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SERVONO RIFORME DI CONTRIBUTI E PREVIDENZA PER RENDERE LA FLESSIBILITA’ SOCIALMENTE SOSTENIBILE PDF Stampa E-mail
articolo

Una riforma dei contributi che tocchi anche i fondi pensione e il sistema previdenziale è indispensabile se vogliamo evitare le iniquità sociali prodotte da un mercato del lavoro in cui le imprese sono incentivate dallo Stato a privilegiare i rapporti precari. Ecco alcune proposte su cui il centrosinistra farebbe bene a riflettere

Articolo di Fernando Di Nicola

La riforma dei fondi pensione complementari, alimentati anche - ma non solo - dallo smobilizzo del TFR, dovrebbe chiudere, almeno per il momento, un ciclo di radicali riforme che hanno interessato il sistema previdenziale pubblico, quello integrativo privato e il mercato del lavoro.
Sotto certi profili le tre riforme interagiscono tra loro, producendo alcuni risultati che giudico perversi sia in termini di iniquità orizzontale (tra categorie) che verticale (tra livelli di reddito). Vorrei ricordarli brevemente per poi presentare una proposta che potrebbe superare i difetti della situazione attuale e centrare diversi obiettivi desiderabili: equità, neutralità, riduzione della precarietà del mercato del lavoro.

Il sistema previdenziale obbligatorio
La riforma del sistema pensionistico pubblico, realizzata in Italia essenzialmente nel 1995, fu introdotta principalmente per esigenze di sostenibilità finanziaria, di breve e lungo periodo. Con l’occasione si tentò anche, meritevolmente, di predisporre un sistema (“contributivo”, a ripartizione, ispirato alla capitalizzazione) che superasse le enormi iniquità distributive di quello precedente (“retributivo”, sempre a ripartizione) e consentisse di identificare meglio eventuali azioni redistributive dello Stato. Ne derivò un sistema che, se si prescinde dalle enormi disparità che ha conservato nel lunghissimo periodo di transizione e dagli oneri addizionali sui giovani per finanziare tale transizione, ha superato quelle iniquità e posto le basi per un sostanziale equilibrio finanziario di lungo periodo del bilancio previdenziale (contributi meno prestazioni).
Effetto collaterale negativo, di non poco conto, è stato però quello di prevedere livelli di pensione e percentuali di tale pensione sull’ultima retribuzione (“tassi di copertura”) molto più bassi che in precedenza, ed in assoluto spesso insufficienti a garantire un reddito sufficiente e/o soddisfacente. In pratica si è stabilito ed accettato uno scambio tra riequilibrio del bilancio pubblico (più precisamente del sottosistema previdenziale) e forte riduzione delle pensioni future.

Lo sviluppo del secondo pilastro 
Come era prevedibile, si è sviluppato contestualmente un forte dibattito, con ampio consenso sull’esigenza di sviluppo di una previdenza integrativa, detta secondo pilastro, che nel raccogliere ulteriore risparmio dagli interessati consentisse di attenuare (ma anche “occultare”) la forte riduzione dei trattamenti pensionistici.
Ma, poiché la percezione dell’entità della riduzione della pensione attesa è ridotta, e la disponibilità ad accantonare ulteriori quote del reddito su un sistema previdenziale integrativo non troppo elevata, si decise, anche qui in modo bipartisan, di incentivare fiscalmente l’accantonamento di nuovo risparmio da destinare alla previdenza integrativa.
Con la legislatura a maggioranza di centro sinistra si predispose così un meccanismo che rendeva più conveniente l’allocazione del risparmio in un fondo previdenziale piuttosto che in un altro investimento finanziario (ed a maggior ragione nel sistema previdenziale pubblico), fissando l’aliquota di tassazione del rendimento annuo da accantonamento previdenziale all’11% piuttosto che al 12,5%, e limitando perciò la tassazione progressiva Irpef (che presentava aliquote marginali effettive molto superiori) alla sola quota di pensione non originata dai rendimenti già tassati all’11%. Questa agevolazione fiscale può essere vista come un’allocazione di risorse pubbliche a favore di un obiettivo desiderabile. Va detto, peraltro, che la tassazione ridotta all’11% costituiva anche un maggior gettito di breve e medio periodo rispetto ad un accantonamento completamente detassato ed una futura pensione completamente tassata in Irpef.

