UN PARTITO IN CERCA DI IDENTITA’. LETTERE APERTE A DARIO FRANCESCHINI. 8. GIANCARLO FORNARI

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(4.6.09) Tiriamo le somme con questo scritto della serie di interventi critici che abbiamo deciso di pubblicare per contribuire, per quanto ci è possibile, a una riflessione collettiva sulle prospettive del Partito Democratico in vista delle prossime elezioni europee e provinciali: un appuntamento a cui il Pd rischia purtroppo di arrivare in grave crisi di identità e quindi, fatalmente, di consensi. Con il pericolo che un risultato negativo ancora più pesante di quanto fino a poco tempo fa si poteva immaginare metta una pietra tombale, almeno nel breve-medio periodo, sulla possibilità di contrastare lo strapotere dilagante dell'Uomo di Arcore.

Lettera aperta di Giancarlo Fornari

Caro Franceschini, non sappiamo che conti ci avranno presentato
gli elettori quando si apriranno le urne delle europee e provinciali, se sarà stato il crollo che appena un mese fa tutti paventavamo o se una grossa mano le avranno dato (“ci” avranno dato) il fattore C – quello dei democristianoni alla Prodi – insieme alla bulimia erotica di Papi, alla sua incontenibile pulsione all'accumulo: di reti televisive, di giornali, di editrici, di banche, di ville, di denaro, di cortigiani, di ragazze. Tempo fa ci era capitato di scrivere in uno dei nostri wishful thinkings – chissà che prima o poi qualcuno non si avveri – che constatata l'ingovernabilità, anche per lui, del soggetto da governare – l'Italia – Berlusconi sarebbe riparato a bordo di uno dei suoi aerei privati in una delle ville da lui possedute alle Bahamas  con un seguito di quaranta veline e una tonnellata di Viagra. Non sapendo, ignari, che è quello che stava già facendo mentre scrivevamo, solo che la villa non era alla Bahamas ma sulla Costa Smeralda e il carico delle quaranta veline era portato a destinazione dagli aerei di Stato.


Ma questa mano che le è arrivata dal cielo
– dalla sortita di Veronica, dall'ingenuità di Noemi, dall'arroganza di un personaggio convinto che ormai tutto gli sia lecito e incapace di capire che anche a lui, se calpesta un umile rastrello, l'umile manico dello stesso può sbattergli sugli imperiali denti – non serve a trasformare  il rospo del PD in una principessa e neppure – diciamocelo, caro Franceschini – a trasformare in un vero leader un mediocre ex-democristiano di secondo rango, quale è lei.

Un vero leader ha una visione
del presente e del futuro, la legge nella realtà delle cose e nella mente e nel cuore della gente, solleva l'orizzonte della politica al di là di quello che possiamo vedere noi persone comuni, indica strade alternative a quelle che gli altri possono percorrere. Un vero leader in questo marasma di crisi profonda del capitalismo globalizzato avrebbe almeno riunito gli Stati generali della cultura e dell'economia e radunato le parti migliori della società per capire se c'è una via di uscita da questo sistema che non significhi rabberciarlo alla meglio con regole che già da ora si sa che funzioneranno per poco e poi verranno tranquillamente dimenticate o che non sia la fuga in avanti dei poveri relitti del veterocomunismo, sempre più divisi e lontani perfino tra loro.
Addirittura Tremonti, un uomo immerso fino agli occhi nella gestione del potere, ha cercato di produrre una lettura della crisi che almeno testimonia lo sforzo di guardare un po' più in là dell'assillo quotidiano. Lei non ha fatto niente di tutto questo, praticando solo il piccolo cabotaggio quotidiano fatto di luoghi comuni della politique d'antan e di marcatura stretta del "principale esponente dello schieramento a noi avverso", come lo chiamava il Suo ex-capo. Prigioniero della sindrome, di cui soffrono anche nostri carissimi amici, di dover cambiare le proprie idee a seconda di come cambiano quelle di Berlusconi.

