UN PARTITO IN CERCA DI IDENTITA’. LETTERE APERTE A DARIO FRANCESCHINI – 2. MICHELE DIODATI

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(3.5.09) Proseguiamo con questo scritto di Michele Diodati (*)  la serie di interventi critici sul Partito Democratico che abbiamo deciso di pubblicare per contribuire, per quanto ci è possibile, a una riflessione collettiva sulle sue prospettive in vista delle prossime elezioni europee e provinciali: un appuntamento a cui il Pd rischia purtroppo di arrivare in grave crisi di identità e quindi, fatalmente, di consensi. Con il rischio che un risultato negativo ancora più pesante di quanto fino a poco tempo fa si poteva immaginare metta una pietra tombale, almeno nel breve-medio periodo, sulla possibilità di contrastare lo strapotere dilagante dell'Uomo di Arcore.


(*) Michele Diodati, informatico, è considerato uno dei massimi esperti italiani di accessibilità dei siti Internet. Tra le sue opere,  “Accessibilità: guida completa”, ediz. Apogeo, Milano 2007, pag. 650

Caro Franceschini, l'invito ad esporre in una lettera aperta le mie opinioni sul presente e il futuro del Pd fattomi dal Direttore di questa rivista, ha avuto un effetto dirompente sulla mia voglia, evidentemente repressa, di riflettere sul tema generale della sinistra italiana, cosa che avevo smesso di fare dopo la cocente delusione seguita alle elezioni di aprile 2008.  
Così ne è venuto fuori, più che una lettera aperta, una specie di diario retrospettivo in cui c'è molto di autobiografico. Ma forse anche questa riflessione sul mio vissuto personale potrà servire per dare  una risposta all'interrogativo più importante da porsi in questa fase, e cioè cosa può significare essere di sinistra oggi. E ammesso che esista ancora una “domanda di sinistra” nel nostro Paese, per capire anche cosa dovrebbe fare il Pd per risponderle. 



La libertà di essere diversi
Fin dall'infanzia sapevo oscuramente che la cosa più importante in assoluto, per il mio benessere, era conservare quell'insolito dono che avevo scoperto prestissimo in me: la libertà di pensiero. Benché nato in una piccola città del Sud intrisa di conservatorismo e, per di più, uscito da una scuola elementare gestita dalle suore, possedevo la strana libertà intellettuale di pensare cose che andavano ben oltre gli insegnamenti ricevuti e i pensieri tipici dei miei coetanei. Potevo mettere in dubbio l'esistenza di Dio e disquisire sulla natura dell'universo con chiunque avesse la pazienza di starmi a sentire. Certo, talvolta mi giudicavano un po' eccentrico. Ma nessuno si sognò mai di impedirmi di di scrivere – per esempio nei miei temi scolastici – le cose che mi passavano per la mente, spesso lontanissime dal sentire e dal pensare comune dell'epoca e del luogo. Una volta, tanto per fare un esempio, le suore assegnarono a noi bambini di terza o quarta elementare il compito di scrivere una poesia a casa. Io volli che il protagonista della mia poesia fosse un dinosauro; aiutato da mio padre, che amava mettere in rima baciata qualsiasi cosa, preparai un componimento che parlava di un “allegro brontosauro”, in giro per le praterie giurassiche, e lo presentai orgogliosamente a scuola il giorno dopo. Fui l'unico della classe, ovviamente, ad essermi esercitato su un soggetto così atipico: tutte le altre poesie parlavano dell'amore per Gesù, per la Sua mamma (la Madonna) o per la mamma dello scolaro. E tuttavia non fui né redarguito né obbligato a conformarmi ai temi apologetici e alla retorica che andavano per la maggiore in una scuola di suore.

