RIFORMA DEL CALCIO. SOLUZIONE EUROPEA?

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Mentre il calcio italiano si arrotola nelle sue miserie e nell’incapacità di esprimere una nuova direzione di marcia e una nuova guida credibile, aiutato in questo dalla sconcertante decisione Sandulli, il calcio europeo si interroga seriamente sui suoi problemi e sul suo destino. Lo fa con un rapporto di notevole spessore, denominato "Indipendent European Sport Review 2006"

Articolo di Marco Vitale e Michele Uva
 
Il rapporto, coordinato e presentato da José Luis Arnaut (giovane e brillante giurista e avvocato portoghese, professore universitario, deputato, già ministro) nasce su stimolo della presidenza inglese dell’UE che, dopo la mancata adozione della Costituzione Europea che conteneva un articolo sullo sport, decise di promuovere un’indagine sullo stato del modello europeo dello sport, con focus sul calcio inteso come “case study”, nella convinzione che l’importanza dello sport e del calcio in particolare sia tale da richiedere una seria e urgente considerazione politica a livello europeo.
 

Pur rimanendo rigorosamente un documento indipendente, il rapporto è frutto di un’ampia collaborazione di molti esperti europei, di università e di centri di ricerca; ha avuto il supporto dell’UEFA e della FIFA, delle competenti direzioni dell’Unione, di molti organismi sportivi, è stato monitorato da un gruppo formato dai ministri dello sport di Germania, Italia, Spagna, Francia, Austria, Finlandia; è stato oggetto di un Public Hearing a Bruxelles il 29 marzo, ha ricevuto commenti dal milione e trecentomila persone che hanno visitato il relativo sito internet.
E’ dunque un documento frutto di una vasta ed approfondita ricerca e consultazione e che va preso con molta attenzione, anche perché formula indirizzi e raccomandazioni precisi ed importanti. E’ anche un documento che ci aiuta a proiettare le miserie ed il caos del calcio italiano in una prospettiva meno angusta. L’analisi conduce J.L. Arnaut a confermare la necessità di un intervento politico preferibilmente a livello europeo: “le osservazioni che ho fatto nel corso dell’esame mi hanno lasciato profondamente preoccupato. Lo sport in generale ed il calcio in particolare non godono di buona salute. Solo il coinvolgimento diretto della leadership politica, lavorando insieme agli organismi che gestiscono il calcio, possono riportarlo sulla via di una corretta ripresa”.
Aggiunge Arnaut nella prefazione-conclusione “in particolare sono convinto che se i temi sollevati nel rapporto non vengono affrontati urgentemente la proprietà dei club di calcio, finirà in mani sbagliate (“wrong hands”), gli autentici valori sportivi verranno erosi, ed il pubblico finirà per diventare sempre più disaffezionato al calcio inteso come “bel gioco”.
I principi fondamentali dello sport europeo
La Dichiarazione di Nizza del 2000 del Consiglio Europeo, ha, per la prima volta, posto a livello europeo, dei principi fondamentali sul ruolo e sull’organizzazione dello sport secondo il modello europeo, sulla base di un rapporto sullo sport presentato dalla Commissione Europea a Helsinki nel dicembre 1999.
Il rapporto Arnaut trova pienamente validi i principi della Dichiarazione di Nizza e si prefigge di indicare le vie per attuarli. Il modello europeo dello sport, e ciò lo distingue da quello USA, si basa su due pilastri fondamentali: solidarietà finanziaria e interrelazione tra i vari livelli dall’attività sportiva con passaggi tra una categoria e l’altra. Il calcio europeo è come una piramide che ha alla base 23 milioni di giocatori, maschi e femmine, registrati come tali presso le varie associazioni e federazioni, più molti altri milioni che lo giocano del tutto informalmente, organizzati da 350.000 organizzatori a livello di club, associazioni, leghe nazionali. Il lavoro svolto da questa grande base anche se non va a finire sui giornali è tuttavia fondamentale per salvaguardare il futuro dello sport e svolge un’attività socialmente ed economicamente di grande valore nella società europea”.
Vuoi fa’ ‘o bisinìss?
