SPERO VI RENDIATE CONTO DEL CAPOLAVORO CHE AVETE FATTO. LETTERA APERTA AGLI EX COMPAGNI DELLE COOP

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Lo scandalo Unipol, un "assist" a Berlusconi che neanche Ronaldinho. Come si fa a dire ancora “la Coop sei tu"? Comprarsi una banca, sia pure come la BNL, valeva il rischio di gettare al vento il patrimonio di credibilità di un movimento centenario? Purtroppo si è scelto di indebitarsi fino al collo per un investimento finanziario dal dubbio ritorno quando si sarebbe potuto destinare le stesse risorse a investimenti produttivi, magari per contrastare l’invasione della grande distribuzione straniera  – di modo che tra poco con le arance spagnole e i pomodori olandesi troveremo nei supermercati gli spaghetti francesi e il grana tedesco. Ma per riparare a quanto è successo non bastano le dimissioni di Consorte e Sacchetti, devono essere chiamati a rispondere politicamente anche i dirigenti delle aziende che hanno dato loro un mandato in bianco e sono stati incapaci di controllarli. E occorre rivedere tutto il sistema di governance delle coop, non solo dell’Unipol. Perché lì evidentemente sta la chiave del problema

di Giancarlo Fornari

Cari Compagni o ex Compagni o Amici, non so come adesso usate chiamarvi, della Lega delle cooperative, avrete letto sui giornali che adesso Berlusconi ironizza sulla presunta “superiorità morale” della sinistra, associando la sua incriminazione per corruzione di testimoni nel processo All Iberian all’incriminazione dei vertici Unipol. Uno a uno e palla al centro, se ne riparlerà alle prossime elezioni. Mentre buona parte della stampa, da Vittorio Feltri su Libero a Panebianco sul Corriere della sera, scrive ormai tranquillamente che tra destra e sinistra la differenza non è etica. E in tanti tirano un sospiro di sollievo. Che ridere, si presentavano come i campioni dell’onestà e adesso anche loro sono stati presi con le mani nel sacco, Consorte come Fiorani e Ricucci, Unipol come BPI. Tutta una compagnia di giro che faceva affari insieme. Di gruppo e personali. Cari Compagni od ex Compagni o Amici, non so come adesso usate chiamarvi, ho l’impressione che siate cambiati un po’ troppo, e in peggio, dall’epoca in cui vi frequentavo.

Altri tempi
Come forse alcuni di voi ricorderanno, verso la fine degli anni Ottanta mi capitò di passare alcuni anni (quattro. per la precisione) nella vostra sede di via Guattani e in giro per l’Emilia e la Toscana, come Vice presidente dell’associazione nazionale delle coop di consumo. Una scelta fatta in un momento in cui non mi sentivo più di stare nel sindacato dopo la delusione della cosiddetta “svolta dell’Eur”, con la quale un movimento prima antagonista si era consegnato alla politica per assecondare un compromesso storico di cui in molti vedevamo la fragilità.
Prima di risentirne troppo forte la nostalgia e tornare al mio vecchio lavoro ho trascorso con voi anni molto istruttivi; imparando soprattutto che cos’è un’impresa e quali sono i suoi problemi – una cosa che stando nel sindacato non si riesce minimamente a percepire. Era l’epoca in cui erano ancora forti i legami del movimento cooperativo con i partiti della sinistra, in nome di una comune militanza che vedeva una distinzione di ruoli ma non di finalità politiche. Un’epoca, per dire, in cui la grande Coop di Piombino che si stava allora ramificando nel Lazio si chiamava “La Proletaria” – un nome che era tutto un programma – e non era ancora diventata la Unicoop Tirreno che dà lavoro a seimila dipendenti e gestisce enormi centri commerciali nella Capitale.  