Diventato più grande, continuavo a sentirmi libero di seguire le mie insolite inclinazioni intellettuali. La politica a quei tempi non mi interessava affatto. Ascoltavo i telegiornali con un orecchio solo, ma mi bastava per capire che, pur con tutti i problemi dell'Italia di allora (erano i cosiddetti “anni di piombo”), c'era nel nostro Paese ancora abbastanza libertà e abbastanza opinione pubblica perché le voci fuori del coro avessero diritto di cittadinanza. Avevo seguito distrattamente il dibattito sul divorzio e sull'aborto, ma avevo gioito, pur non avendo ancora l'età per votare, quando entrambi i referendum si erano conclusi con la vittoria di chi aveva lottato per la libertà dei cittadini italiani di autodeterminarsi. Vedevo che nei dibattiti televisivi degli anni '70 potevano parlare liberamente persone con idee forti e diverse tra loro come Pasolini, Montanelli, Pannella. Mi sentivo insomma garantito, anche se inconsciamente, nella possibilità di esprimere il mio pensiero, qualsiasi esso fosse.
Fui felicissimo quando nel 1989 venne abbattuto il muro di Berlino. Pensai, come tanti altri, che il mondo stava entrando in una nuova epoca in cui ci sarebbero state più libertà, più giustizia e più democrazia. E ancora non mi interessavo minimamente di politica. Mi limitavo ad ascoltare i notiziari e ad apprendere quanto reputavo sufficiente per poter votare alle elezioni con un minimo di conoscenza informata dei fatti. I miei interessi principali ruotavano intorno al trovare la mia strada nella vita.

Anni Novanta, il ciclone Mani Pulite
Con il 1992 le cose incominciarono a cambiare. I telegiornali furono invasi dalle cronache giudiziarie sulle gesta dei magistrati milanesi del cosiddetto “pool” di Mani Pulite. Anche in quel caso fui felicissimo. Mi sembrava che l'Italia stesse andando nella direzione giusta. La caduta dei partiti tradizionali, la condanna pubblica della corruzione negli appalti e nella politica, l'incarceramento dei responsabili e i processi a loro carico, l'attenzione dei media a informare i cittadini senza censure: mi sembrava che da un simile cataclisma potesse nascere un'Italia migliore, meno corrotta, più giusta, più meritocratica. Mi sembravano degli straordinari ma ormai ineludibili atti di maturità democratica la rinuncia all'immunità da parte dei parlamentari italiani e la decisione di non candidare più personaggi inquisiti o addirittura condannati.
Fui contento persino della nascita di Forza Italia e della candidatura di Berlusconi nel 1994. Mi sembrava che un partito che si proponesse di eliminare alcuni insopportabili privilegi e l'eccesso di burocrazia che affliggevano il settore pubblico italiano fosse una buona cosa. Fu per questo che in quelle ormai lontane elezioni politiche votai per Berlusconi. Ma mi resi conto ben presto che la persona su cui, insieme ad altri milioni di italiani, stavo riponendo delle speranze, era ben diversa da quel che cercava di apparire.

Le “toghe rosse” e il pensiero unico

Per capire i nuovi tempi e il nuovo potere, mi bastò l'occupazione della presidenza di entrambe le Camere da parte della destra con la Pivetti e con Scognamiglio, due figure che definire poco autorevoli è il meno che si possa dire. Il “decreto salvaladri” dell'estate '94 mi aprì definitivamente gli occhi: che governo era quello che disponeva di scarcerare in massa tutti i colletti bianchi responsabili dei reati perseguiti dai giudici di Mani Pulite? Era giustizia quella? Nonostante l'avessi votato io stesso, fui ben contento, perciò, quando la Lega ritirò la fiducia al governo, causando lo storico “ribaltone” che pose fine al Berlusconi 1.
Nei mesi e negli anni successivi, assistetti con sempre maggiore sgomento e amarezza ad un crescendo di attacchi – violentissimi ma per me assolutamente non convincenti – contro Di Pietro, Caselli e in generale i giudici che avevano osato inquisire e processare Andreotti, Berlusconi e gli amici/dipendenti di quest'ultimo. Perché mai, mi domandavo, un giudice che inquisisce Berlusconi e Previti deve essere automaticamente una “toga rossa” e non semplicemente qualcuno che sta indagando su una notizia di reato? Dove sono le prove della malafede? Vedevo Sgarbi e Fede usati come vere e proprie armi da guerra, per delegittimare in ogni modo possibile l'azione di quei giudici, che pure, fino a poco tempo prima, erano stati lodati ed esaltati, forse al di là dei loro stessi meriti, anche dalle reti di Berlusconi e da quegli stessi politici che ora sproloquiavano senza sosta di “teoremi” giudiziari, di toghe rosse e di magistratura eversiva. La televisione italiana, pubblica e privata, era letteralmente invasa da una moltitudine di esternazioni e dibattiti che spingevano in un'unica direzione: additare come nemici pubblici quei giudici che avevano per primi scoperchiato il calderone della corruzione negli affari e soprattutto nella politica.
Il clima che respiravo intorno a me aveva per la prima volta dissolto la fiducia innata che riponevo da sempre nel fatto di vivere in un paese che, nonostante tutto, era democratico. La certezza che avrei potuto continuare ad esprimere per sempre e liberamente le mie idee filosofiche, scientifiche, religiose ecc. cominciò a venire meno. Iniziai a temere, disprezzare e odiare visceralmente quel clima mediatico in cui ci trovavamo immersi, fatto di tesi che non venivano mai dimostrate o smentite con fatti probanti. Di Pietro aveva approfittato delle sue prerogative di giudice oppure aveva sempre rispettato la legge? Andreotti era un amico dei mafiosi oppure no? Avevo la netta percezione che i politici facessero di tutto per manovrare i fatti al servizio dei propri interessi e che i media fossero diventati troppo servili, pur con qualche eccezione, per reclamare un'indipendenza di giudizio mirata solo all'accertamento del vero, anche a costo di dispiacere l'editore politico di riferimento.

