VISCO: PEGGIO DI COSI’ QUESTA FINANZIARIA NON POTEVANO FARLA

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Anziché contribuire al risanamento rischia di compromettere ancor più le condizioni del Paese. Dopo le elezioni occorrerà ritrovare la strada virtuosa dello sviluppo.

Intervista di Giancarlo Fornari

Come si diceva della nouvelle cuisine, “tutto nel conto e niente nel piatto”. Così si potrebbe sintetizzare il Visco-pensiero sulla Finanziaria 2006 versione Tremonti, peggiorata anche rispetto alle bozze di Siniscalco. Nulla per il risanamento, nulla per il rilancio dell’economia. E pagheremo a lungo gli effetti della politica dei condoni, che ha reso impossibile la lotta alle evasioni. In questa intervista a Contrappunti.info l’ex ministro dell’Economia valuta la situazione attuale (“il risultato di cinque anni di malgoverno e nongoverno”) e le prospettive future (se le elezioni ci porteranno al governo cercheremo di sostenere la crescita internazionale delle imprese e di ritrovare la via dello sviluppo. Nel fisco elimineremo le peggiori storture ma non cambieremo tanto per cambiare, come ha fatto il centrodestra. Il sistema fiscale “non può essere rivoltato come un guanto ogni cinque anni”). Quanto a Fazio, il protagonista del tormentone di questa estate, avrebbe dovuto fare un passo indietro all’indomani della pubblicazione delle intercettazioni. Ma ha potuto contare sull’incapacità del governo di esprimere una posizione netta, al di là delle sceneggiate del Ministro dell’economia.

D. Questa finanziaria potrebbe contribuire – come sostengono gli attuali responsabili dell’economia – a portare il paese fuori dalla stagnazione?
R. Dovremmo prima di tutto capire come siamo arrivati a questa situazione.
Senza risalire troppo indietro possiamo individuare tre fasi, grosso modo coincidenti la prima con gli anni Settanta, la seconda con gli anni Ottanta fino ai primi Novanta, la terza con gli anni del centrosinistra, dal ‘94 fino al 2000. La prima fase è quella terribile degli anni di piombo in cui tutto è a rischio, dalla democrazia alla lira. Se ne esce con un grande sforzo di solidarietà nazionale ma l’economia è alle strette e il sistema industriale continua a perdere pezzi. Il periodo successivo è quello delle occasioni perdute. Non si fa nulla per recuperare competitività, si lascia esplodere il deficit: tra il 1980 e il 1992 il debito pubblico sale dal 57 al 124 per cento. Infine il centrosinistra: che mette ordine nei conti, porta il paese nell’Europa dell’euro, razionalizza il sistema fiscale, cerca di riorganizzare il sistema industriale, avvia privatizzazioni e liberalizzazioni. Non dimentichiamo che ancora agli inizi degli anni Novanta eravamo in una situazione di socialismo reale – la maggior parte delle banche e metà delle industrie erano in mano pubblica.

D. E poi?
R. Poi arriva la destra, e invece di continuare sulla linea del risanamento inverte di nuovo il ciclo. Una seria politica di bilancio avrebbe permesso di realizzare quei cambiamenti strutturali del sistema economico e del welfare che altri paesi – penso soprattutto a quelli socialdemocratici del nord Europa – hanno saputo fare. Questi invece hanno riesumato tutte le pratiche di governo e sottogoverno della prima Repubblica: i funzionari pubblici nominati per lealtà politica, l’assistenzialismo. Con in più la convinzione che per creare un sistema di mercato bisognasse dare botte ai sindacati e ridurre le imposte. Meno sindacato e meno tasse era la loro ricetta per risollevare l’economia, totalmente fallita. Nel tempo che Bondi ha impiegato per riportare la Parmalat in borsa questa destra non è riuscita neppure ad approvare quella legge per la difesa del risparmio che in America hanno realizzato in pochi mesi.
In definitiva abbiamo perso cinque anni, cinque anni di malgoverno e nongoverno, e se ne vedono i risultati. E’ proprio di questi giorni il rapporto di Business International che evidenzia la tragica perdita di attrattività del nostro paese per gli investitori esteri: nell’ultimo anno abbiamo perso ben otto posizioni precipitando dal ventitreesimo al trentunesimo posto fra i 60 Paesi considerati. Tra i settori più penalizzanti, fisco e mercato del lavoro. Proprio quelli che nei progetti del governo avrebbero dovuto rappresentare i fattori propulsivi della nostra economia.