Non abbiamo sempre detto che il nostro è un parlamento pletorico, pieno di inquisiti, superpagato, in cui anche oggi si pratica il voto per conto di colleghi assenti per falsare il risultato delle urne e fargli lucrare ricche indennità cui non hanno diritto; un parlamento che invece di essere un modello positivo è lo specchio in negativo di tutti i mali peggiori della nostra società? Ma quando Berlusconi ne parla male e dice di volerlo rendere meno pletorico ecco che questo Parlamento  diventa miracolosamente qualcosa di simile alla mitica Agorà, baluardo della democrazia di fronte alla minaccia di un nuovo 28 ottobre, e non è più vero che i deputati sono troppi e troppo pagati: anzi dovremmo aumentarli, più sono numerosi (lo ha detto La Repubblica) e più sono garantiti il pluralismo delle idee e il confronto democratico. Berlusconi, per dire, elogia i treni in orario e la pulizia dei palazzi e delle  strade? Ed ecco che i colpiti dalla sindrome si lanciano in elogi accorati dell'happening ferroviario, delle immondizie per strada e del graffitismo, simboli di società non imbalsamate e della creatività dei nostri ragazzi. Forse non siamo ancora a questi livelli ma quasi.

Se Lei, caro Franceschini, avesse letto i messaggi nella bottiglia a Lei indirizzati in queste ultime settimane dalle pagine di questa rivista avrebbe trovato – al di là dell'amarezza e del pessimismo che formano purtroppo il comune sentire dei superstiti della nostra sinistra, e che arrivano a livelli cosmici nel caso del nostro amico Lucilio Santoni – alcuni spunti in grado forse di aiutarla ad uscire dal piccolo cabotaggio e dalla banale quotidianità.
Partendo dal più recente al più antico dei contributi riassumiamo, in estrema sintesi, i suggerimenti per noi più significativi:

  • Leggere bene “La casta” e “Gomorra” e impegnarsi a correggere almeno qualcuna delle cose lì denunciate, almeno quelle che riguardano esponenti di sinistra; sviluppare progetti di ampio respiro in campo energetico, ambientalista, nutrizionista; fare grandi proposte sociali a favore di giovani, donne, anziani, lavoratori precari; sostituire il concetto di PIL, Prodotto Interno Lordo, con quello di FIN, Felicità Interna  Netta, onde valutare nel giusto modo qualità della vita, educazione, dialogo (Umberto Santucci)
  • Dialogare con i dipendenti pubblici, motivandoli col riconoscimento dell’utilità dei servizi resi, e confutare le poco nobili tesi demolitorie della P.A. e del servizio pubblico in generale; indicare alle generazioni future il modello della società moderna, giusta e solidale, che tutti noi agogniamo, risultato delle passate conquiste civili, sociali e sindacali oggi purtroppo ignorate e stravolte a colpi di decreti (Filippo Caracciolo)
  • Affermare la laicità dello Stato, con l’opposizione ferma e totale all’ingerenza della Chiesa nelle decisioni dello Stato. E poi: sradicamento delle mafie, non solo con la lotta alle organizzazioni criminali radicate nel nostro Paese ma come battaglia culturale e di coscienza contro la onnipresente mentalità mafiosa con le sue logiche familistiche, di favoritismi, protezioni,  privilegi e spartizioni che attanaglia da secoli  l’intero sistema Italia; riconversione della C.P.I., la “Casta Politica Italiana” in “professionalità della politica” attraverso un confronto con il meglio del panorama europeo e riduzione drastica dei benefit, dei privilegi economici e personali, immunità compresa, e studio di