che in 4 anni – dicesi quattro anni – voialtri non siate stati capaci di fare uno straccio di accertamento di valore a fronte di uno scarto così eclatante tra valore dichiarato e valore di mercato, autorizza chiunque a pensare - nella migliore delle ipotesi - che in questa materia qualunque evasione sia possibile. Oppure - nella peggiore delle ipotesi - che i controlli siano, per così dire, "personalizzati". L'ufficio stampa della procura della Repubblica si è affrettato a comunicare che lo Scajola non è indagato. E si capisce, non si tratta di illeciti penali ma fiscali. Ma proprio per questo tranquillizzerebbe l'opinione pubblica se l'ufficio stampa dell'Agenzia delle entrate, così solerte nell'informarci un giorno sì e uno no delle grandi imprese antievasione del suo plurincaricato Direttore, si affrettasse a farci sapere che è stata aperta un'inchiesta per accertare qual è effettivamente l'illecito fiscale commesso in questo caso e per applicare le relative sanzioni. Ma per fare qualcosa del genere ci vorrebbe il coraggio che evidentemente manca. E quindi zitti fino alla prossima conferenza stampa con il solito bla bla sui fantastici successi della politica antievasione. Alla fine. temiamo, la pratica sarà chiusa con un orecchino, come con Maradona.
SMOLENSK, COME CI FOSSE STATO STALIN  A PILOTARE QUEL TUPOLEV
(11.4.10) C'è la mano di un feroce destino dietro il disastro dell'aereo che trasportava in Russia – per la commemorazione dell'eccidio di Katyn – buona parte dei gruppi dirigenti polacchi. A Katyn, come solo dopo mezzo secolo furono costretti ad ammettere i russi, le truppe di Stalin avevano massacrato, nascondendone i cadaveri nelle fosse, migliaia di giovani ufficiali dell'esercito polacco fatti prigionieri all'inizio della guerra. Le stesse truppe di Stalin che qualche anno dopo rimasero schierate alla periferia di Varsavia, rimanendo deliberatamente a guardare, mentre i partigiani polacchi a mani nude, morendo come mosche, si rivoltavano contro le truppe naziste, e l'intera città veniva rasa al suolo. In entrambi i casi bisognava distruggere, o lasciare che venissero distrutti, i quadri dirigenti di un popolo che il comunismo si rendeva conto di non poter assimilare. Che adesso – per ricordare quell'eccidio – siano stati decimati un'altra volta i quadri dirigenti della nazione polacca, sembra quasi un nuovo orribile delitto del sanguinario padrone del Cremlino.
COSE DA NON CREDERE, ORAMAI LA LINEA LA DANNO I BULLI DELLA LEGA
(9.4.2010) In quanto seguaci del buddismo zen, che invita ad accettare semplicemente che le cose accadano e a non discriminare il reale tra bello e brutto, buono e cattivo, ci siamo astenuti dal giudicare i risultati elettorali.  Ma certo non è incoraggiante sapere che mentre metà del territorio è in mano alla criminalità, buona parte dell'altra metà è in mano ai razzisti e fascisti. Ora benedetti anche dal Vaticano (politique d'abord, bien entendu) perché fanno la faccia feroce, calpestando diritti civili e regolamenti dello Stato di cui non può importargli di meno, contro la pillola RU 486. Ancora meno incoraggiante è sapere che in base a un accordo tipo Yalta la politica delle riforme sarà nelle mani della Lega: basta che in cambio mi risolvete i problemi dei miei processi, ha detto Papi, e se n'è andato a comprarsi una villa da 25 milioni nel senese.  Non abbiamo voluto morire democristiani, morire leghisti sarebbe il colmo dell'orrore. Intanto, mentre Panorama pubblica una mappa del (già sterminato) sistema di sottogoverno leghista - ne parleremo in una prossima occasione - GianAntonio Stella ci racconta sul Corriere la curiosa storia di una signora della provincia di Treviso che insoddisfatta per una decisione cervellotica della giunta leghista osò protestare esclamando “Vergognatevi”. Immediatamente denunciata dai leghisti e condannata con decreto da un sollecito magistrato “per avere offeso l’onore e il prestigio del consiglio comunale”, nel successivo processo è stata opportunamente assolta “perché il fatto non costituisce reato”. Credete sia finita qui? Niente affatto, perché l'indefettibile sostituto procuratore – per la storia, si chiama Giovanni Cicero -  ha impugnato l’assoluzione. Il processo andrà avanti: la signora Stefan va castigata. Un piccolo episodio da cui si capisce l'aria che tira, anche nelle aule giudiziarie. Il tutto – chiosa Stella - in una provincia come Treviso dove il sindaco leghista  Gentilini ha ordinato “la pulizia etnica contro i culattoni” e il senatore Stiffoni si è spinto a dire: “Gli immigrati? Peccato che il forno crematorio del cimitero di Santa Bona non sia ancora pronto”. Ma questi evidentemente non erano reati.
DOMANDE SENZA RISPOSTA. MARADONA PERCHE'?
(9.4..2010) Maradona, dicono i giornali, è stato operato d'urgenza, dopo essere stato morso alla bocca da un cane in uno “strano incidente”, ma nessuno ha spiegato dove e come sia avvenuta il fatto. Azzardiamo: all'aeroporto, ad opera di un cane antidroga troppo esuberante?
VOTIAMO, PER QUEL POCO DI COSE IN CUI ANCORA CREDERE
(27.3.2010) Strappandola per i capelli, troviamo domani la voglia di andare a votare. Non farlo, specie nel Lazio, e non farlo per la Bonino, specie dopo che il cardinalone di turno, bello e ben pasciuto, ci ha invitato a votare per il sedicente partito della libertà, il partito del tappetaro che va con le minorenni, il partito alleato dei feroci razzisti e nazisti della Lega nord – ma questo a Sua Eminenza cosa importa? - sarebbe più che un errore, un delitto. Raccogliamo dunque quel po' di spirito civico che ci è rimasto, quelle residue briciole di speranza che quello che noi possiamo fare possa miracolosamente contribuire – domani, dopodomani, chissà – a rendere un po' migliore questo paese, e andiamo a votare. Ma quanto faticosamente.