Gli ultimi interventi
Con la nuova legislatura, a maggioranza di centro destra, si è deciso di rafforzare, e di molto, gli incentivi fiscali per la previdenza complementare, anche perché le adesioni ai nuovi fondi erano state in realtà modeste.
Col Decreto legislativo approvato nelle ultime settimane, ma modificabile nel prossimo biennio prima della sua entrata in vigore, si è così arrivati a prevedere il mantenimento della tassazione dell’11% sui rendimenti maturati dai fondi pensione (esigenze di cassa lo hanno probabilmente suggerito), ma con una tassazione separata al 9%, per chi contribuisce per almeno 35 anni, della quota pensione prima soggetta ad Irpef (la quale, ricordiamo, prevede un’aliquota marginale effettiva, sul reddito da pensione integrativa, dal 30% al 43% ed anche oltre, se si tiene conto delle addizionali locali).
Si tratta perciò, a regime, di un ammontare enorme di risorse pubbliche che vengono “spese” per incentivare il sistema previdenziale integrativo e privato, con effetti redistributivi altrettanto ingenti, in quanto sostituiscono una tassazione progressiva con una proporzionale con aliquota molto bassa, a favore dei redditi più elevati e di chi può allocare maggiori quote del proprio risparmio sul secondo pilastro, in quanto obbligato a versare minori percentuali contributive al sistema pubblico.

I parasubordinati, un presente a basso reddito ma un futuro non migliore
Negli stessi anni sono aumentate nettamente sul mercato del lavoro le figure dei cosiddetti parasubordinati, caratterizzati da basse retribuzioni e, soprattutto, basse contribuzioni previdenziali (19,3% dal 2004), pari a poco più della metà di quelle accantonate per un dipendente (32,7%).
Un primo effetto di ciò è che qualsiasi datore di lavoro viene “incentivato” dal sistema pubblico ad utilizzare lavoro flessibile parasubordinato piuttosto che dipendente, risultandone un effetto distorsivo (verso una maggiore quota di lavoro precario) rispetto alle scelte che sarebbero state fatte in regime di neutralità fiscale e contributiva.
Un secondo effetto è che il mix di bassi livelli di reddito (che consentono un risparmio previdenziale aggiuntivo modesto), e livelli di contribuzione altrettanto modesti e per di più saltuari (stante la precarietà di queste figure lavorative), fa prospettare per esse un futuro pensionistico spesso vicino alle condizioni di povertà e molto peggiore della condizione lavorativa attuale.

Favoriti gli autonomi e chi guadagna di più
C’è allora da chiedersi se è positivo per la collettività ridurre drasticamente con una riforma i trattamenti pensionistici attesi, al fine di riequilibrare il bilancio pubblico, e, quasi contestualmente, allocare ingenti risorse pubbliche, peraltro neppure coperte finanziariamente (cosa peraltro non necessaria, trattandosi di minori entrate che si verificheranno oltre il triennio), a sostegno di un sistema integrativo privato che presenta la caratteristica di favorire quasi esclusivamente i livelli elevati di reddito (proprio quelli, cioè, che avrebbero meno bisogno di questo sostegno finanziario pubblico), e chi, come gli autonomi ed i collaboratori a medio ed alto reddito effettivo, è tenuto a versare alla previdenza obbligatoria basse percentuali e può perciò allocare il restante risparmio contributivo su una previdenza integrativa tassata in misura molto inferiore.
Il concetto può essere spiegato con un esempio. Un dipendente ed un professionista a medio/alto reddito che destinassero la stessa quota di reddito agli accantonamenti previdenziali, ad es. il 33% (la percentuale di contributi obbligatori del dipendente), subirebbero sulla pensione trattamenti fiscali molto diversi: il dipendente vedrebbe la sua pensione interamente tassata in Irpef (attorno al 40%), mentre il professionista pagherebbe l’Irpef solo su un terzo circa della sua pensione, riservando il 9% di tassazione separata alla restante maggior parte. Ne deriverebbero pensioni nette molto e immotivatamente differenziate.