Scoprire di essere di sinistra e rimanere deluso

Fu in quegli anni, insomma, dopo il 1994, che, colpevolmente tardi, acquisii una vera e propria coscienza politica. Fu quando mi sentii direttamente minacciato nella mia aspirazione a vivere in un paese sinceramente libero e democratico. Mi resi conto di odiare con tutto me stesso ogni forma di fascismo, aperta o velata, tutto ciò che fosse arroganza del potere e menzogna, tutto ciò che fosse interesse privato spacciato per interesse collettivo. Volevo vivere in un paese che rispettasse al massimo grado la libertà dell'individuo di autodeterminarsi, fino al limite estremo in cui la libertà individuale entra in conflitto con l'interesse collettivo. In altri termini, desideravo vivere in un paese in cui fosse possibile scegliere di divorziare, di abortire, di vivere da omosessuale o da ateo senza essere discriminati, in cui fosse possibile professare liberamente idee e convinzioni eretiche rispetto al pensiero dominante, in cui le minoranze di qualsiasi tipo fossero libere di risiedere, di associarsi e di essere rappresentate, senza subire repressioni fisiche o psicologiche. In una parola, scoprii di essere di sinistra, ma scoprii anche, di lì a poco, di non sentirmi rappresentato adeguatamente da nessuna forza politica italiana che si definiva di sinistra.
Per la verità, avevo creduto nell'esperienza dell'Ulivo. Reputavo Prodi una persona perbene, anche se priva di quella capacità di affascinare la gente, di cui invece il suo avversario era fin troppo dotato. Fui lieto della vittoria del centrosinistra alle elezioni del '96 e accettai come un doveroso scotto alla novità dell'esperimento le macchinose incertezze e i dirompenti conflitti interni, che laceravano la maggioranza uscita vincitrice da quelle elezioni. Reputai comunque un grande successo di Prodi e del suo governo l'aver raggiunto l'obiettivo di portare l'Italia in Europa, grazie al raggiungimento dei parametri di Maastricht, sia pure a costo di una politica fiscale impopolare, definita “di lacrime e sangue”.
Ma ecco che la sinistra italiana fa a pezzi da sola la propria creatura. Bertinotti, rotto l'accordo di desistenza, entra in rotta di collisione con il governo e ne provoca la caduta, a ottobre del '98, per un solo voto. Da quel momento, perdo per sempre la fiducia nella possibilità della sinistra italiana:

  1. di riuscire a governare l'Italia;
  2. di voler perseguire una politica realmente progressista e di sinistra, in qualche misura compatibile con le mie idee e i miei legittimi desideri di giustizia sociale e di libertà individuale.

Un'Italia vecchia, spaventata e servile
Che cosa è successo in Italia negli oltre dieci anni seguiti alla caduta del primo governo Prodi? È successo che il processo di offuscamento delle coscienze e dell'opinione pubblica, portato avanti con micidiale coerenza da Berlusconi e dai suoi collaboratori attraverso il ferreo controllo sulla televisione pubblica e privata, è stato coronato dal pieno successo. Giornali e televisioni sono stati usati senza risparmio e senza pietà per ridurre al silenzio, o a un'evidente stato di minorità non pericolosa, qualsiasi voce di dissenso sgradita a Berlusconi e ai suoi alleati del momento. Una strategia, del resto, resa possibile dal servilismo di una gran parte dei giornalisti italiani, certamente di quelli che decidono l'impaginazione delle notizie nelle varie redazioni dei TG; un servilismo che infetta anche i programmi non politici e che raggiunge vette che rasentano l'incredibile: basti pensare alla recente e non richiesta apologia del governo, fatta dalla conduttrice di Domenica in Lorena Bianchetti. Quale il reato di lesa maestà in questo caso? Nient'altro che una battuta del mago Silvan, che, durante un gioco di prestigio, dice di voler donare la propria bacchetta magica a Berlusconi…
Meglio non farla troppo lunga. Evitiamo perciò di rivangare tutti i casi di censura, di autocensura, di intimidazione, di giornalismo senza domande che hanno reso l'informazione televisiva italiana – pur con alcune lodevoli eccezioni (Report, per esempio) – quella sorta di soporifero acquario che è attualmente.