D. E siamo adesso di fronte alla scadenza della legge Finanziaria. Come può essere considerato il disegno di legge Tremonti?
R. Un’altra occasione mancata. Le misure per sostenere la ricerca sono inadeguate, come lo sono quelle per aiutare le imprese a internazionalizzarsi. Le piccole e medie imprese che sono l’ossatura del nostro apparato produttivo non trovano incentivi a fare sistema. Ma non solo non c’è nulla per uscire dalla stagnazione, dal lato degli stanziamenti. Non c’è nulla neanche per il risanamento, dal lato delle entrate.

D.
Cosa pensa delle grandi entrate che dovrebbero arrivare dalla lotta alle evasioni?
R. Le previsioni di recupero di evasione della Finanziaria, anche se ridimensionate – grazie agli interventi della ragioneria – a trecento milioni per il 2006, sono solo fumo negli occhi. La lotta alle evasioni non è possibile in un sistema fiscale inquinato dai condoni. La politica dei condoni segna il fallimento non solo morale ma anche economico della gestione Tremonti. In questi anni il gettito ordinario delle imposte, al netto dei condoni, ha subito un crollo di circa un punto e mezzo. Nonostante gli aumenti delle aliquote di partecipazione stabiliti dagli enti locali.
L’unico prelievo che è aumentato in questi anni è stato quello delle ritenute sui redditi di lavoro dipendente.
Dal ’98 al 2001, durante il governo del centrosinistra, riuscimmo a ridurre le tasse di quattro punti e mezzo almeno, mantenendo costante, grazie al recupero di evasione, la pressione fiscale . Avevamo cercato di costruire un sistema fiscale orientato a sostenere la crescita. Avevamo fatto partire il fisco telematico, la dichiarazione col modello Unico, le Agenzie fiscali indipendenti e con una organizzazione basata sul rapporto costi-ricavi. Era solo l’inizio di un’operazione che avrebbe dovuto essere proseguita e che invece non lo è stata, anzi. L’unica preoccupazione dei nuovi governanti è stata smantellare tutto ciò che era stato fatto, realizzare i condoni e consentire ai loro amici che avevano mandato i capitali all’estero di riportarli in Italia a basso costo.
E’ ridicolo parlare di lotta alle evasioni da parte di chi in tutti questi anni non ha potuto, o meglio non ha voluto, rendere operativa quell’anagrafe unica dei conti bancari che noi avevamo messo in cantiere e che avrebbe molto snellito tutti i controlli.

D. Per l’anagrafe bancaria sembra ci sia un progetto, si prevede che dovrebbe finalmente partire dall’anno prossimo.
R. Non è più così. Il progetto era nei lavori preparatori di Siniscalco. Ma nella manovra versione Tremonti, l’anagrafe unica dei conti bancari è sparita completamente. In queste condizioni è problematico sia accertare che riscuotere.

D. Adesso però è in programma la riforma della riscossione, che dovrebbe dare dei risultati positivi. Lei come la valuta?
R. Non vedo punti positivi in quel progetto. Il problema della riscossione in sé è stato molto sdrammatizzato, come è noto, con l’adesione all’accertamento e con le altre misure che abbiamo preso negli anni Novanta. Rimaneva da risistemare il versante della riscossione coattiva, per il quale le banche non avevano ancora la cultura giusta. Ma escludo che nazionalizzare questo servizio – per di più, prendendosi in collo 10.000 dipendenti – possa di per sé risolvere quel problema.