Una riforma dei contributi per correggere pensioni e mercato del lavoro
A partire da queste necessarie considerazioni di quadro emerge l’utilità di intervenire sul sistema previdenziale pubblico e integrativo al fine di correggere al tempo stesso sia i difetti interni a questi sistemi sia quelli presenti nel mercato del lavoro.
L’idea è quella di:
  • equiparare i contributi di qualsiasi figura lavorativa, stabilendo la neutralità del sistema rispetto alle scelte di combinazione delle diverse tipologie di lavoro fatte dall’imprenditore;
  • rendere più omogenei i trattamenti fiscali della previdenza obbligatoria e complementare, riducendo gli enormi vantaggi concessa a quest’ultima (a regime);
  • utilizzare, infine, parte delle risorse non più allocate sul secondo pilastro per sostenere, in maniera assistenziale ma trasparente, le sole figure dei parasubordinati a carriera intermittente e a forte rischio di futura povertà.
Più in dettaglio la riforma potrebbe essere così congegnata:
  1. equiparazione sostanziale dell’aliquota contributiva di collaboratori, autonomi e di tutte le altre figure di parasubordinati (ad esempio: tirocini, assegni di ricerca, collaborazioni occasionali, ma la lista è lunghissima…), a quella dei dipendenti. Se per i collaboratori ciò potrebbe concretarsi nella stessa aliquota di contribuzione (32,70%), sempre ripartita tra un terzo a carico del lavoratore e due terzi a carico del datore, per gli autonomi si dovrebbe tener conto della diversa base imponibile, costituita dal reddito complessivo e, dunque, analoga al “costo del lavoro” del dipendente (e non alla retribuzione lorda). Per questi motivi, visto il peso degli oneri sociali a carico del datore, l’aliquota di indifferenza per un autonomo potrebbe essere pari al 25%.
  2. riforma della previdenza complementare che mantenga la tassazione agevolata dei rendimenti (all’11% o meno) e quella ordinaria Irpef della quota pensione residua oppure, meglio, detassi completamente i rendimenti del fondo e tassi l’intera pensione in Irpef, come avviene per la pensione da previdenza obbligatoria.
  3. Correttivo del sistema previdenziale, consistente nell’attribuire contributi previdenziali virtuali (agganciati all’ultimo compenso annuo) ai collaboratori che risultino avere limitati periodi scoperti ai fini previdenziali. Per evitare usi elusivi o incentivi al sommerso, la copertura attraverso contribuzioni virtuali potrebbe essere limitata ai soggetti già collaboratori per un certo periodo (ad es. tre anni) e per un periodo non superiore a una annualità ogni tre anni lavorati. Non sarebbe inoltre da escludere, viste le risorse liberate, qualche ulteriore aggiustamento in grado di contrastare trattamenti pensionistici contributivi troppo modesti.
Effetti positivi delle proposte
L’interazione tra queste tre modifiche sarebbe di impatto notevole ed auspicabile da diversi punti di vista:
  • il carico previdenziale uniforme tra diverse figure professionali eliminerebbe la distorsione di ordine parafiscale nella scelta dei vari input di lavoro: dipendente, collaboratore continuativo, altre forme parasubordinate, autonomo con partita Iva. Il ricorso a queste figure “anomale” di collaborazione, piuttosto che alla regolare assunzione di dipendenti, sarebbe perciò ricondotto a fisiologiche e libere scelte di combinazione ottimale dei fattori di produzione (attualmente, invece, a seguito di una legislazione fiscale e contributiva di favore, molte imprese non solo privilegiano assunzioni di tipo precario ma addirittura spingono propri collaboratori ad acquisire una partita Iva e figurare come autonomi anche quando, di fatto, continuano a svolgere una funzione sostanzialmente dipendente)
  • l’aumento dei contributi effettivamente accantonati,che costituirebbe un maggior costo ripartibile tra datore e occupato, accrescerebbe anche in maniera consistente i trattamenti pensionistici attesi da chi oggi versa contributi di scarsa entità. Indirettamente, ciò potrebbe tornare a vantaggio dello stesso bilancio assistenziale pubblico, che altrimenti sarà costretto in futuro ad intervenire massicciamente su ampie aree di povertà
  • l’intervento “assistenziale” mediante contributi virtuali, per le sole figure effettivamente “precarie” e altalenanti tra lavoro nero e non, coniugherebbe un costo contenuto per il bilancio pubblico con un beneficio mirato. Eventuali altre misure correttive del sistema pensionistico, in senso agevolativo per i più poveri, potrebbero contribuire allo scopo
  • il profilo temporale del bilancio previdenziale vedrebbe crescere in maniera significativa le entrate contributive dei prossimi decenni per i quali è atteso, anche per motivi demografici, uno sbilancio particolarmente forte
  • il trattamento pensionistico netto da imposte diventerebbe, a parità di reddito, sostanzialmente uniforme tra le diverse categorie, mentre dal punto di vista redistributivo tutti i percettori di pensione continuerebbero a subire il prelievo progressivo Irpef.
  • le entrate fiscali, infine, eviterebbero nel lungo periodo di subire un tracollo originato dall’aliquota sostitutiva del 9% (anziché di quella progressiva Irpef) sulle quote di pensione.