Un Paese a "sua" immagine e somiglianza
La conclusione è che l'Italia di oggi è più berlusconiana di quanto sia mai stata in passato. Siamo diventati un popolo di telespettatori deresponsabilizzati, avvezzi all'idea di non contare più nulla, ben felici di affidare il potere nelle mani di qualcuno che dà l'impressione di sapere come utilizzarlo.
Siamo ormai abituati ad accettare il malaffare come una realtà con cui è obbligatorio convivere e che non scandalizza più. Accettiamo quasi senza battere ciglio che trecento persone siano morte in Abruzzo e che la metà delle case sia crollata, a causa di un terremoto molto meno potente di altri terremoti che, in California e in Giappone, hanno fatto in tutto uno o due morti senza provocare danni alle infrastrutture. Accettiamo senza battere ciglio – anche noi che ci definiamo di sinistra – che la realtà quotidiana ci venga spiegata dai telegiornali di Emilio Fede e dai Porta a porta di Bruno Vespa. Accettiamo senza batter ciglio che prima Furio Colombo e poi Antonio Padellaro siano allontanati dalla direzione de L'Unità per ragioni che non sono mai state chiarite completamente ai lettori. Accettiamo una sinistra che vince le elezioni del 2006 e che poi mette Mastella al dicastero della giustizia e dice che è giusto scarcerare con l'indulto dei criminali già condannati per i delitti più odiosi. Accettiamo insomma che il mondo degli affari, la politica e l'informazione siano governati dal non detto, da uno sfondo implicito di accordi sottobanco, connivenze e convenienze reciproche. Chi si ribella al sistema è ridotto al silenzio e delegittimato.
In un simile scenario, la sinistra italiana ufficiale – quella che è uscita sconfitta dalle elezioni di aprile 2008 e che siede oggi in Parlamento – è del tutto inadeguata al suo ruolo di opposizione, incapace com'è di rappresentare veramente quei cittadini che, come me, si riconoscono in un ideale progressista che non ha davvero nulla da spartire con le scelte e i compromessi a cui la politica della sinistra ci ha abituati negli ultimi quindici anni.

Un compito quasi proibitivo

Il compito da affrontare è per la verità improbo: si tratta, per la sinistra italiana o quel che ne resta, di riconquistare la fiducia del proprio elettorato, dovendo lottare non solo contro le proprie debolezze interne, ma anche contro la macchina da guerra berlusconiana. Cioè contro un avversario che è un grande comunicatore, ma che è soprattutto, in quanto detentore di un potere ormai assoluto, il beneficiario del servilismo quasi universale dell'informazione televisiva; un avversario che gode infine del favore accordatogli da molti milioni di cittadini telespettatori, nel frattempo invecchiati, i quali sono stati sapientemente “educati” da un quarto di secolo di programmi confezionati ad hoc, da Drive in a Striscia la notizia, dal Grande Fratello ai TG di Emilio Fede. Non è un caso che la recentissima chiusura da parte di Canale 5 del programma “satirico” di destra del Bagaglino (Bellissima) sia avvenuta per un crollo degli ascolti, da imputare non a una riconquistata coscienza culturale dello spettatore italiano, ma a uno stucchevolissimo e antiquato programma di canzoni mandato in onda lo stesso giorno dalla RAI.
Ne deduco che siamo ormai un popolo vecchio e conservatore, che non ama più pensare, mettersi in discussione, sforzarsi, un popolo che non sa e non vuole più immaginare un futuro migliore, un popolo anzi che non è più neppure un popolo, ma solo un insieme sparso di interessi individuali, di persone che accettano senza ribellarsi lo stravolgimento stesso del dizionario: per esempio, che un pubblicitario dalla volontà di ferro si sia appropriato della parola “libertà” e che la usi come una clava per garantire soprattutto la propria impunità. Una “libertà” urlata che non corrisponde affatto al vero concetto di libertà, che, per sua intima natura, richiede l'accettazione del rischio di perdere e la necessità di competere alla pari con gli altri, ovvero che a tutte le opinioni e le parti in gioco siano garantiti uguali diritti e la medesima possibilità di esprimersi.

