Primo maggio: la testa dei lavoratori
piazza San Giovanni

Primo maggio: la testa dei lavoratori

piazza San Giovanni
piazza San Giovanni

Il primo maggio fa venire in mente il concerto di piazza San Giovanni, fave e pecorino, gli anni ’70 che ritornano in questa giornata dell’anno con tavolini da picnic retrò completi delle quattro sedie di serie, che da valigetta diventano l’appoggio per la frittata di pasta o la lasagna. Quest’anno sembra aver perso un pò del senso di festa del passato. Perciò chiediamo agli autorevoli ed allegorici ospiti di questo incontrappunti, una riflessione su tre domande: 1. La piazza del primo maggio cosa rappresenta oggi?  2. Nella realtà attuale, in cui flessibilità e precarizzazione si confondono, che ruolo svolgono e dovrebbero svolgere i sindacati?  3. Con il provvedimento Garanzia Giovani, che parte dal primo maggio e che mirerebbe all’inserimento nel mondo del lavoro dei giovani dai 15 ai 29 anni, si può dire che siamo sulla via giusta? Quale sarebbe oggi un efficace intervento sul lavoro?

Bellaciao
1.Il ricordo romantico dei comizi di Luciano Lama o di Giuseppe Di Vittorio ormai è sbiadito per lasciare il posto alla spettacolarizzazione dell’evento. Il primo maggio è diventato un evento commerciale al pari di san valentino o della festa della mamma, quest’anno è stato il seguito della santificazione dei due papi.
Mai, come adesso, vedo una moltitudine di persone che non formano gruppo compatto per far sentire la propria voce contro la classe dirigente, sia essa politica o imprenditoriale; oggi manca un leader che riesca a compattare le masse e soprattutto ad individuare la parte contrapposta che non si identifica più nelle categorie sopra dette, ma nella globalizzazione.
Si va tutti in ordine sparso e di questo l’UE ha le sue bravi colpe.
2.I sindacati dovrebbero dimenticare i propri interessi di potere che li hanno portati a perdere autorevolezza e credibilità nel mondo operaio per riprendere una lotta di classe (in questo caso è indispensabile) non contro la flessibilità ma contro la precarietà. Come ho detto prima, oggi ci si confronta con i mercati mondiali in cui non tutti i paesi rispettano le regole che dovrebbero essere comuni. I sindacati, a parte una sterile verbosità, sono ormai collusi con la politica e ne subiscono il ricatto, per questo non riescono più a far sentire la propria voce come fece il citato Lama con Agnelli quando la fiat mise in cassa integrazione 23.000 dipendenti e pensare che anche lui fu contestato dagli studenti.
3.Si sa ancora poco dei termini del provvedimento; per quel poco che se ne dice non vorrei che fossero gli ennesimi stanziamenti a favore di una formazione di facciata per avere l’occasione per distribuire soldi agli amici. Settorializzare l’intervento in questo modo vuol dire si aiutare la fascia dai 15 ai 29 anni, ma anche penalizzare pesantemente gli over 30 che si troverebbero una concorrenza da dumping, creando nuovi disoccupati nella fascia dai 35 ai 50 anni, oltre a quelli già esistenti, in pieno sforzo per crearsi una famiglia o per consolidarsi un futuro.
Siamo fuori rotta causa campagna elettorale. Aspettiamo il manifestarsi dei sindacati che dovrebbero difendere la categoria e non le fasce di età.
Giovinezza
1.Si potrebbe dire che oggi, non solo nelle piazze del primo maggio, non vi sia più molta “gioia del lavoro”. A ben vedere mancherebbe anche un po’ di “giovinezza” nei partecipanti alle manifestazioni, non tanto intesa in senso anagrafico in un Paese che invecchia, quanto nella speranza e nell’energia che tale fase della vita generalmente porta con sé. Si ha la sensazione che vi sia un certo deficit di volontà da parte del “popolo d’eroi”, elemento indispensabile per poter cambiare le cose. Oggi il primo maggio è solo un giorno di vacanza, ma solo perché in molti sono disoccupati e fanno “vacanza” sempre.
2.Il ruolo dei sindacati dovrebbe essere quello di difendere il lavoro. Non astrattamente, però, ma nel concreto, ovvero i diritti di chi lavora. La crescente precarizzazione spacciata per flessibilità ha sacrificato la dignità dei lavoratori sull’altare della globalizzazione economica. Della serie: “È il mondo nuovo, bellezza. Muori di fame”. In teoria i sindacati dovrebbero almeno dire qualcosa in proposito. Ma ciò non accade. Quindi, delle due una: o non vogliolo farlo e allora sono conniventi, oppure vorrebbero ma non ne hanno la forza. E allora sono inutili. In entrambi i casi, così come sono ridotti, i sindacati non servono più a nessuno, fuorché a se stessi.
3.Al di là del singolo provvedimento il problema è, come si suol dire, generale.
Giovani e meno giovani non trovano lavoro perché non c’è, il lavoro. Non c’è lavoro perché non ci sono investimenti, che mancano perché il sistema Italia è fiscalmente vampiresco e corrotto come pochi, oltreché ottusamente burocratico. Qui non sono garantiti né i lavoratori in balia del precariato istituzionalizzato, né gli imprenditori onesti strozzati da fisco e banche. Il lavoro lo creano o i privati o lo Stato. I primi non lo fanno per i motivi sopraelencati e il secondo perché non può più a causa di parametri internazionali stringenti.
Si dovrebbe nell’immediato, aspettando cambiamenti macroeconomici internazionali allo stato improbabili, puntare sulla legalità più che sulla precarietà, ma a quanto pare le parole mafia e corruzione non sono esattamente in cima all’agenda dell’attuale classe dirigente del Paese.

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