COSE DA NON CREDERE. LA RUSSA CACCIA INTRUSO ALLA CONFERENZA STAMPA
(11.03.2010) AAA Cercasi buttafuori ex picchiatore e/o ex addetto ciclostile gruppi estremisti richiesta cultura generale non superiore scuola dell'obbligo ammesso quoziente intelligenza anche subnormale utile anche impegno politico destra d'ordine. Ministri governo Berlusconi astenersi.

COMPLIMENTI LEI SI' CHE HA IL SENSO DELLO STATO. POST IT PER IL PRESIDENTE SCHIFANI
(6.3.2010) Caro Presidente, è stato molto brutto leggere – a proposito delle irregolari presentazioni delle liste regionali da parte di membri del suo partito – che a Suo giudizio le irregolarità vanno sanate “perché la sostanza deve prevalere sulla forma”. Brutto e grave, perché il rispetto delle regole – termini, procedure, forme – è un fattore basilare di ogni convivenza civile. In particolare, i regolamenti elettorali e parlamentari (questi ultimi che Lei è tenuto quotidianamente a far rispettare) sono la base della vita politica democratica. Forse Lei non lo sa, ma la vera democrazia parlamentare è nata attorno al 1770, quando dal regolamento della Camera dei Comuni i Whigs riuscirono a far eliminare la norma che vietava la pubblicità delle sedute. Solo una cultura di stampo mafioso – e sia chiaro che il termine non si rivolge assolutamente a Lei – può contrabbandare l'irrilevanza della violazione delle regole come un fattore di democrazia. E ci consenta di dirle, caro Presidente, un altro particolare che abbiamo trovato strano, e cioè che solo dopo che erano emerse gravissime accuse di collusione con la criminalità organizzata a carico del senatore Di Girolamo, Lei si sia sentito in dovere di sollecitare le sue dimissioni. Perché non lo ha fatto, illustre Presidente, quando più di un anno fa la Procura chiese l'arresto di questo personaggio per conclamati falsi in atto pubblico finalizzati ad attestare una inesistente residenza in Belgio, e l'Aula da Lei presieduta votò contro il parere bipartisan della Giunta delle elezioni che voleva che il Di Girolamo fosse dichiarato ineleggibile, motivando il voto con “il rischio che venisse arrestato”? Anche qui era “la sostanza delle democrazia” – l'autodifesa della casta degli Eletti, che si ritiene giudicabile, con arroganza degna dei vecchi Tories imparruccati, solo dai suoi Pari – che doveva far premio sulla "formale" soggezione alle regole – penali, civili, amministrative? Indignati da questo episodio, un anno fa avevamo fondato un Gruppo su Facebook con il quale chiedevamo la cacciata del senatore falsario, per un elementare rispetto della dignità del Parlamento. Ma riscuotemmo solo 50 adesioni, l'argomento evidentemente non interessava quasi nessuno, e tanto meno Lei. E solo dopo – dicevamo – che il falsario di certificati di residenza è stato scoperto anche falsario di voti, membro attivo-passivo della 'ndrangheta e così via criminaleggiando, l'aula del Senato ha accettato le sue dimissioni. Ma subissandolo di applausi. Non sappiamo che dire. Solo vergogna, doppia vergogna.

COSE DA CREDERE. QUANTO MARCIO, SANTITA', SOTTO LE VOSTRE TONACHE
(6.3.2010) Chissà perché le notizie - giunte quasi in contemporanea, una vera pioggia - che un prete teneva in cassaforte un milione di euro destinato a funzionare da bancomat per il costruttore-corruttore Anemone; che il capo della cosca di cui costui faceva parte era membro (si vorrebbe sapere per quali meriti, ma forse si può indovinare) dell'esclusivo Ordine dei “Gentiluomini del Papa”; che esponenti della stessa cosca erano collegati a un giro di prostituzione di seminaristi del Vaticano; che sono emersi scandalosi casi di pedofilia all'interno del coro di voci bianche diretto dal fratello del Papa - chissà perché notizie come queste non ci fanno alcuna meraviglia. Complimenti, Santità. Ad maiorem Dei gloriam.

SPROVVEDUTA POLVERINI, SPERIAMO DAVVERO NON VINCA
(6.3.2010) Al di là del modo in cui, sembra, verrà risolto, il goffo pasticcio creato dal PDL nella presentazione delle liste ci dà la misura dell'incapacità organizzativa della Polverini. Che in caso di vittoria - ha dichiarato nelle settimane scorse, prima dell'emersione del pateracchio - gestirà la sanità laziale in forma commissariale. C'è sin da ora da mettersi a piangere nel timore di una sua vittoria. Ma forse una spiegazione al casino che si è creato c'è. La Polverini ha assunto come responsabile della comunicazione l'ex consulente di D'Alema.




       
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