Il naufragio "obbligato" della sinistra
Cosa poteva Veltroni contro questa macchina da guerra? Nulla! Cosa può Franceschini, dopo di lui? Meno di nulla! La sinistra italiana ha bisogno di facce nuove, ma soprattutto di idee nuove. C'è tutta una generazione di ventenni, di trentenni e di quarantenni che manca all'appello, che si è rassegnata a una vita senza diritti garantiti, che annega le proprie frustrazioni quotidiane nell'abuso di droga e di alcol e nell'uso compulsivo di gadget tecnologici. Tutto ciò serve soltanto ad annegare la coscienza della nostra infelicità, del nostro fallimento, a rimandare a tempo indeterminato l'assunzione diretta della responsabilità del nostro destino.
Aveva ragione D'Alema. A qualcuno che gli faceva notare che nella sinistra italiana giravano da troppi anni gli stessi nomi, rispose – rivolgendosi alle nuove generazioni – che se volevano davvero il potere non avevano da fare altro che prenderselo, scalzando via i vecchi come lui. Ma le nuove generazioni – e intendo anche i quarantenni – non hanno la combattività, la determinazione, la lucidità di stabilire un piano politico e di perseguirlo, mettendo in gioco ogni cosa, accettando il rischio di fallire, usando quella stessa feroce determinazione che Berlusconi mette in ogni suo progetto.
Del resto, alla sinistra italiana non mancano soltanto la volontà e il coraggio, ma manca più di tutto un progetto unitario e riconoscibile. I manifesti elettorali con cui il PD sta tappezzando le città italiane in vista delle elezioni europee di giugno ne sono la dimostrazione. Si vede in quei manifesti un gruppo di persone che spinge via, facendo forza insieme, parole sgradite come “disoccupazione”, “povertà”, “inquinamento”. Cosa trasmettono quei manifesti? A me, nulla di significativo. Sembrano più che altro un gioco, un esercizio stilistico. Si riferiscono genericamente a problemi della società contemporanea, ma non contengono alcun segnale riconoscibile di identità politica, alcun valore esplicitamente dichiarato come proprio della sinistra, tale da favorire l'aggregazione politica di chi la pensa allo stesso modo (ma quale?!).

La necessità di un ideale riconoscibile
Non si può paragonare neppure lontanamente l'insulso messaggio contenuto in questi manifesti, e in particolare nel loghino stilizzato del PD, alla potenza carismatica che aveva il simbolo “veterocomunista” della falce e del martello. Bastava quel simbolo, non c'era bisogno di nient'altro, per dire a operai e contadini, alla classe lavoratrice, agli umili in generale, che quello era il loro partito, e che non c'era il rischio che potesse essere anche il partito dei ricchi possidenti e dei capitani d'industria.
Basterebbe togliere dai manifesti attuali del PD il logo del partito, perché quel messaggio di lotta alla disoccupazione, all'inquinamento e alla povertà diventi privo di qualsiasi riferimento di parte: cosa impedirebbe al PDL di concepire la medesima campagna pubblicitaria e di sottoporla al proprio elettorato? Forse che un elettore di destra non desidera anche lui un paese con meno disoccupati, meno inquinamento e meno povertà? Persino lo slogan usato, quel “Più forti noi più forte tu” che campeggia nei manifesti, è tanto poco distintivo di un'ideale di sinistra, che potrebbe essere tranquillamente adottato anche dai candidati alle elezioni del consiglio direttivo della mafia o di un cartello della droga.

 
Reinventarsi, l'imperativo della sinistra
C'è bisogno, in definitiva, che la sinistra riscopra se stessa, si reinventi, si dia una misura ideale visibile, magari utopistica, ma che diventi nuovamente un'entità in grado di parlare alla sua gente, al suo popolo, con un linguaggio chiaro, unitario e riconoscibile al di là di ogni dubbio.
La questione vera non è identificare i problemi contingenti. La disoccupazione, il precariato, l'abuso di droghe e di alcol, la violenza giovanile, l'inquinamento sono temi aperti sia sui tavoli della destra sia su quelli della sinistra. Non sono i singoli problemi sociali ed economici da affrontare a definire l'identità di un partito, quanto la filosofia con cui esso si pone di fronte alla realtà nel suo insieme e alle incognite del futuro.
E qual è la filosofia del PD? Non è dato saperlo: si sanno le posizioni di volta in volta prese sui vari temi dell'agenda politica, ma non si riesce a ricavare da esse una filosofia politica unitaria, una strategia di fondo coerente. Per contro, il vecchio partito comunista aveva una strategia chiarissima: la lotta di classe come strumento di riequilibrio sociale, come mezzo di riscatto dei poveri e degli umiliati, come via maestra per rendere il mondo degli uomini un posto più giusto o, se volete, meno ingiusto. Le tattiche per avvicinarsi allo scopo potevano essere le più diverse e contorte, ma la strategia era una e riconoscibile.

