UN SEGNO DEI TEMPI: L’IMBARBARIMENTO DEL LINGUAGGIO POLITICO / 2

E' in distribuzione in libreria, per le edizioni Ediesse, il libro di Giancarlo Fornari  “L'imbarbarimento del linguaggio politico – L'attacco, l'insulto, la fiaba, il mascheramento, il mastellismo. Le strategie di comunicazione delle forze politiche nell'era Berlusconi e in quella Prodi”. Abbiamo già proposto  ai lettori di Contrappunti la prefazione di Marco Vitale, la presentazione, e alcuni brani del primo capitolo. Questa volta presentiamo l'ultima parte del capitolo 5, dedicato alla “comunicazione del sé”

di Giancarlo Fornari 
Gli archetipi, potenti modelli
Da Jung in poi, le costruzioni mitiche ricorrenti nell’immaginario – o, come sostiene la sua teoria, nell’inconscio collettivo – sono denominate archetipi, forme universali del pensiero dotate di contenuto affettivo come la Madre, il Padre, il Fanciullo divino in pericolo, l’Eroe, il Liberatore, il Martire. E si può supporre che queste figure influenzino in qualche modo i nostri comportamenti: la suggestione del modello della Madre può renderci compassionevoli, quella del modello del Padre autoritari. La psicologa americana Carol S. Pearson (1) ha utilizzato in modo interessante questi modelli per spiegare le modificazioni che subisce la nostra personalità mano a mano che passiamo, nell’arco dell’esistenza, dall’uno all’altro. Modelli che si prestano molto, a nostro avviso, a descrivere le forze sottili che interagiscono, caratterizzandole, con le identità politiche.

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Secondo la Pearson, nella nostra personalità è presente un eroe che può impersonare di volta in volta l’archetipo dell’Innocente (il fanciullo che non pensa che gli altri possano fargli del male), dell’Orfano (che soffre il senso di privazione e di abbandono), del Viandante (in viaggio alla ricerca della sua strada), del Guerriero (che lancia e accetta le sfide e combatte il drago), del Martire (che si realizza nel sacrificio per gli altri), del Mago (che attraverso l’esperienza ha raggiunto la saggezza e può trasferirla agli altri).
Siamo Viandanti al momento in cui lasciamo una relazione, un lavoro, un’amicizia oppure un partito, per cercare qualcosa di diverso, Orfani quando siamo a nostra volta abbandonati, Martiri quando siamo oppressi o ci sacrifichiamo per il compagno la compagna o i figli, Guerrieri quando lottiamo contro un nemico senza preoccuparci dei pericoli che possiamo correre. E a ciascuno di noi capita di viaggiare anche più volte nella sua vita da un archetipo all’altro, dalla fase del Guerriero a quella del Martire per tornare indietro al Viandante. L’unico archetipo al quale purtroppo non si può mai tornare è l’Innocente.

 

Nella caratterizzazione della Pearson l’Orfano ha come obiettivo la sicurezza, il suo peggior timore è l’abbandono, il drago gli fa paura. Il Martire teme la crudeltà e l’egoismo, soffre per aiutare gli altri senza esserne mai ricompensato (tipica martire è la madre che si sacrifica per i figli pur lamentando sempre la loro irriconoscenza), si impone sofferenze e privazioni per apparire bello. Il Viandante vuole affermare la propria autonomia e indipendenza, esplora nuove idee, affronta stoicamente le emozioni, insegue le sue vocazioni. Il Guerriero ha il mito dell’efficienza e della forza, affronta e sconfigge il drago. Quanto al Mago, i suoi obiettivi sono l’autenticità, la completezza, l’equilibrio, i peggiori timori la superficialità e la povertà interiore. Di fronte al drago non fugge e neppure lo uccide ma lo integra e lo afferma; fa spazio alla curiosità, impara (in gruppo o da solo) perché è divertente, apprezza le differenze, vuole rapporti alla pari, tiene il corpo in esercizio, usa cibi sani, lavora nei campi in cui è naturalmente portato, vede il lavoro come una ricompensa in sé, si sente ricco sia con tanto che con poco, ha fede che avrà sempre il necessario, non accumula.
 