D. Tutto sommato Lei crede che siamo davanti a una Finanziaria elettoralistica?
R. Lo vedremo meglio quando governo e maggioranza scopriranno tutte le loro carte. Intanto si può dire che siamo davanti a una Finanziaria fatta di fumo, basta guardare il risibile progetto, chiamiamolo così, della cosiddetta Banca per il Sud. Una Finanziaria in cui l’unica cosa concreta sono i tagli agli enti locali.

D. Dopo il grande clamore sulle operazioni “mordi e fuggi” dei raiders sui capitali delle imprese ci sono state molte richieste, anche da sinistra, di incidere sui guadagni di capitale e sulle rendite finanziarie. Ma sono molti quelli che considerano misure di questo tipo in contrasto con il regime della Pex, l’esenzione delle partecipazioni, applicato ormai in Italia come nella maggioranza degli altri Paesi europei.
R. Dobbiamo distinguere tra le due questioni. Una cosa è l’esenzione che riguarda i dividendi, che è la contropartita dell’abolizione del credito di imposta. Un’altra cosa è la tassazione dei guadagni di capitale, specie quelli realizzati con pratiche speculative e non con il normale trasferimento di partecipazioni azionarie. Su questi guadagni è corretto e opportuno incidere. Non ritengo però che le misure previste dalla Finanziaria siano in grado di dare una soluzione adeguata a questo problema.

D. E a proposito di operazioni bancarie, non possiamo non parlare della questione Banca d’Italia. Lei è stato tra quelli che ritenevano che il Governatore avrebbe dovuto lasciare, non è così?
R. Certamente ero di questa opinione, ma non per motivi di carattere legale. Il Governatore ha posto la questione di sue eventuali dimissioni sul piano legale, e il governo – nella riunione di agosto del Comitato del credito – ha commesso l’errore di seguirlo su questa strada. Ma il problema non è di sostanza, è di forma. In una istituzione basata sulla persuasione morale, la forma dei comportamenti diventa sostanza. Fazio avrebbe dovuto andarsene – e il governo avrebbe dovuto invitarlo con la dovuta energia a farsi da parte – il giorno dopo la pubblicazione delle intercettazioni delle sue conversazioni con un banchiere da lui vigilato. La “moral suasion” del governatore è fondata sulla sua autorevolezza, che ora è irrimediabilmente perduta. Su questa strada avrebbero dovuto insistere i responsabili del Tesoro, anziché mimare sceneggiate davanti ai giornalisti.

D. Un’ultima domanda sulle prospettive. In vista di un cambiamento di governo dopo le elezioni, in materia di politica fiscale ci sono molte aspettative ma anche qualche preoccupazione. Sembra di cogliere il timore che con un nuovo governo ci si debba attendere un capovolgimento completo del sistema fiscale, una specie di ribaltone che porterebbe tutto com’era prima dell’arrivo di Tremonti. Una ipotesi che aumenterebbe i costi amministrativi e stravolgerebbe le strategie fiscali delle imprese.
R. Credo si possa senz’altro mettere da parte queste preoccupazioni. La nostra cultura non è quella del ribaltone. Siamo convinti che un sistema fiscale non si possa capovolgere come un guanto ogni cinque anni.
Ci limiteremo a mettere ordine cambiando solo le cose che sono veramente inconciliabili con un sistema fiscale moderno. Proseguendo nella strada che avevamo iniziato, che era quella della semplificazione, non della complicazione. Non per niente siamo quelli che hanno consentito, per la prima volta nella storia del fisco occidentale, la compensazione totale di debiti e crediti fiscali e contributivi. Non mi sembra che le imprese abbiano da temere dalla nostra politica. Le complicazioni e le confusioni sono venute dopo. Basta vedere quello che è stato fatto in tema di incentivi agli investimenti e di detassazioni Irap: una continua altalena di disposizioni contraddittorie, con i decreti legge che stabilivano benefici e la finanziaria successiva che li annullava addirittura con effetto retroattivo e poi con altri decreti che cambiavano nuovamente le carte in tavola. Il tutto mettendo in grave crisi gli imprenditori che nel frattempo avevano applicato correttamente le norme precedenti. Per carità, non credo proprio che gli imprenditori dovranno provare nostalgia per quel modo di governare.

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