specifici provvedimenti anti-corruzione; impossibilità di ricoprire ruoli pubblici per chi ha condanne a proprio carico. Certezza della Giustizia, da ottenere attraverso misure in grado di rendere i tempi e i modi dei processi degni di uno Stato civile. Restituire efficienza e dignità ad enti e servizi pubblici o a partecipazione pubblica con un risanamento “dall’alto”: eliminazione dei  consulenti e dei manager super pagati e super liquidati;  smascheramento e fine del sistema delle nomine politiche di dirigenti senza competenza nei servizi pubblici, in particolare in quello sanitario (Alessandra Brini)
  • Porre al primo posto dell'azione politica il problema del futuro, e cioè le questioni delle fonti energetiche alternative al petrolio e della salvezza del pianeta. Affermare con forza il rispetto della laicità dello Stato e delle istituzioni. Affrontare gli altri, numerosi problemi  che affliggono il nostro Paese, dal bicameralismo perfetto all’eccesso di leggi, dalla lunghezza dei processi alla certezza della pena, dal lavoro precario alla riforma del welfare, dall’immigrazione alla sicurezza (Nicola Argirò per Sinistrademocratica)
  • Rendersi conto della necessità di simboli e di un ideale riconoscibile, annacquati dagli insulsi messaggi che emergono dalla cartellonistica elettorale del PD. Oggi non è dato sapere quale sia  la filosofia del Partito democratico, non si riesce a ricavare dalle posizioni di volta in volta assunte sui vari temi dell'agenda politica un'identità politica unitaria e una strategia di fondo coerente. L'imperativo della sinistra è oggi reinventarsi, darsi una misura ideale visibile: magari utopistica ma che diventi nuovamente in grado di parlare alla sua gente, al suo popolo, con un linguaggio chiaro, unitario e riconoscibile. Non sono i singoli problemi sociali ed economici da affrontare  – la disoccupazione, il precariato, l'abuso di droghe e di alcol, la violenza giovanile, l'inquinamento – a definire l'identità di un partito quanto la filosofia con cui esso si pone di fronte alla realtà nel suo insieme e alle incognite del futuro. Al fondo dell'ideologia di sinistra vi è, o dovrebbe esservi, l'idea progressista che bisogna lavorare affinché il futuro sia migliore del passato e del presente: nella convinzione che il compito della buona politica sia non solo rimuovere le ingiustizie e le discriminazioni esistenti ma anche favorire nel contempo il progresso scientifico, culturale e sociale (Michele Diodati)
  • Cacciare dal partito tutti quelli che non condividono l'idea di uno stato laico non condizionato dalla Chiesa e dai suoi dogmi: saranno più i voti che si guadagneranno di quelli che si perderanno; chiamare alla militanza, invece, tutto il mondo del cattolicesimo sociale, che non poteva mischiarsi con il pci-pds-ds ma odia il berlusconismo e può certamente impegnarsi e con un ruolo crescente nel Pd, in attesa che lo spirito del concilio Vaticano II torni a ispirare la chiesa tutta; riaprire a sinistra per riprendersi i voti di quelli che finchè ci sarà un Rutelli o una Binetti di mezzo sprecano il voto per uno dei rivoli fuori quorum oppure non votano affatto; se è tardi per il rinvio del referendum, disinteressarsi delle europee e mobilitare tutto il proprio elettorato per andare a votare al referendum elettorale, che non è una panacea ma almeno corregge alcuni degli aspetti più distorti della attuale antidemocratica legge elettorale (Gino Cugliandro).