COSE DA NON CREDERE, VOGLIONO SOPPRIMERE L'ISAE: TROPPO INDIPENDENTE
(29.5.2010) Nella manovra appena varata dal Governo è prevista la soppressione dell'ISAE, il benemerito istituto di analisi economica autore di periodiche ricerche sui temi dell'economia pubblica, delle pensioni, del fisco. Una decisione che farebbe perdere per sempre la preziosa attività svolta dell'Istituto e l'insostituibile ruolo che, anche a ragione della sua indipendenza, esso svolge nell'alimentare la ricerca e nel supportare le conoscenze e le scelte dei policy maker. Chiunque condivide questa valutazione e ritiene che l'amministrazione pubblica non possa privarsi di uno dei suoi centri di eccellenza, può sottoscrivere l'appello contro la chiusura dell'ISAE, cliccando su questo link.
LA FALSA DICHIARAZIONE DELL'EX MINISTRO. POST IT PER L'AGENZIA DELLE ENTRATE
(4.5.10) Cara Agenzia delle entrate, che lo Scajola - non per niente elogiato da Berlusconi, all'atto delle dimissioni, per il suo esemplare “senso dello Stato” - abbia comperato un lussuoso appartamento pagando in nero 800.000 euro, come oramai sembra assodato, è un  fatto di tale gravità da produrre un vero e proprio allarme sociale. Perché sapere che un ministro ha potuto mettere in atto tranquillamente un comportamento evasivo di questa fatta e che in 4 anni – dicesi quattro anni – voialtri non siate stati capaci di fare uno straccio di accertamento di valore a fronte di uno scarto così eclatante tra valore dichiarato e valore di mercato, autorizza chiunque a pensare - nella migliore delle ipotesi - che in questa materia qualunque evasione sia possibile. Oppure - nella peggiore delle ipotesi - che i controlli siano, per così dire, "personalizzati". L'ufficio stampa della procura della Repubblica si è affrettato a comunicare che lo Scajola non è indagato. E si capisce, non si tratta di illeciti penali ma fiscali. Ma proprio per questo tranquillizzerebbe l'opinione pubblica se l'ufficio stampa dell'Agenzia delle entrate, così solerte nell'informarci un giorno sì e uno no delle grandi imprese antievasione del suo plurincaricato Direttore, si affrettasse a farci sapere che è stata aperta un'inchiesta per accertare qual è effettivamente l'illecito fiscale commesso in questo caso e per applicare le relative sanzioni. Ma per fare qualcosa del genere ci vorrebbe il coraggio che evidentemente manca. E quindi zitti fino alla prossima conferenza stampa con il solito bla bla sui fantastici successi della politica antievasione. Alla fine. temiamo, la pratica sarà chiusa con un orecchino, come con Maradona.
SMOLENSK, COME CI FOSSE STATO STALIN  A PILOTARE QUEL TUPOLEV
(11.4.10) C'è la mano di un feroce destino dietro il disastro dell'aereo che trasportava in Russia – per la commemorazione dell'eccidio di Katyn – buona parte dei gruppi dirigenti polacchi. A Katyn, come solo dopo mezzo secolo furono costretti ad ammettere i russi, le truppe di Stalin avevano massacrato, nascondendone i cadaveri nelle fosse, migliaia di giovani ufficiali dell'esercito polacco fatti prigionieri all'inizio della guerra. Le stesse truppe di Stalin che qualche anno dopo rimasero schierate alla periferia di Varsavia, rimanendo deliberatamente a guardare, mentre i partigiani polacchi a mani nude, morendo come mosche, si rivoltavano contro le truppe naziste, e l'intera città veniva rasa al suolo. In entrambi i casi bisognava distruggere, o lasciare che venissero distrutti, i quadri dirigenti di un popolo che il comunismo si rendeva conto di non poter assimilare. Che adesso – per ricordare quell'eccidio – siano stati decimati un'altra volta i quadri dirigenti della nazione polacca, sembra quasi un nuovo orribile delitto del sanguinario padrone del Cremlino.
