VITALE: SONO I PADRONI DELLE SOCIETA’ GLI ASSASSINI DEL CALCIO

Marco Vitale, insigne economista d'impresa, non disdegna di occuparsi  anche di sport e in particolare del calcio, specie da quando questo si  è quotato in borsa e ha assunto – o ha preteso di assumere – la veste  di una vera e propria industria: scontando, però, il peso di  amministrazioni dissennate, incompatibili con le regole di una corretta  gestione di impresa. In polemica con queste degenerazioni  il professor  Vitale arrivò addirittura ad auspicare – in tempi non sospetti – la  sospensione del campionato di calcio professionisti. Ci è sembrato  quindi la persona ideale per spiegare cosa c'è dietro gli eventi  tragici che il calcio oggi sta vivendo e per cercare di capire cosa si  dovrebbe  fare per permettergli di superare questa crisi.
Intervista di Giancarlo Fornari

Professor Vitale, quasi due anni fa, in un esercizio di fanta-economia,  Lei ha immaginato di scrivere una lettera dal futuro – precisamente dal 2020 – che fu pubblicata dal  Corriere della Sera e poi ripresa integralmente dalla nostra rivista.  In quella lettera Lei fingeva di raccontare a un ipotetico giovane  Presidente di Confindustria del 2020 il modo in cui nel 2005 l’Italia  era riuscita ad uscire da una grave crisi. E lo spiegava con una serie  di cambiamenti strutturali, tutti poi puntualmente verificatisi: la  ripresa della Fiat, il licenziamento del governatore Fazio, la  correzione parziale delle riforme Berlinguer–Moratti. Tra questi  avvenimenti che ci avevano consentito di superare la crisi Lei aveva  incluso, un po' a sorpresa, la sospensione  del campionato di calcio  professionisti. Anche questa avverata, complimenti.   

Veramente io avevo previsto – come evento auspicabile e utile – una  sospensione di dieci anni, non di una settimana.

E per quali motivi?

Glielo spiego citando parola per parola quanto avevo scritto allora. La  sospensione era necessaria – scrissi testualmente – “preso atto  della incapacità di questo mondo di riformarsi, della sua enorme  capacità di corrompere la morale dei giovani, della sua potente forza  diseducativa, del fatto che in gran parte era controllato da personaggi  molto discutibili, che creava grandi spese pubbliche per sicurezza,  manutenzione degli impianti, trasporti, che era dominato da  insuperabili conflitti di interesse, che il controllo televisivo dello  stesso era diventato quasi totalmente privato”.  La misura di dieci  anni mi fu ispirata da Tacito che racconta che quando a Pompei si  verificò una grande rissa tra i tifosi locali e quelli di Nocera in una  gara di gladiatori del 59 d.C. l’anfiteatro di Pompei fu squalificato  appunto per dieci anni.

Tutte considerazioni convincenti, ma che all'epoca potevano sembrare  eccessive.

Indubbiamente mentre scrivevo quelle parole provocatorie mi pareva di  esagerare. Ma quello che sta succedendo e quello che si ascolta e si  legge in questi giorni, conferma che erano giuste, che esprimevano  l’unica via d’uscita realistica. Questo calcio, per me, va sospeso a  tempo indeterminato, sciolto, liquidato e rifondato su basi  profondamente nuove. Non dico questo solo per l’atroce morte di Filippo  Raciti ed il ferimento di altri agenti di polizia (in manifestazioni di  massa, incidenti mortali possono sempre succedere). Né perché non di  incidente si tratta ma di omicidio volontario realizzato nell’ambito di  “un’imboscata da guerriglia organizzata”. Né perché anche dopo  l’assassinio di Raciti, in tante città, le squadre di Ultrà hanno  rilanciato i loro messaggi criminaloidi (sicché non è accettabile la  lettura minimale di chi, come Garrone, parla di poche centinaia di  delinquenti). Né perché ha ragione il sindaco di Catania quando parla  di fenomeni degenerativi che vanno oltre il calcio ed oltre il disagio  delle periferie (“Vuol dire che questo non è più un fatto che riguarda  quattro scalmanati,  non è più la guerra degli ultrà alle società  calcistiche che non cedono ai ricatti o alle forze dell’ordine che sono  il nemico giurato. Vuol dire che c’è un malessere più grave e  generalizzato…. Su questo dobbiamo riflettere e darci subito da fare”).