Sono suggerimenti che in parte pongono delle questioni di grande politica,
di ripensamento epocale – non solo dell'ideologia della sinistra ma anche delle coordinate su cui oggi si regge, in modo precario e sempre più fragile e pericolante, la nostra società – e che lei, caro Franceschini, non  ha pensato neppure un istante a porre al centro della sua riflessione. Ma sono suggerimenti che  pongono anche delle questioni cruciali, pratiche, quotidiane della nostra società sulle quali lei è stato, in modo forse ancor più colpevole, altrettanto latitante: dal taglio degli infiniti privilegi della classe politica  all'ammodernamento della giustizia,  dal contenimento degli sprechi del sistema sanitario alla lotta alla criminalità: che in intere regioni non solo controlla il territorio gestendo indisturbata i traffici di droga, armi e clandestini da occupare ma controlla ogni  transazione anche la più minuta, come acquistare o vendere un terreno edificabile o stabilire il prezzo dei prodotti agricoli sui mercati nazionali e internazionali.

Su queste questioni che potremmo chiamare di igiene sociale, perché rischiano di ammorbare l'intero nostro ambiente e renderlo invivibile per le prossime generazioni è gravissimo che lei, caro Franceschini, non abbia quasi mai fatto sentire la sua voce. Lei non ha sviluppato progetti di grande respiro e non si è posto il problema di sostituire l'indice del FIN (Felicità Interna Netta) a quello del PIL, come propone Umberto Santucci, ma neppure è stato capace di produrre una qualche strategia in grado di incidere sui problemi del nostro vivere quotidiano.
E piange il cuore a pensare cosa sarebbe stato se lei, appena insediato nel suo nuovo ruolo, avesse lanciato delle parole d'ordine molto forti in due o tre direzioni su cui la nostra opinione pubblica è estremamente sensibile: tipo autoridursi lo stipendio da deputato, limitare drasticamente le rappresentanze del Pd negli enti locali e i loro emolumenti laddove il partito è al governo, sollecitare l'abolizione delle provincie, proporre la riduzione dei parlamentari e dei loro stipendi e accessori come la permanente gratis e le bavette all'aragosta a prezzi stracciati, denunciare lo scandalo di cuochi e parrucchieri della casta che guadagnano dieci volte di più di un professore di liceo. E parlando di professori, alzare la voce quando un energumeno tascabile, come lo ha chiamato D'Alema con espressione politicamente scorretta che noi deploriamo, ha avuto la spudoratezza di dire che dovrebbero vergognarsi di fare quel mestiere. Ma lei non lo ha fatto, e neppure ha pensato di prendersi a cuore una o due altre cause emblematiche come i tempi infiniti della giustizia o le disparità del sistema sanitario – nel quale, come tutti sappiamo, accanto a punte di eccellenza ci sono situazioni gravi di spreco e degrado, specie nel Sud, in gran parte determinate, anche qui, dalla presenza invasiva e corruttrice della politica di tutti i colori.

Non abbiamo avuto questa fortuna
. E adesso andiamo a queste elezioni contando solo sulla speranza che il Noemi-Gate e il Veronica-Pride possano scalfire il simulacro dell'Imperatore e farne scendere qualche frammento da raccogliere come briciole cadute dalla sua tavola. Ancora una volta dipendenti nel bene e nel male da Lui, e non dalla forza delle nostre idee e dalla loro sintonia con i problemi e le aspirazioni più profonde della nostra società.

Caro Franceschini, inutile piangere
– lo diciamo prima di tutto a noi stessi – su una grande occasione buttata. Andiamo a queste elezioni con un partito mediocre guidato da mediocri. Ma non è purtroppo che quelli che si tengono di riserva, che hanno cospirato contro il Suo predecessore e adesso si preparano a  raccogliere i frutti del Suo insuccesso, se verrà, o a cospirare ancora nel caso arrivasse invece il (relativo) successo, siano migliori. Purtroppo questa è la botte che abbiamo, questo il vino che dà. Aspettiamo i giovani, sperando che siano migliori di quelli di oggi e che non siano delle repliche furbastre – solo più acculturate in You Tube e Facebook  – dei vecchi marpioni democristiani.
E a queste elezioni ci andiamo, per di più, con un partito che grazie a lei si presenta con delle scelte suicide di leader decotti in molte regioni. Un partito ancora, nonostante tutto, spaccato in correnti. Non solo le due correnti ex democristiane ed ex-pds ma anche quelle che si scontrano all'interno dei resti del vecchio pds, come è successo anche nelle settimane scorse a Roma e nel Lazio, con la divisione  quasi insanabile emersa tra dalemiani e  veltroniani al momento di distribuirsi prebende e incarichi.
Ci andiamo, infine, con un partito diviso tra laici da una parte e cattolici con cilicio dall'altra. Un partito “double face” che non sa parlare né all'Italia laica e liberale né a quella cattolica e osservante. Frenato dalla paura di aver coraggio su tanti temi fondamentali per la libera espressione delle volontà delle persone, dal testamento biologico alla procreazione assistita. Ed è probabile, e a nostro avviso augurabile, che dopo le elezioni sia avvii un sano ripensamento sulle utilità e i limiti di un'unione che a molti già allora sembrava una “fusione fredda” e che per molti versi è diventata – nei rapporti tra le due componenti ideologiche di quello che dovrebbe essere un “partito” – una “fusione gelida”, un matrimonio di pura convenienza che soddisfa sempre meno sia l'una che l'altra parte. Ma che soddisfa sempre meno soprattutto gli italiani. Così che l'unico a trarre vantaggio da questa disastrosa mesalliance è – ancora una volta – Lui, il Cavaliere. E, con lui, i fascisti e i razzisti che fanno parte – una parte sempre più pretenziosa e rumorosa – della sua coalizione.

Auguri, caro Franceschini, crediamo ne abbia proprio bisogno. Ma più di Lei ne abbiamo bisogno noi italiani

Giancarlo Fornari

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