A questi si potrebbero aggiungere altri archetipi che rivestono un ruolo non meno importante anche nella politica come il Mercante (che crea valore e plusvalore, dà una dimensione commerciale a tutte le cose, compra, vende, baratta e imbroglia) e il Narciso, che si rispecchia in se stesso ammirandosi.
Narciso, come lui stesso ammette spontaneamente, è indubbiamente Fausto Bertinotti: «Un uomo politico che appare sistematicamente in pubblico deve essere un narciso, negarlo è ipocrita», spiega il 30 maggio 2006 intervenendo a un convegno poco dopo la sua elezione a presidente della Camera. Dimenticando di dire, però, che così come tra gli eguali alcuni sono più eguali degli altri, anche tra i Narcisi alcuni sono più Narcisi degli altri. Tra i supernarcisi alla Bertinotti c’è, a sorpresa, anche il neo-ministro dei Trasporti e rettore dell’Università di Reggio Calabria Alessandro Bianchi, che occupa con la sua debordante presenza sette sezioni del sito della «sua» università (unirc.it), contenenti tutte le informazioni che si possono desiderare e anche di più su Titoli scientifici e accademici, Attività didattica, Attività di ricerca, Attività di pianificazione e progettazione urbanistica, Pubblicazioni del Magnifico Rettore. Esaustiva come il book di un’aspirante valletta in attesa di presentarsi a un colloquio con Salvatore Sottile la sezione foto, che presenta ben trentotto – 38 – immagini dell’Illustre: con toga da cerimonia per l’inaugurazione dell’anno accademico e per le tesi, mentre parla al microfono durante dibattiti o tavole rotonde, a colloquio con altri personaggi (almeno da noi) non identificabili, in compagnia (si direbbe) di moglie e figlio, e infine da solo in posa riflessiva con il mento poggiato al pugno destro mentre, come direbbe Guccini, «pensa se stesso pensante» (2).
Narciso è anche Cherie Blair (che non sa fare a meno durante la campagna elettorale del parrucchiere di fiducia al modico prezzo di 275 sterline al giorno e lo porta con sé nei suoi viaggi, il tutto – of course – a spese del partito detto una volta Labour party, «Partito del lavoro») e Narciso super, come vedremo meglio più avanti, è ovviamente Berlusconi, che affronta intrepido trapianti e lifting plurimi per ritoccare il suo aspetto fisico.

L’archetipo più presente nel mondo della politica è però quello del Guerriero, che combatte per affermare la sua immagine di un mondo migliore. «Si tratti della famiglia, della scuola, del posto di lavoro, dell’amicizia, questo archetipo informa le richieste di cambiare l’ambiente per adattarlo ai propri bisogni e ai propri valori». Concepisce la vita come una lotta del bene, che lui è chiamato a impersonare, contro il male rappresentato dai suoi avversari. Si realizza nel successo, nell’essere sempre il primo.
«Tuttavia – avverte Pearson – la persona che accede allo stadio del guerriero prima di confrontarsi con la propria identità non può realmente essere un guerriero in quanto o non sa per cosa combatte o combatte soprattutto per dimostrare la propria superiorità». «Ogni volta che un individuo (o una cultura) attraversa un grosso momento di transizione e si pone la domanda «Chi sono io ora?», per rispondere non deve fare riferimento al modello del Guerriero ma a quello del Viandante. Se continuerà ad insistere sul mito dell’uccisione del drago senza risolvere questa domanda il suo sarà un mito senza significato. Sono molte le persone che si impegnano in una pseudoguerra in cui il mito del Guerriero viene vissuto come qualcosa fine a se stesso ma sono costrette ad accorgersi che questo rituale non riesce a trasformare né l’Eroe dentro di loro, né il regno». (Come applicazione di questa intuizione della Pearson possiamo pensare alla creazione artificiale di draghi da parte delle dittature che vogliono eludere la ricerca del sé da parte della comunità in cui sono al potere.)
Paradossalmente, secondo Pearson, «coloro che rappresentano i vecchi valori culturali sono meno in difficoltà di quelli impegnati più a fondo nella ricerca della propria identità sotto la spinta dei tempi che cambiano. I conservatori sono ammazza-draghi con meno problemi dei progressisti, per i quali la battaglia è complicata da questioni di identità irrisolte e dal desiderio di conciliare i propri valori e interessi con i bisogni degli altri».