Disagio sociale, ingiustizie e privilegi nell'Italia di oggi
È chiaro che oggi la lotta di classe, almeno in un paese come l'Italia, non potrebbe più essere la bandiera sotto la quale ridare unità e fiducia al popolo confuso della sinistra. La società italiana contemporanea è molto più variegata e complessa di quanto fosse, per esempio, quaranta anni fa. Soprattutto, manca una coscienza collettiva di classe. Eppure, condizioni spesso insopportabili di disagio umano, frutto di gravissime ingiustizie sociali, attanagliano i più diversi gruppi di individui residenti nel nostro Paese:

  • gli studenti universitari fuori sede e le loro famiglie, costretti a pagare affitti improponibili e rette universitarie troppo pesanti, per studi che spesso conducono unicamente alla disoccupazione cronica o a lavori sottopagati;
  • i giovani adulti in età da lavoro, a cui vengono offerti soltanto posti da precario o lavori in nero, il tutto peggiorato in misura esponenziale se si ha la sventura di essere stranieri (con casi, soprattutto nelle campagne del Sud, di vero e proprio schiavismo);
  • i cassintegrati e tutti quelli che perdono un lavoro fisso e non hanno più chance di trovarne un altro;
  • le famiglie di lavoratori con figli piccoli, che vanno incontro a stress quotidiani terribili, a causa della difficoltà di conciliare il lavoro dei genitori, ed eventuali separazioni, con la scuola dei figli o con i costi, spesso insostenibili, degli asili privati.

Un esempio per tutti: un mio caro amico di origini sudamericane, in Italia da quasi vent'anni, sposato con un'italiana e con due figli piccolissimi, lavora come una specie di schiavo per un padroncino che fornisce autisti a una grande multinazionale di consegne a domicilio. Il suo lavoro comincia alle cinque del mattino, con il carico del furgone, e termina la sera alle sette, dopo aver finito il giro delle consegne, per una paga mensile intorno ai mille euro. Il tutto senza diritti di sorta, con in più la responsabilità diretta di ogni eventuale furto o danneggiamento del furgone e del suo contenuto. Qualche giorno fa è stato molto male per una grave influenza, ha rischiato quasi il collasso, ma non gli sono state concesse le ferie necessarie a rimettersi in sesto, anzi è stato obbligato a recuperare con straordinari non pagati le poche ore di lavoro perdute quando la malattia era al suo culmine. Che paese è un paese che consente a un lavoratore e a un padre di famiglia di essere trattato in questo modo? Che sinistra è una sinistra che non combatte con ogni atomo della sua forza, in Parlamento e fuori del Parlamento, per impedire che nel mondo del lavoro si verifichino quotidianamente simili soprusi?
A fronte di una massa di lavoratori italiani e stranieri privata di quasi ogni diritto, resistono in Italia, spesso nel settore pubblico, sacche di privilegio intollerabili, a vantaggio di categorie di lavoratori troppo protette. Vi sono, per esempio, i professori sfaticati, che non possono essere licenziati neppure quando non si presentano in classe per mesi interi. Vi sono i ladri colti in flagrante, quelli che rubavano dai bagagli dei viaggiatori negli aeroporti di Malpensa e Linate, che sfuggono al licenziamento in virtù di sottili cavilli legali.
Vi sono poi intere amministrazioni pubbliche che si comportano in modo truffaldino, infiltrate dalle mafie e mafie esse stesse, pozzi senza fondo in cui scompaiono miliardi e miliardi di euro versati dai contribuenti. Vi è infine il popolo dell'evasione fiscale: milioni di privati che, sfruttando le pieghe di una burocrazia che è forte coi deboli e debole coi forti, sottraggono annualmente all'erario una cifra pari a una frazione consistente del PIL, una cifra che, se recuperata, ci consentirebbe di avere i migliori servizi sociali del mondo.