Questi motivi non sarebbero già di per sé validi per dire che questo  calcio va liquidato e rifondato?

Certamente possono esserlo. La guerriglia urbana programmata degli  Ultrà di Catania è un fatto gravissimo. Ma purtroppo gli atteggiamenti  e le parole dei “padroni” del calcio sono, se possibile, un segnale  persino  peggiore. A dimostrare quanto sia doverosa la fine di questo  calcio non sono io, sono loro,  con le loro parole ed i loro  atteggiamenti. Ancora una volta questi personaggi hanno dato la  dimostrazione quasi matematica che con il calcio nelle loro mani non si  va da nessuna parte.

Lei è da tempo che va scrivendo queste cose.

E' vero, scrivo queste cose da anni sulla base di analisi molto serie  della degenerazione morale, dirigenziale, economica, finanziaria, di  questo folle mondo. Per quanto mi riguarda non ho atteso il morto, né  Calciopoli per denunciare le sue degenerazioni. Non sono bastate le  crisi finanziarie drammatiche di tante società e la ricerca affannosa  di aiuti di Stato e di trucchi contabili di sopravvivenza, per indurli  a un minimo di riflessione autocritica. Non è bastato l’intervento  della UE  prima a gamba tesa e poi addolcito. Non è bastato il  verminaio di Calciopoli esorcizzato da una giustizia sportiva  scandalosa. Non è bastata la continua diminuzione degli spettatori. Non  è bastato essersi ridotti a campionati scombussolati senza  interesse,  senza passione, senza gioia ma solo con la violenza. Mai un pensiero  autocritico, mai uno sforzo di autoregolamentazione, mai un atto di  umiltà, mai un gesto di collaborazione con gli enti responsabili per  conto della collettività del buon funzionamento dello sport. Sempre e  solo arroganza, supponenza e irresponsabilità. Loro, gli assassini del  calcio, loro i mandanti morali (e qualche volta, si dice, pratici)  degli Ultrà, loro incapaci di dare un segnale di resipiscenza neanche  di fronte alla tragedia di Catania. Loro la testimonianza vivente della  verità delle parole di Leopold von Roepke: “Non è cecità, non è  ignoranza quella che manda alla rovina uomini e Stati. Non a lungo  resta loro celato dove li condurrà la strada imboccata. Ma in essi è un  impulso, favorito dalla loro natura  rafforzato dall’abitudine, cui non  si oppongono e che li trascina in avanti, finché possiedono ancora un  residuo di vita… I più vedono la propria rovina di fronte a sé, eppure  vi si gettano a capofitto”.

In questo quadro si inserisce a puntino la famosa ’intervista del  presidente Antonio Matarrese. Secondo lui, il calcio non deve essere  sospeso. Così come non è stata sospesa la Fiat quando è entrata in  crisi. E chi sostiene questa tesi è un esaltato o un irresponsabile.

Quell'intervista è una offesa non solo al sentimento civile e morale  degli italiani, ma anche alla loro intelligenza. Anche volendo  accettare quel paragone del tutto improponibile, bisognerebbe spiegare  a Matarrese  che  la Fiat si è ripresa perché ha cambiato totalmente la  classe dirigente; ha cancellato le abitudini regali e imperiali e ha  ricominciato, con grande umiltà, a fare buone automobili; ha rinnovato  la gamma prodotti; ha risanato le finanze vendendo tanti gioielli e non  barcamenandosi tra aiuti di stato e trucchi di bilancio; ha cambiato  profondamente strategia assumendo la linea della verità, con acutezza,  trasparenza, serietà, affidabilità; si è data un management e una  governance in sintonia con i tempi. Tra la Fiat prima della crisi e  dopo la crisi non vi è quasi più relazione.