La stessa Pearson ricorda che nella nostra cultura l’eroe guerriero «è stato visto quasi sempre come maschio bianco. Le donne vengono immaginate come fanciulle-in-pericolo, come la ricompensa offerta unitamente alla metà del regno, salvo costruirle, quando si pongono fuori delle aspettative tradizionali, come streghe, tentatrici, bisbetiche, o altre variazioni femminili sull’archetipo del cattivo».
Ci siamo soffermati sulla caratterizzazione degli archetipi perché ci sembra che queste figure giochino un ruolo importante nella simbologia politica e nel modo dei leader politici di vedere se stessi e comunicare la propria identità.
L’archetipo che Bossi, combattente per la liberazione della Padania, comunica, o forse meglio comunicava, all’esterno è senz’altro quello del Guerriero; che è anche quello impersonato da Bertinotti, il quale ama presentarsi come un combattente per il comunismo. L’archetipo di Follini potrebbe essere attualmente quello del Viandante (in qualche modo anche quello del Martire). Viandante per eccellenza (ma adesso Orfano) quello di Occhetto. Il Guerriero potrebbe essere l’archetipo di D’Alema, il Viandante quello di Fassino e in una certa misura, almeno in questa fase, anche di Fini (che da un po’ di tempo cammina sempre qualche chilometro più avanti del suo partito e infatti ogni tanto deve tornare indietro a cercarlo: interprete, come dice Roberto Cotroneo, «di una destra che non c’è e forse non ci sarà mai»). Il Viandante può essere anche l’archetipo di Tabacci e di Prestigiacomo, di tutti quei politici che rifiutano di farsi rinchiudere in uno steccato e ne escono creando confusione tra gli ortodossi. Viandante, ma non tanto forse per un bisogno di ricerca interiore, è sicuramente Francesco Rutelli, che «ha cominciato la sua carriera da radicale e anticlericale per poi diventare verde e ambientalista fino a trasformarsi in un cattolico neointegralista con sembianze post-democristiane» (parole di Enrico Boselli, un po’ seccato perché il leader della Margherita aveva accusato lo Sdi di avere cambiato troppe volte alleanze). L’archetipo dell’Innocente (che a volte si identifica con quello di Biancaneve o della Vergine) è tipico di personaggi come Bondi, fedele Scudiero pronto a immolarsi per il suo Eroe. Comunica tenerezza quando dichiara convinto «credo che Berlusconi neppure sappia cos’è l’Hopa (la società dell’indagato Gnutti di cui l’allora capo del governo era compartecipe), del resto si tratta di cose minime, che sono state ingigantite in modo abnorme, oltre ogni limite» («Corriere della Sera», 8 gennaio 2006).

Viandante e Martire per eccellenza è Marco Pannella. Martire è spesso e volentieri anche la Prestigiacomo, pronta alla lacrima quando subisce qualche violenza verbale o morale dai compagni di schieramento, irritati dalle sue fughe in avanti all’epoca in cui era ministro delle Pari opportunità: «queste non ci devono scassare la minchia con le quote rosa», è sbottato il 14 ottobre 2005 durante la discussione sulla legge elettorale l’onorevole Giuseppe Gianni, che poi si scuserà inginocchiandosi (con-siglio «da Guerriero» di Rosy Bindi: «non piangere tu, fai piangere loro»). Ma qualche lacrima è stata versata a sorpresa anche dalla Lady di ferro Letizia Moratti, che da ministro teneva sulla scrivania un ritratto di Giovanna d’Arco ma che per la candidatura a sindaco di Milano ha privilegiato un look meno da Guerriero e più da Viandante – sia politicamente che, come abbiamo già visto, nell’abbigliamento.
Martire è infine Gianni De Michelis («Se il Congresso decide che devo essere io a guidare e riunificare la grande famiglia socialista mi sacrificherò» – sacrificio cui però non sarà costretto perché il Congresso del Nuovo Psi, a seguito di violenti contrasti interni, non potrà neppure cominciare). Più casareccia la disponibilità al sacrificio di Alessandra Mussolini, leader di Alternativa sociale, che il 21 ottobre accetta di ricandidarsi sindaco di Napoli per lo schieramento del centrodestra: «E ci provo n’ata vota, ch’aggi’a fa’?». Quanto a Mastella, non chiedeteci di classificarlo nell’archetipo del Mercante perché ci sentiremmo troppo banali. La verità è che l’Uomo di Ceppaloni offre un’interpretazione talmente originale della politica che non c’è nessun archetipo in cui si possa inquadrarlo.