Un governo complesso e partecipato
La governance delle coop, come appresi ben presto, era allora una cosa abbastanza complessa, in cui le scelte dei gruppi dirigenti delle aziende si dovevano confrontare con le pretese delle sezioni soci, le richieste spesso invadenti delle sezioni di partito e dei vertici delle amministrazioni rosse, le decisioni degli organismi associativi territoriali e nazionali nei quali si discutevano minutamente piani, bilanci e strategie. Un sistema di rapporti che assicurava la partecipazione ma rendeva fatalmente più faticoso il processo decisionale. Già allora l’Unipol era comunque una società solida e in crescita, non è vero che è stato Consorte a farla diventare grande, il vero artefice della sua espansione – parlo di un’espansione “sana” – non è stato lui ma Cinzio Zambelli, una figura carismatica che insieme ad Enea Mazzoli gestiva una SpA con la stessa rigorosa passione che si attribuisce all’etica protestante.
Sono stato con voi nel periodo in cui tutto ciò ha cominciato a cambiare sotto la spinta di un mercato che diventava sempre più globalizzato e che costringeva fatalmente – se si voleva sopravvivere – non solo a modernizzare le strutture produttive ma anche a cambiare il modello di impresa, a renderlo più dinamico e meno vincolato. Ricordo di aver fatto in tempo a combattere insieme a Ivano Barberini, altra figura di notevole spessore, una battaglia importante in favore degli ipermercati, osteggiati da quanti, soprattutto nella cooperazione toscana, temevano – giustamente – che il gigantismo di impresa avrebbe fatto cadere il legame delle coop con il territorio e con la loro base sociale. Ma quella delle grandi dimensioni era purtroppo una scelta obbligata perché altrimenti l’alternativa era scomparire, come già stava accadendo a movimenti di grande importanza  storica come quello scandinavo. Si capiva però già allora che con queste scelte le imprese cooperative stavano iniziando una strada senza ritorno, nella quale sarebbe stato difficile mantenere il loro carattere sociale e i loro legami con il territorio e le forze politiche a cui erano storicamente legate. Forze politiche che nel frattempo stavano anch’esse mutando e che di lì a poco avrebbero subito una crisi epocale: socialisti e repubblicani praticamente scomparsi, i comunisti trasformati, la loro presenza sul territorio ridotta e frammentata.

La spallata alla finanza
Venuti a mancare quei punti di riferimento si trattava allora di trovare nuovi modelli di governance che consentissero di assicurare alle imprese  la necessaria dinamicità mantenendo un sistema sia pure meno vincolante di controlli e un rapporto soddisfacente con la base sociale. Ma nel frattempo avevo perso di vista il vostro mondo, e ho assistito solo da lontano al ridimensionamento di alcuni comparti e alla vostra continua crescita in altri, come le mie vecchie coop di consumo o le assicurazioni. Queste sempre più presenti e attive nel campo finanziario, da ultimo con  il lancio dell’Opa su BNL. Una mossa che avrei giudicato spericolata se non avessi conosciuto la proverbiale prudenza dei vostri gruppi dirigenti.  E poco importa che secondo gli analisti l’acquisizione di Bnl sembrasse un’operazione poco vantaggiosa dal punto di vista strettamente economico, visto che la banca romana aveva chiuso l’esercizio 2004 in rosso e rispetto agli utili attesi per il 2005 capitalizza proporzionalmente molto più di Banca Intesa ed Unicredito; il che dimostrerebbe il costo eccessivo dell’acquisizione. E neppure conta che negli ultimi anni, sempre secondo gli analisti, Unipol avrebbe continuato a distruggere valore per gli azionisti anche attraverso acquisizioni che hanno reso meno del costo del capitale in esse impiegato. Acquisizioni non finalizzate, quindi, a un ritorno di carattere economico ma ad una espansione con finalità prevalentemente politiche.