Matarrese dice che i club non possono fare le spese richieste dal  decreto Pisanu perché non ci sono i soldi.

Ma i soldi ci sono per pagare ai giocatori agli allenatori agli agenti  ai trafficanti e traffichini, a tutta la corte di nani e ballerini che  sul calcio prosperano, compensi e commissioni assurde. E’ questo il  punto che sottolinea anche il Financial Times evidenziando in uno  stelloncino che “The clubs prefer to spend large sums on footballers  and much less on security in the stadiums”. E chi ha condotto il calcio  in queste condizioni finanziarie se non loro, gli assassini del calcio?  ed a chi toccherebbe di risanarlo se non a chi guida i club ed il  calcio nel suo insieme? O ci deve pensare lo Stato?

Matarrese dice che il calcio è un’industria tra le più importanti  d’Italia e ha bisogno di continuare ad operare.

Ed allora bisogna che ci sia qualcuno che gli spieghi che devono  decidersi a dire se il calcio è uno sport o un’industria. Non si può  giocare una volta una partita ed un’altra una partita diversa, a  seconda delle proprie comodità. Perché se è uno sport, l’ampia sfera di  autoregolamentazione  (che anche recentemente è stata rivendicata con  toni persino oltraggiosi nei confronti della Federazione, del CONI e con  offese personali nei confronti del commissario del calcio) può essere,  entro certi limiti, giustificata. Se è un’industria tale autonomia è  totalmente infondata. E ci vuole anche qualcuno che gli spieghi che un’industria, che assorbe continuamente risorse invece che costruire  prodotti, servizi e valori utili e positivi, non ha nessun “diritto di  continuare ad operare”, ma va fermata prima che i suoi danni diventino  irreversibili. Proprio come si deve fare con un’industria che inquina  il territorio e l’ambiente, per quanto importante sia.

Matarrese dice anche che le misure che in Inghilterra hanno bloccato e  smontato il movimento degli Ultrà non sono un esempio percorribile,  perché “quello è un altro mondo”.

Ed allora bisogna che qualcuno gli spieghi che l’Inghilterra è Europa, il continente al quale anche noi ci sforziamo di appartenere. Mi è  capitato di scrivere più volte – non da “esaltato” né da  “irresponsabile” ma come amante del calcio e persona profondamente  consapevole della sua importanza sociale, culturale, economica – che  questo calcio va profondamente riformato. A lungo ho nutrito la  speranza che potesse essere riformato con la guida dei gestori dello  stesso, o almeno dei migliori di essi. E’ una speranza che si è andata  via via attenuando e che, in questi giorni, si è definitivamente  spenta. Oramai solo il Governo e la legge possono operare. I padroni  del calcio sono manifestamente incapaci di collaborare alcunché al  risanamento. Quanto più responsabile la posizione di Sergio Campana  segretario dell’associazione calciatori che si è dichiarato disponibile  ad una sospensione di un anno, per ricostruire. Anche lui un “esaltato”  e un “irresponsabile”?

Secondo lei, adesso cosa bisognerebbe fare per salvare il calcio?

Almeno due sono le misure da prendere per dargli un'ultima opportunità:

  1. A breve subordinare la ripresa dei campionati ad un decreto d’urgenza  che contenga tutte le misure di sicurezza e sanzionatorie (non  patteggiabili) che gli esperti di sicurezza pubblica suggeriranno e che  siano praticamente applicabili
  2. Contestualmente portare in porto rapidamente una riforma totale  dell’ordinamento del calcio sulla base di una legge organica, che  faccia tesoro dell’ormai ricco materiale d’analisi e propositivo  esistente non solo in Italia ma in Europa.

Come dico da anni questa riforma, per essere seria, dovrà toccare anche  l’assetto proprietario e di governance dei club. La maggior parte di  loro, infatti, non sono degni neanche di essere “padroni”.

 

 

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