Ma visto che la politica consuma rapidamente temi e problemi i suoi archetipi cambiano più frequentemente di quanto accada nelle vicende quotidiane delle persone. Così nel gennaio 2006 l’archetipo di Fassino non era quello del Viandante e ancor meno quello del Guerriero (vista la proposta di armistizio fatta a Berlusconi nel periodo in cui più forte era l’impatto negativo del caso Unipol) ma semmai quella del Martire, sottoposto a una quotidiana aggressione. Così la comunicazione di Casini, che si caratterizza spesso con l’archetipo del Viandante, presenta brevi incursioni, subito ritratte, in quello del Guerriero, con qualche tentazione di impersonare il Mago quando si presenta con la fronte pensosa su un manifesto in cui campeggia lo slogan «È la responsabilità a tenere unita l’Italia».

Un premier polivalente
Quanto a Berlusconi, la cosa incredibile è che riesce a impersonare tutti gli archetipi nello stesso momento – dal Guerriero al Martire, dal Viandante all’Orfano, passando perfino per l’Innocente. Con esclusione solo del Mago, dal quale non potrebbe essere più lontano.
Del resto non scopriamo niente visto che lo stesso Berlusconi nelle elezioni del 2001 ha inaugurato la serie – che tante battute ha stimolato nei blog – del premier multiforme e per così dire pret-à-porter, Presidente-Operaio e insieme Presidente-Imprenditore, Presidente-Padre, Presidente-Presidente. «Il mio ruolo? Attaccante, centrocampista, difensore e anche regista in panchina» – così aveva descritto nel 1994 il suo modo di governare. Ed è nota la sua convinzione di essere, come allenatore di calcio, più bravo di quelli di professione: da Ancelotti a cui insegna come schierare l’attacco a Zoff che rimprovera di non aver saputo fermare Zidane (prudentemente ha evitato di criticare, nell’ultimo Mondiale, le scelte strategiche di Lippi).
Vediamo nell’ordine:

Orfano: che periodicamente lamenta di essere abbandonato dall’uno o l’altro dei suoi compagni di strada (vedi per esempio in occasione della sua deposizione in tribunale sui fatti Unipol a gennaio 2006: «mi sarei aspettato di essere sostenuto e non attaccato dai miei alleati»). Che ostenta di aver subito problemi economici e restrizioni: «anch’io sono stato povero e conosco le difficoltà di arrivare a fine mese»

Martire: che soffre perché ha il 90 per cento della stampa e il 100 per cento delle televisioni contro di lui; che si sacrifica per noi ripresentandosi come leader («una volta a Natale andavo in giro per il mondo con i figli, invece da quando sono a Palazzo Chigi faccio vita grama», «io sono il Gesù Cristo della politica, una vittima paziente»: 11 febbraio 2006); che affronta sacrifici fisici (trapianti, lifting) per apparire bello ai nostri occhi e farci fare bella figura quando va all’estero. Al meeting di Comunione e liberazione di agosto 2006, dove è accolto con ovazioni da stadio, dichiara: «Sono condannato a rimanere, se lasciassi oggi non ci sarebbe un altro leader capace di tenere insieme tutte le forze della casa delle libertà». «Servizievole» quando consiglia alla moglie di interessarsi al premier danese «che è molto più bello di Cacciari» o quando si presta sollecito a fare da intermediario telefonico per far parlare il leader venezuelano con la prorompente connazionale del Bagaglino. «Premuroso» quando arriva addirittura a scusarsi con la madre del giovane che gli ha tirato un cavalletto per il fatto che questi abbia dovuto passare una notte in guardina.