COSE DA NON CREDERE, ORAMAI LA LINEA LA DANNO I BULLI DELLA LEGA
(9.4.2010) In quanto seguaci del buddismo zen, che invita ad accettare semplicemente che le cose accadano e a non discriminare il reale tra bello e brutto, buono e cattivo, ci siamo astenuti dal giudicare i risultati elettorali.  Ma certo non è incoraggiante sapere che mentre metà del territorio è in mano alla criminalità, buona parte dell'altra metà è in mano ai razzisti e fascisti. Ora benedetti anche dal Vaticano (politique d'abord, bien entendu) perché fanno la faccia feroce, calpestando diritti civili e regolamenti dello Stato di cui non può importargli di meno, contro la pillola RU 486. Ancora meno incoraggiante è sapere che in base a un accordo tipo Yalta la politica delle riforme sarà nelle mani della Lega: basta che in cambio mi risolvete i problemi dei miei processi, ha detto Papi, e se n'è andato a comprarsi una villa da 25 milioni nel senese.  Non abbiamo voluto morire democristiani, morire leghisti sarebbe il colmo dell'orrore. Intanto, mentre Panorama pubblica una mappa del (già sterminato) sistema di sottogoverno leghista - ne parleremo in una prossima occasione - GianAntonio Stella ci racconta sul Corriere la curiosa storia di una signora della provincia di Treviso che insoddisfatta per una decisione cervellotica della giunta leghista osò protestare esclamando “Vergognatevi”. Immediatamente denunciata dai leghisti e condannata con decreto da un sollecito magistrato “per avere offeso l’onore e il prestigio del consiglio comunale”, nel successivo processo è stata opportunamente assolta “perché il fatto non costituisce reato”. Credete sia finita qui? Niente affatto, perché l'indefettibile sostituto procuratore – per la storia, si chiama Giovanni Cicero -  ha impugnato l’assoluzione. Il processo andrà avanti: la signora Stefan va castigata. Un piccolo episodio da cui si capisce l'aria che tira, anche nelle aule giudiziarie. Il tutto – chiosa Stella - in una provincia come Treviso dove il sindaco leghista  Gentilini ha ordinato “la pulizia etnica contro i culattoni” e il senatore Stiffoni si è spinto a dire: “Gli immigrati? Peccato che il forno crematorio del cimitero di Santa Bona non sia ancora pronto”. Ma questi evidentemente non erano reati.
DOMANDE SENZA RISPOSTA. MARADONA PERCHE'?
(9.4..2010) Maradona, dicono i giornali, è stato operato d'urgenza, dopo essere stato morso alla bocca da un cane in uno “strano incidente”, ma nessuno ha spiegato dove e come sia avvenuta il fatto. Azzardiamo: all'aeroporto, ad opera di un cane antidroga troppo esuberante?
VOTIAMO, PER QUEL POCO DI COSE IN CUI ANCORA CREDERE
(27.3.2010) Strappandola per i capelli, troviamo domani la voglia di andare a votare. Non farlo, specie nel Lazio, e non farlo per la Bonino, specie dopo che il cardinalone di turno, bello e ben pasciuto, ci ha invitato a votare per il sedicente partito della libertà, il partito del tappetaro che va con le minorenni, il partito alleato dei feroci razzisti e nazisti della Lega nord – ma questo a Sua Eminenza cosa importa? - sarebbe più che un errore, un delitto. Raccogliamo dunque quel po' di spirito civico che ci è rimasto, quelle residue briciole di speranza che quello che noi possiamo fare possa miracolosamente contribuire – domani, dopodomani, chissà – a rendere un po' migliore questo paese, e andiamo a votare. Ma quanto faticosamente.