Le prime crepe
Ma nonostante qualunque obiezione il movimento cooperativo era tutto impegnato dietro questa scalata, che aveva assunto un significato non più economico-aziendale ma simbolico. Si era accreditata la tesi secondo cui chi si schierava contro od esprimeva dei dubbi era un nemico della cooperazione, uno che voleva negarle il diritto di sedere con pari dignità al tavolo della Grande Finanza. Si sono capiti i veri rischi di questa operazione solo quando hanno cominciato a manifestarsi le prime crepe nella scalata, quando le intercettazioni hanno mostrato rapporti strettissimi tra la banda dei furbetti del quartierino e la vostra – “nostra” – Unipol e le inchieste hanno acceso un faro su comportamenti dei suoi dirigenti tutt’altro che conformi alle norme dell’etica cooperativa – e, a quanto sembra, neppure a quelle del codice penale.
Questa storia non è ancora finita, ma intanto la prima impressione che se ne ricava è che crescendo abbiate buttato via il bambino insieme all’acqua sporca del bagno. Che il management sia diventato molto dinamico ma anche molto privo di controlli, molto autoreferenziale. Ma se questo è vero per l’Unipol è vero anche per tutte le aziende del mondo cooperativo che hanno lasciato carta bianca a questa società e al gruppetto di gente molto pragmatica e molto dinamica che l’amministrava.  

Possibile che nessuno controllasse Consorte?
“Consorte andava avanti come un treno, ci informava solo a cose fatte” – ha lamentato a posteriori qualcuno. Ed è qui che i conti non tornano. Consorte stipulava patti di ferro con personaggi dal passato incerto e dal presente ancora più oscuro, e per voi andava bene. Faceva e disfaceva, sbrogliava e imbrogliava, e voi non sapevate nulla. Vendeva svendeva e barattava, e voi non sospettavate di nulla. Tutti quanti  – con la sola, meritoria eccezione della Unicoop Firenze e di pochi altri, che hanno avuto la lungimiranza e il coraggio di tenersi fuori – avevate dato completa carta bianca al Grande Puffo che avrebbe portato il movimento cooperativo nella terra promessa della Finanza con la F maiuscola, e consentito alle vostre aziende di realizzare favolosi affari e fantastiche plusvalenze.  
Cari compagni od ex compagni, adesso è troppo facile dare tutta la colpa di quello che è successo a lui e al suo fidato scudiero Sacchetti. Di fronte alle operazioni assai disinvolte di cui secondo le inchieste si sarebbe reso autore il board di Unipol le alternative sono tre. O eravate anche voi coinvolti – ma questo mi sembra sia del tutto da escludere – o eravate distratti, o eravate incapaci di controllare. In ogni caso siete corresponsabili.
Corresponsabili delle perdite finanziarie che – temo – il movimento cooperativo dovrà subire. Della perdita di immagine dell’Unipol e delle vostre stesse aziende (e sappiamo quanto può contare l’immagine, per una compagnia di assicurazione ma anche per una qualunque impresa). Corresponsabili, infine e soprattutto, di aver fatto un regalo incommensurabile alla destra, che dopo aver compiuto le peggiori malefatte – dalla cancellazione del falso in bilancio per consentire il proscioglimento del premier nei suoi processi penali alla promozione della tv digitale e dei decoder a spese dello Stato per favorire gli interessi di Mediaset e del fratello del premier fino al rinvio della riforma del TFR per non danneggiare gli interessi assicurativi dello stesso premier, per citare solo gli episodi più recenti – adesso ci spiega che la sinistra non è migliore di lei. E, come dicevo, si servirà di ciò che avete fatto e/o lasciato fare per cercare di tamponare lo spostamento di consensi verso l’Unione nella prossima tornata elettorale.

Fare presto a rivedere il sistema di governo
Ecco perché, ripeto, dovete trarre le conseguenze della tragica situazione che avete creato. Ma intanto sarà indispensabile rivedere con urgenza il sistema di governo non solo dell’Unipol ma anche di tutte le altre vostre grandi cooperative. Un bilanciamento di poteri a livello politico e sociale come quello che ha portato il movimento cooperativo ai successi pre-anni Novanta non è più pensabile. Anzi è importante che cessi qualunque residuo collateralismo. Ma certo le vostre aziende non possono andare avanti lungo un percorso guidato unicamente da pochi dirigenti e dai loro consiglieri interni ed esterni e privo di controlli affidabili.
Pensateci. La cooperazione non è vostra ma è stata costruita da milioni di persone che lungo centocinquantanni le hanno affidato un ruolo non solo economico ma anche di promozione sociale. Questo ruolo nessuno ha il diritto di sputtanarlo e di buttarlo in un fosso.

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