Guerriero: il Cavaliere bianco che scende in campo per affrontare il drago del comunismo, il Demiurgo che si impegna notte e giorno «per cambiare l’Italia». «Il suo peggior timore – riprendiamo qui parola per parola lo schema tracciato dalla Pearson che sembra cucito su di lui – è la debolezza e l’inefficienza; evangelizza e converte gli altri, apprende attraverso la competizione e la conquista, trasforma o plasma gli altri per proprio piacere, si assume il ruolo del Pigmalione, controlla o reprime le emozioni per avere la meglio o raggiungere un obiettivo, adotta regimi e regole di vita, ama gli sport di squadra, lavora duro in vista di un traguardo, sfrutta il sistema a proprio vantaggio, punta alla ricchezza». Interessante notare che Berlusconi riesce a vivere contemporaneamente tutte le possibili declinazioni di questa figura: il Guerriero combattente per la libertà (si immola per salvare l’Italia dal comunismo), per la democrazia (ha mandato i nostri soldati a Nassiriya per esportarla tra gli irakeni), per la famiglia e la religione (dice no ai Pacs «che indeboliscono la famiglia»; combatte una dura battaglia elettorale facendo voto di castità come un Crociato, si fa fotografare mentre prende la Comunione cui non avrebbe diritto come divorziato, vanta tre zie suore e una mamma che recita il rosario due volte al giorno pregando la Madonna di avere cura di lui: «se sono così lo dovete a lei», confida ai suoi fans).

Viandante: che nel suo percorso si sposta con grande facilità dai territori del presidente del Consiglio o capo di Forza Italia a quelli del proprietario di aziende e viceversa, a volte rischiando di non ricordare bene in quali si trova in un dato momento.
Innocente: che non pensa di avere mai commesso sbagli, che non sa che suo fratello è comproprietario di un’azienda che vende decoder, che non sapeva che sue società erano in società con quelle dell’indagato Gnutti e quindi indirettamente con la stessa Unipol, che «non ha mai insultato i suoi avversari». Il quotidiano di proprietà della sua famiglia ha attaccato pesantemente Follini? «Io non ne sapevo nulla» (4 ottobre 2005). E a un giornalista che non si mostra convinto delle sue parole spiega che «il Presidente del Consiglio per definizione non può mentire» (a «Uno Mattina» il 18 gennaio 2006). Innocente ex cathedra. Quasi come il papa, con il quale condivide del resto l’infallibilità.

Narciso: che è attento alla sua immagine, molto ammirato di sé («alla radio ho una voce suadente e sensuale»; «io sono un buon lettore e ho un curriculum di studi rilevantissimo, al contrario dei miei avversari politici che non sono quasi neppure laureati»; «amo la Francia e continuo ad amarla. Basta contare le fidanzate che vi ho avuto»; «non ho più dolore alla caviglia, io sono indistruttibile», «mia figlia Barbara è la migliore allieva che il filosofo Cacciari abbia mai avuto») e di ciò che ha realizzato («l’Italia non è comunista grazie a me»; «quando l’ho presa io era un’Italietta, l’ho trasformata in un grande paese»). Il 25 agosto 2006, al meeting di Comunione e liberazione, si autonomina apostolo di Don Giussani ed epigono di Mussolini: «Mi disse nel ’93: il destino ti ha fatto diventare l’uomo della provvidenza».