Al vertice della piramide il calcio è però diventato sempre più un “business” e questa dimensione è andata crescendo enormemente negli ultimi venti anni, soprattutto a causa del valore dei diritti televisivi, della sua crescente popolarità a sua volta determinata, in gran parte, dalla televisione, dalla crescente internazionalizzazione, dall’accrescersi di competizioni internazionali di alto livello. Al vertice della piramide, dunque, lo sport (soprattutto ma non solo il calcio) diventa un “business” di forte impatto. Le Nazioni Unite hanno stimato che, globalmente, lo sport rappresenta il 3% dell’attività economica mondiale; la Commissione Europea ha stimato il peso dello sport nell’1% del prodotto lordo dell’Unione; nel 2004-2005 i ricavi dei club di calcio economicamente più importanti del mondo (Real Madrid) ammontavano a 275.9 milioni di euro; tutti i ricavi realizzati dalle squadre delle cinque più importanti leghe europee di calcio nel 2003-2004 ammontavano a 5.8 miliardi di euro. Tutto sta ad indicare che il peso economico del calcio sia destinato a crescere, anche come ampliamento della presenza del calcio su nuovi media, tipo internet e telefonia mobile. Questo contrasto tra sport e business o meglio questa convivenza è alla base di tanti problemi, tensioni, conflitti dei quali soprattutto in Italia abbiamo avuto ed abbiamo tanti esempi. Così l’autonomia della magistratura sportiva per quanto attiene l’organizzazione dell’attività sportiva e lo svolgimento delle gare è fondamentale, ed il rapporto Arnaut, come altri documenti europei, lo riconfermano vigorosamente.
San Dulli, fammi la grazia!
Ma quando la giustizia sportiva non sa fare giustizia ma fa plateale discriminazione (come nella decisione Sandulli) e si toccano aspetti che attengono più la “governance” delle società-imprese, il diritto penale, la materia della legge 231, determinando effetti economici rilevanti, è irrealistico pensare che si possa impedire il ricorso o l’azione su iniziativa (soprattutto nel campo penale ed in altre materie proprie delle società quotate) della magistratura ordinaria. Si tratta di un grande e difficile problema che richiede una nuova regolamentazione (preferibilmente a livello europeo dice il rapporto) e non si può certo andare avanti con gli approcci puerili che hanno contraddistinto la Fifa e la Federazione Italiana e tanti commentatori in relazione alla indifendibile decisione Sandulli ed al conseguente ricorso al TAR della Juventus (momentaneamente accantonato, forse a seguito di un’irrituale e inammissibile promessa di sconto della pena in sede di arbitrato, NdR). Non si può invocare di essere un club sportivo e l’autonomia dell’ordinamento sportivo e pretendere di essere trattati come una squadra quasi amatoriale quando fa comodo, ed invocare invece la tutela (dimenticando peraltro i doveri!) di una grande impresa quotata in Borsa, quando fa diversamente comodo.
E’ una tensione lacerante, una contraddizione di fondo, che non è colpa di nessuno ma frutto dell’evoluzione delle vicende economico-sociali e che nessun organismo sportivo a nessun livello può risolvere da solo, ma solo una saggia nuova legislazione, preferibilmente, dice il rapporto, a livello europeo.
Tagliamo la testa al nodo
In realtà ci sarebbe un’altra possibilità: tagliar netto il nodo gordiano. Tagliare la piramide in due. Da una parte chi gioca il calcio per pure ragioni sportive con una specifica ed autonoma regolamentazione sportiva gestita esclusivamente da organismi sportivi. Dall’altra chi fa “business”, chi fa spettacolo per denaro, per tanto denaro, con una regolamentazione che faccia capo alle leggi ordinarie, al diritto societario, al diritto penale e con un proprio e separato organismo solo per la pura organizzazione e gestione delle gare. Personalmente penso, anzi temo, perché non mi piace affatto, che, se non si avrà il coraggio di un ridimensionamento economico del calcio, coraggio che nemmeno il rapporto Arnaut mostra di avere, si dovrà, alla fine, arrivare a tagliare in due la piramide. Ma ciò vorrebbe dire abbandonare il modello sportivo europeo ed a ciò tutto il pensiero europeo, tutti i documenti ufficiali dell’Unione, varie decisioni della Corte Europea di Giustizia, tutti i pareri raccolti nel corso della ricerca, ed il rapporto Arnaut stesso sono decisamente contrari.
Dunque bisogna cercare di dare un po’ di ordine alla piramide, senza tagliarla ma trovando soluzioni innovative e responsabili che, in buona misura, il rapporto Arnaut suggerisce senza peraltro andare a fondo su un tema cruciale: quello della concezione proprietaria del calcio.
Se il calcio deve essere unitario (professionale e amatoriale allo stesso tempo) e se deve coltivare tutti i valori e le funzioni sociali indicate dalla dichiarazione di Nizza e fatte proprie dal rapporto Arnaut la concezione puramente, crudamente e rozzamente proprietaria del calcio professionale si pone con tutto ciò in una posizione di conflitto insuperabile. Se non si vuole che la dichiarazione di Nizza e tutto quello che ad essa si ricollega, compreso il rapporto Arnaut, rimanga pura retorica, bisogna por mano alla questione proprietaria.