Una filosofia per la sinistra. Conservatori e progressisti
C'è un trait d'union tra i fenomeni disparati che ho elencato in ordine sparso? C'è qualcosa in quel mero elenco di ingiustizie che possa sollecitare la definizione esplicita di una filosofia politica unitaria, chiara e riconoscibile della sinistra italiana (non solo del PD)? A mio modesto parere, sì. L'elemento cardine, il fattore unificante del PD e anzi di ogni sinistra italiana, dovrebbe essere la lotta senza quartiere contro ogni forma di ingiustizia e di discriminazione nascente da condizioni sociali, fisiche, economiche, razziali, religiose.
A ben riflettere, è questo l'elemento che separa nettamente, più di ogni altro, chi è orientato a sinistra da chi è orientato a destra. Gli elettori della Lega o della Destra più estrema (e non solo loro, per la verità) sono convinti, per esempio, che gli italiani abbiano e debbano avere più diritti degli stranieri e che vi sia una morale pubblica tradizionale, di tipo cattolico/patriarcale, le cui regole debbano valere per tutti. Ciò comporta una serie infinita di discriminazioni:

  • la religione cattolica, in quanto religione principale dei residenti, va privilegiata rispetto all'islamismo, al buddismo, all'induismo ecc., per cui, costruire una moschea e pregare Allah, in luoghi dove dominano le ideologie di destra, è più difficile che altrove;
  • gli atei e gli omosessuali, in quanto portatori di comportamenti e idee contrastanti con la religione e la morale pubblica dominanti, non possono avere gli stessi diritti di chi non “fa scandalo”; pertanto, un'associazione di atei troverà estremamente difficile, in un paese di destra, fare pubblicità alle proprie idee. Così come agli omosessuali sarà impedito con ogni mezzo di avere relazioni affettive istituzionalmente riconosciute;
  • nella ricerca della casa e del lavoro, nella possibilità di eleggere dei rappresentanti politici e amministrativi, i cittadini italiani devono essere favoriti rispetto a chi viene dall'estero, anzi l'arrivo di stranieri sul territorio italiano va limitato e controllato con ogni mezzo (anche a costo di creare talvolta situazioni disumane).

Al fondo dell'ideologia di destra vi è l'idea conservatrice che vi siano dei valori tradizionali che meritano di essere conservati a ogni costo: la famiglia, la religione dei padri, le differenze culturali tra maschio e femmina, il territorio patrio, i diritti atavici dei residenti. È un po' come se tutte le cose importanti fossero già accadute nel passato e il compito dell'uomo, anzi del cittadino, fosse di conservare e perpetuare l'ordine sociale e religioso ricevuto dai padri.
Al fondo dell'ideologia di sinistra vi è, invece, o dovrebbe esservi, l'idea progressista che bisogna lavorare affinché il futuro sia migliore del passato e del presente. Il progressista crede che gli esseri umani e la società siano in continua evoluzione, e che il compito della buona politica sia quello di rimuovere le ingiustizie e le discriminazioni esistenti, favorendo al contempo il progresso scientifico, culturale e sociale della popolazione.
Va riconosciuto che non si tratta di una piccola differenza. Chi è veramente di sinistra pensa che la tradizione civile e religiosa da cui proveniamo, pur con i suoi indiscutibili meriti, ci abbia consegnato un mondo che rimane profondamente ingiusto, pieno di discriminazioni e sofferenze che possono, devono essere eliminate, una volta che si trovino la volontà politica e il coraggio di combatterle. Pensa che le leggi e le regole sociali da seguire provengano dagli uomini, dalle loro idee e dai loro costumi mutevoli, non da Dio, e che possano, anzi debbano, essere perfezionate, a mano a mano che la coscienza civile e la conoscenza scientifica dell'umanità progrediscono. Le identità non sono immutabili, ma cambiano. A volte è necessario che cambino.