Mercante: non solo per la sua capacità di creare, comprare, vendere aziende e accumulare ricchezze (si calcola che il suo patrimonio sarebbe salito negli anni 2003/2005, nel periodo in cui era presidente del Consiglio, da poco meno di 6 a 12 miliardi di dollari), non solo per l’abilità con cui riesce a «vendere» la sua merce ma soprattutto per il suo concetto «mercantile» della politica, la sua convinzione che tutto sia comprabile e barattabile: Berlusconi che offre soldi per la propaganda dei partitini (come il Psi di De Michelis, «Corriere della Sera» del 21 ottobre) che vorrebbe con sé alle elezioni, che osteggia la par condicio in base a un’assimilazione tout court tra pubblicità politica e commerciale, che il giorno del voto sulla devolution tratta insieme a Tremonti con i deputati siciliani cospicui vantaggi fiscali per l’isola come prezzo del loro sì, che insieme allo stesso Tremonti ricopre il Vaticano di infiniti regali sempre a spese dell’erario ma a volte anche dei Comuni – emblematica l’esenzione dall’Ici degli immobili commerciali – nell’intento di procurarsene la protezione politica (prassi nella quale del resto ha importanti predecessori – ma rare volte si era arrivati a questi limiti). La Confindustria critica la bozza della Finanziaria 2005? E allora via la norma che prevede la riduzione dell’Irap per le imprese, avanti con gli sgravi fiscali per le famiglie – almeno queste non criticano e forse portano anche voti. Mercante che non esita ad appropriarsi della prefazione e traduzione dell’Utopia di Tommaso Moro scritte da Luigi Firpo, pubblicandole in un’edizione privata numerata e firmandole come se fossero sue (3).

L’immagine del Cavaliere e le sue campagne

L’immagine comunicata all’esterno, se si escludono le involontarie gaffe, è naturalmente sempre «al meglio» di queste figure, e bisogna riconoscere che pochi come Berlusconi possono porsi con tranquillità gli interrogativi suggeriti da Volli per verificare l’efficacia della comunicazione del sé (Qual è la parte di me che io voglio esporre per sedurre? Lo sto facendo davvero? Che cosa voglio ottenere dalla mia seduzione? Mi sto comportando in modo da ottenerlo? Ho reso la mia comunicazione sufficientemente visibile? Il modo in cui mi faccio vedere è coerente con i miei fini e con l’immagine che voglio proiettare di me? Come è fatto il mio messaggio: ha una forma adeguata? Esprime i miei valori? È un buon veicolo per la mia visibilità? Induce a comportamenti che desidero?).
Tutti quesiti a cui quel Dna comunicativo che fa parte dell’imprinting di Berlusconi riesce a rispondere quasi sempre positivamente (con l’eccezione, peraltro vistosa – lo vedremo più avanti – dei passi falsi compiuti durante il confronto televisivo con Romano Prodi nella campagna per le politiche del 2006). Se confrontiamo le risorse simboliche messe in campo da Berlusconi con quelle dei suoi avversari il risultato – lo vedremo alla fine – è senz’altro a suo favore. Nulla di più accattivante presso molti ambienti, ad esempio, di slogan come quello che promette di «far crescere il benessere, la libertà, la sicurezza». Tre valori-simbolo che sono alla base della convivenza civile, e di cui la sua comunicazione si appropria per sfruttarli adeguatamente. I siti dei fansclub di Berlusconi (esistono anche questi: www.berlusconifansclub.org) hanno rubriche intitolate «Silvio forever» e «La parola al Premier», vendono gadget tra cui sciarpe in tinta o foto autografate e fanno sondaggi on line articolati su quattro possibili risposte (tutte corredate di punto esclamativo: «Perché è bravo! – Perché crede in quello che fa! – Perché è un vero liberista! – Perché è l’unica salvezza!») alla domanda «Perché voteresti ancora Silvio Berlusconi». Dove si suggerisce ancora una volta la compresenza in lui degli archetipi del Martire, del Guerriero, del Viandante ed eccezionalmente anche del Mago. Mancano solo l’Orfano e l’Innocente – ma in questo contesto non potevano entrare (4).