COSE DA NON CREDERE. LA RUSSA CACCIA INTRUSO ALLA CONFERENZA STAMPA
(11.03.2010) AAA Cercasi buttafuori ex picchiatore e/o ex addetto ciclostile gruppi estremisti richiesta cultura generale non superiore scuola dell'obbligo ammesso quoziente intelligenza anche subnormale utile anche impegno politico destra d'ordine. Ministri governo Berlusconi astenersi.

COMPLIMENTI LEI SI' CHE HA IL SENSO DELLO STATO. POST IT PER IL PRESIDENTE SCHIFANI
(6.3.2010) Caro Presidente, è stato molto brutto leggere – a proposito delle irregolari presentazioni delle liste regionali da parte di membri del suo partito – che a Suo giudizio le irregolarità vanno sanate “perché la sostanza deve prevalere sulla forma”. Brutto e grave, perché il rispetto delle regole – termini, procedure, forme – è un fattore basilare di ogni convivenza civile. In particolare, i regolamenti elettorali e parlamentari (questi ultimi che Lei è tenuto quotidianamente a far rispettare) sono la base della vita politica democratica. Forse Lei non lo sa, ma la vera democrazia parlamentare è nata attorno al 1770, quando dal regolamento della Camera dei Comuni i Whigs riuscirono a far eliminare la norma che vietava la pubblicità delle sedute. Solo una cultura di stampo mafioso – e sia chiaro che il termine non si rivolge assolutamente a Lei – può contrabbandare l'irrilevanza della violazione delle regole come un fattore di democrazia. E ci consenta di dirle, caro Presidente, un altro particolare che abbiamo trovato strano, e cioè che solo dopo che erano emerse gravissime accuse di collusione con la criminalità organizzata a carico del senatore Di Girolamo, Lei si sia sentito in dovere di sollecitare le sue dimissioni. Perché non lo ha fatto, illustre Presidente, quando più di un anno fa la Procura chiese l'arresto di questo personaggio per conclamati falsi in atto pubblico finalizzati ad attestare una inesistente residenza in Belgio, e l'Aula da Lei presieduta votò contro il parere bipartisan della Giunta delle elezioni che voleva che il Di Girolamo fosse dichiarato ineleggibile, motivando il voto con “il rischio che venisse arrestato”? Anche qui era “la sostanza delle democrazia” – l'autodifesa della casta degli Eletti, che si ritiene giudicabile, con arroganza degna dei vecchi Tories imparruccati, solo dai suoi Pari – che doveva far premio sulla "formale" soggezione alle regole – penali, civili, amministrative? Indignati da questo episodio, un anno fa avevamo fondato un Gruppo su Facebook con il quale chiedevamo la cacciata del senatore falsario, per un elementare rispetto della dignità del Parlamento. Ma riscuotemmo solo 50 adesioni, l'argomento evidentemente non interessava quasi nessuno, e tanto meno Lei. E solo dopo – dicevamo – che il falsario di certificati di residenza è stato scoperto anche falsario di voti, membro attivo-passivo della 'ndrangheta e così via criminaleggiando, l'aula del Senato ha accettato le sue dimissioni. Ma subissandolo di applausi. Non sappiamo che dire. Solo vergogna, doppia vergogna.

COSE DA CREDERE. QUANTO MARCIO, SANTITA', SOTTO LE VOSTRE TONACHE
(6.3.2010) Chissà perché le notizie - giunte quasi in contemporanea, una vera pioggia - che un prete teneva in cassaforte un milione di euro destinato a funzionare da bancomat per il costruttore-corruttore Anemone; che il capo della cosca di cui costui faceva parte era membro (si vorrebbe sapere per quali meriti, ma forse si può indovinare) dell'esclusivo Ordine dei “Gentiluomini del Papa”; che esponenti della stessa cosca erano collegati a un giro di prostituzione di seminaristi del Vaticano; che sono emersi scandalosi casi di pedofilia all'interno del coro di voci bianche diretto dal fratello del Papa - chissà perché notizie come queste non ci fanno alcuna meraviglia. Complimenti, Santità. Ad maiorem Dei gloriam.

SPROVVEDUTA POLVERINI, SPERIAMO DAVVERO NON VINCA
(6.3.2010) Al di là del modo in cui, sembra, verrà risolto, il goffo pasticcio creato dal PDL nella presentazione delle liste ci dà la misura dell'incapacità organizzativa della Polverini. Che in caso di vittoria - ha dichiarato nelle settimane scorse, prima dell'emersione del pateracchio - gestirà la sanità laziale in forma commissariale. C'è sin da ora da mettersi a piangere nel timore di una sua vittoria. Ma forse una spiegazione al casino che si è creato c'è. La Polverini ha assunto come responsabile della comunicazione l'ex consulente di D'Alema.




       
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