Diritti e doveri generalissimi
In definitiva, chi è davvero di sinistra dovrebbe convenire – mi piace credere – almeno sul seguente principio generalissimo, e cioè che tutti gli esseri umani – quali che siano il luogo in cui sono nati, il colore della pelle, il passaporto, le credenze religiose, l'orientamento sessuale – abbiano diritto alle stesse opportunità di formazione culturale e professionale, di movimento sul territorio, di cura della salute, di ricerca del lavoro e della felicità personale. Ciò implica che a ogni essere umano – nei limiti consentiti dai mezzi di cui lo Stato dispone – sia concesso di vivere dove preferisce, siano garantite un'istruzione di qualità e cure mediche di base gratuite, sia consentito di professare la religione che preferisce o nessuna religione se è ateo, sia permesso di svolgere attività politica e di esprimere, nei mezzi e nelle forme desiderati, le proprie idee e i propri costumi, con l'unico limite della salvaguardia degli equivalenti diritti e libertà altrui.
Per contro, se questi sono i diritti, chi è veramente di sinistra sarà anche d'accordo, forse, sul principio generalissimo che esistono dei doveri essenziali a cui nessuno può sottrarsi, e cioè che ogni essere umano ha il dovere di contribuire, nella misura che gli consentono le proprie capacità e i propri averi, al benessere e al progresso della collettività. Ciò vuol dire, molto semplicemente, che chi ha di più deve dare di più, per esempio in termini di tasse, e che a nessuno è consentito comportarsi come un predone, perseguendo il profitto e il potere personali o del proprio clan a danno degli altri e dell'ambiente (ciò che fanno tipicamente i mafiosi). Da ciò consegue che devono esservi leggi dure contro i predoni, per esempio contro i caporali che speculano sul lavoro nero e contro gli evasori fiscali, e che la giustizia deve essere inesorabile nel perseguire i trasgressori.
A me sembra che intorno a questi scarni princìpi generali la sinistra italiana, non solo il PD, dovrebbe tentare lo sforzo di coagulare le proprie forze, avendo il coraggio di fare chiarezza pubblica una volta per tutte. In altri termini, occorre una formulazione chiara ed esplicita, comprensibile a tutti i potenziali elettori, dei propri ideali di riferimento, e poi occorre la coerenza di trarre le debite conclusioni. La senatrice Binetti, tanto per fare un nome, non ha niente a che fare con l'idea di sinistra che ho delineato in questo scritto. Forse è sbagliata la mia analisi di cosa significhi essere di sinistra, ma chi afferma che l'omosessualità è una devianza, a parte l'insostenibilità scientifica dell'affermazione, sta negando il principio – a mio avviso fondamentale nell'ideologia di sinistra – che nessuno deve essere discriminato per nessuna ragione, tanto meno a causa del proprio orientamento sessuale.

Il coraggio di essere chiari e coerenti

Chi ricorda il contenuto delle 281 pagine del programma dell'Unione alle elezioni politiche del 2006? Quanti elettori di sinistra hanno realmente letto, e soprattutto trovato coerente con le azioni degli esponenti del PD, lo statuto del Partito Democratico? A mio modesto parere, una delle più gravi responsabilità dei dirigenti politici dell'Unione prima e del PD poi è l'aver affidato a documenti oscuri e concettosi, invece che a una comunicazione verbale chiara inequivocabile e coerente, il proprio messaggio politico di fondo. Con troppe parole si riesce a dire tutto e il contrario di tutto, a mantenere ogni ambiguità e ogni possibilità di compromesso.
Voglio perciò concludere questa mia personale riflessione su cosa vuol dire essere di sinistra nell'Italia di Berlusconi, permettendomi di proporre alcune massime, che mi piacerebbe veder adottate, non solo come slogan ma come impegni stringenti nei confronti degli elettori, da parte di tutti i politici che si presentano alle elezioni all'interno di partiti e coalizioni di sinistra:

  • Lotta senza quartiere ai conflitti d'interesse, senza guardare in faccia nessuno. Veramente
  • La politica non è un mestiere, ma un servizio reso per qualche tempo alla collettività
  • Giù le mani dei partiti dalla televisione pubblica!
  • Le frequenze televisive appartengono allo Stato e ai cittadini, non sono un monopolio dei privati
  • Non esiste vera democrazia senza un'informazione realmente libera e indipendente
  • Né condoni fiscali né indulto, ma processi più veloci e carceri più vivibili
  • Il potere va esercitato solo ed esclusivamente nell'interesse del popolo
  • Nessun cittadino, comprese le massime cariche dello Stato, è al di sopra della legge
  • Chi sfrutta il lavoro altrui è un nemico dell'umanità e del vivere civile
  • Il rispetto dei diritti fondamentali dei lavoratori è più importante della ricerca del profitto
  • Basta con i privilegi concessi alle Regioni a statuto speciale!
  • Basta con l'immunità parlamentare!
  • Basta con la pensione concessa ai parlamentari dopo soli due anni e mezzo in Parlamento!

E si potrebbe continuare.

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