Berlusconi è il Guerriero che non si fa fermare dagli scrupoli dei garantisti («non si può combattere il terrorismo con il codice in mano»), ma anche all’occorrenza il Santo: «San Silvio da Arcore ha fatto il miracolo» (la riforma del risparmio), è «l’unto del Signore» che si rivolge agli imprenditori amici in una cena elettorale del 2001 chiamandoli «i miei apostoli» (dubbio esistenziale di un giornalista dell’Espresso presente: «ma se loro sono i suoi apostoli, lui chi è?»). Non è risaputo del resto che un ragazzo di Ancona in coma da cinque mesi per un incidente stradale si risvegliò grazie alla sua voce registrata su un’audiocassetta?
Lui è quello che come Mussolini e Hitler non sbaglia mai. Duetto con Della Valle a «Porta a Porta» il 20 dicembre 2005: «Ma pure tu avrai sbagliato qualche volta» «Nessuna, nessuna, nessuna, nessuna» (5).
Nella sostanza, l’immagine comunicata da questo personaggio, spontaneamente portato a stare sempre sotto i riflettori, è quella dell’uomo che non deve perdere, mai. Basta pensare al modo in cui, nella campagna per le elezioni politiche 2006, ha saputo scegliere il terreno di battaglia favorevole risalendo la china dei sondaggi che lo davano perdente dopo l’esito sfavorevole delle elezioni regionali e arrivando alla fine quasi a vincere contro tutti i pronostici, a cominciare da quelli dei suoi stessi alleati.


L’eroe religioso

Altri personaggi sono meno complessi da decodificare. Tra questi c’è l’ex presidente del Senato Pera, interessante replica – per il momento solo verbale – di un’antica categoria eroica, il «Guerriero religioso».
Il 21 agosto 2005, all’annuale meeting di Comunione e liberazione, Pera denuncia la grave crisi dell’occidente: colpa del relativismo, per cui ogni cultura è uguale e non si può dire se una è superiore. Ma i relativisti – attenzione – «scherzano col fuoco». «In Europa si evitano di menzionare nella Costituzione le radici giudaico/cristiane, si condanna un politico [Rocco Buttiglione, n.d.r.], anche se si dichiara rispettoso della legge pubblica, perché sull’omosessualità afferma i suoi convincimenti morali cristiani. In Europa si diffonde l’idea relativistica che tutte le culture hanno la stessa dignità etica; si pratica il multiculturalismo come diritto di tutte le comunità, e non importa se genera apartheid, risentimenti e terroristi di seconda generazione».

Così come il multiculturalismo genera terroristi, con l’immigrazione si fa presto a perdere la purezza: «la popolazione diminuisce, si apre la porta all’immigrazione incontrollata e si diventa meticci. È necessaria un’alleanza seria e salda fra laici e credenti per riaffermare e salvare la nostra identità occidentale, democratica e liberale perché contro di noi è stata dichiarata una guerra santa».
Senza farsi distrarre dalle malelingue del blog «Giuda» che titolano: «Pera positivo all’antidoping al meeting di Cl», il presidente del Senato approfitta di una visita di Natale ai soldati italiani a Nassiriya per comunicare al mondo un programma titanico: «Prenderò in mano la bandiera dell’occidente, la bandiera dell’Europa, dei nostri principi e valori. La bandiera della nostra identità giudaica e cristiana». Non a caso sono venuto a passare il Natale con voi – annuncia agli stupefatti militari – perché la vostra missione «dimostra che i valori della nostra civiltà si difendono anche lontano da casa, al contrario di quanto ritiene il professor Prodi». È venuto il momento di scuotere l’opinione pubblica. «E io mi propongo di sostenere i valori occidentali, […] i principi umani e religiosi su cui è nata e cresciuta l’Europa». E conclude presentandosi come un ossimoro vivente: «io sono laico nel senso di agnostico ma nutro un forte senso religioso».

Dopo le elezioni di aprile 2006 l’ormai ex presidente del Senato, con la sua fondazione «Magna Carta», lancia al mondo un altro storico Manifesto affermando che «c’è spazio per un nuovo soggetto politico moderato» in cui la scelta della leadership «dovrà essere affidata alla capacità di parlare di occidente, di principi e valori, di spiritualità» (traccia così il suo identikit).
Non è un caso isolato questo di Pera perché, come ci insegna ancora la Pearson, «il tipo di religione dominante nella nostra cultura proviene dall’ideologia e dalla prassi del Guerriero». Lo dimostrano «le Crociate e la guerra dei moderni fondamentalismi contro il peccato impersonato dagli infedeli, il male e il demonio». L’approccio del Guerriero alla spiritualità è molto semplice, «consiste nell’individuare il male ed eliminarlo o dichiararlo illegale». «È lo stesso impeto che muove le campagne per riportare la religione nelle scuole, per spazzare via la pornografia, per abolire l’educazione sessuale e negare il lavoro agli omosessuali». Quasi sembra che la Pearson abbia scritto queste righe conoscendo il Pera, che licenziò un suo collaboratore colpevole di essersi recato una sera a visitare il Gay Village. Questo fatto di per sé non dimostrava che lo fosse ma è noto che lo scudiero del Crociato, come la moglie di Cesare, non deve essere sfiorato dall’ombra del sospetto.

Con queste esibizioni l’ex presidente del Senato comunica una grande ansia di protagonismo, richiama alla mente il Leopardi de «L’armi qua l’armi, io solo combatterò, procomberò sol io, dammi o ciel che sia foco agl’italici petti il sangue mio» oppure, in versione più casareccia, il fraticello isterico del film «L’Armata Brancaleone» che al grido «Dio lo vuole» precipita nell’abisso, con maligna soddisfazione degli spettatori, mentre fa traballare con tutte le sue forze un fragile ponticello per dimostrare ai riluttanti adepti che il Signore non gli permetterà di cadere.
E poco importa che un Giuliano Ferrara che non accetta concorrenze troppo invadenti nelle file degli atei bigotti gli rinfacci – proprio lui – tutti i cambi di casacca e le contraddizioni politico-filosofiche (6), perché Pera – se potesse superare la diffidenza per un personaggio dalle tendenze un po’ incerte – gli risponderebbe, modestamente, con la celebre frase di Walt Whitman: «Mi contraddico perché sono immenso».

Note
(1) L’eroe dentro di noi, Astrolabio, Roma, 1990

(2) Illuminanti anche le illustrazioni delle attività del rettore-ministro, dalle quali ad esempio gli studenti possono apprendere che «la necessità di istituire un soddisfacente legame concettuale tra operatività e presupposti – di teoria della città e del territorio, di teoria del piano – appare ineludibile se, come è evidente, le cause della ineffettualità del piano sui processi di trasformazione della città e del territorio, non possono essere ricercate tutte all’esterno della disciplina. Su questo aspetto si fonda tutto un versante del lavoro di ricerca che, se non trova riscontri puntuali in temi specifici proprio a motivo delle difficoltà accennate, certamente sottende tutte le singole ricerche, configurandosi come riferimento fondante».

(3) Dopo le proteste e le minacce di rivolgersi ai magistrati dell’illustre studioso torinese, che per caso aveva scoperto il plagio – ha raccontato la vedova a «Repubblica» in un’intervista del 23 marzo 2006 – Berlusconi cercò di blandirlo inviandogli a casa valigette di coccodrillo e fasci di orchidee per la signora accompagnati da biglietti con scritto «Per carità non mi rovini!».

(4) Dopo la sconfitta elettorale del 9-10 aprile il sondaggio non viene tolto ma riproposto tal quale con una piccola variazione nella domanda: anziché «perché voteresti ancora» si chiede «perché rivoteresti Silvio Berlusconi».

(5) «Hitler quale uomo politico si ritiene infallibile, animato dalla cieca fede di entrare a far parte di coloro che hanno fatto la storia»: J. Fest, op. cit., p. 370.

(6) Di cui ci dà una sintesi G.A. Stella sul «Corriere» del 23 agosto 2005, ricordandoci che prima di diventare più papista del Papa il P. era stato giustizialista, anzi il più giustizialista dei giustizialisti,  poi il più laicista dei laicisti, il più fiero avversario dell’inserimento delle radici cristiane nella Carta Ue, l’accanito teorico della fecondazione assistita. Diventato – dopo la sconfitta dei no al referendum sulla legge 194 – un derisorio censore dei suoi promotori (ai quali «brucia ancora la guancia per lo schiaffo»).

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