Errori Rossi e rimedi possibili
L’errore di fondo del commissario della federazione italiana è stato proprio di non avere capito questa dicotomia: la federazione si interessa di sport; la Lega si interessa di business; ed i padroni del business sono i presidenti e gli azionisti di controllo delle società di calcio; e nel capitalismo, e soprattutto in un capitalismo di primo e rozzissimo livello come è il capitalismo calcistico, i padroni contano. Avendo perso la breve finestra nell’ambito della quale sarebbe stato possibile, nello sbandamento generale, commissariare anche la Lega, il commissario si è legato le mani. Ora, la riforma per linee interne del calcio è diventata impossibile, senza un intervento legislativo molto forte e profondo per il quale il rapporto Arnaut fornisce molti spunti e materiale interessanti, anche se sulla questione proprietaria si astiene dal formulare soluzioni precise.
Il rapporto afferma che è necessario che le federazioni si preoccupino che gli organi del calcio ed in primo luogo i “club” siano governati secondo una sana “corporate governance” che assicuri partecipazione, trasparenza, democrazia e che rispetti il ruolo di tutti gli “stakeholders” compresi tra questi i tifosi. Gli “standard di governance” devono essere tali da perseguire una molteplicità di obiettivi finalizzati a mantenere o meglio riportare il calcio in una situazione sana e solida. Tra questi: affrontare in modo sistematico la cronica instabilità finanziaria del calcio, impedire che la proprietà dei club cada nelle mani di persone o organizzazioni discutibili, frenare tutti i comportamenti che rischiano di mettere in discussione l’integrità dello sport e delle gare (a partire dalle scommesse sino all’influenza impropria sugli arbitri), regolamentare in modo appropriato l’esplosione del ruolo dei “procuratori”, fronteggiare segnali di razzismo, supervisionare che il gioco si svolga in studi sicuri e bene attrezzati, sviluppare un’azione vigorosa per combattere qualunque tentativo di associazioni criminali di inserirsi nel calcio. Sviluppare una “corporate governance” funzionale a questi obietti rientra nei compiti degli organi di governo del calcio, a livello nazionale ed a livello europeo. Ma è anche chiaro che da soli questi non riescono a realizzare obiettivi tanto ambiziosi e che le Istituzioni Europee e gli Stati Membri dell’Unione devono fare la loro parte nel perseguimento di standard di corporate governance più appropriati.
Proprietario all’italiana? Basta, grazie!
È chiaro che con questa impostazione, il taglio proprietario all’italiana, dove vi è un padre-padrone che fa e disfa quello che vuole, senza nessun monitoraggio effettivo, senza nessuna partecipazione degli “stakeholders” diversi dall’azionista di maggioranza, senza nessun bilanciamento di potere, è inaccettabile. L’impostazione del rapporto Arnaut che deriva dai principi della dichiarazione di Nizza è, senza possibilità di dubbio, in insanabile contrasto con la struttura proprietaria e di “governance” del calcio italiano. Da qui le inevitabili tensioni tra federazione e singoli club professionali e loro leghe, che, come nota il rapporto, è fenomeno non esclusivamente italiano ma che in Italia ha raggiunto e raggiungerà vette sempre più alte, derivanti da un contrasto di fondo sulla natura e la funzione del calcio. Nessuno può evitare o comporre in modo civile e costruttivo queste tensioni nell’attuale quadro istituzionale e legislativo.
Il rapporto individua in Europa una molteplicità di forme di controllo proprietarie: l’associazione o club (comune in Spagna Francia Germania); il modello della pura corporation, quotate o di proprietà privata, (dominante in Inghilterra ed in certi paesi dell’Europa centrale o orientale; in verità non capisco perché il rapporto non includa l’Italia in questo gruppo); la “società sportiva” che non viene meglio definita nel rapporto e che, secondo lo stesso, è presente in Francia, Spagna, Italia, Grecia, Polonia, Portogallo; forme ibride che mescolano elementi del modello societario e del modello associativo; società di proprietà statale (in alcune repubbliche ex sovietiche). Gli autori del rapporto non “vogliono suggerire l’adozione di una struttura proprietaria uniforme per i club di calcio”. Qualunque sia la forma adottata l’obiettivo è di imporre “standard di governance” che permettano il perseguimento degli obiettivi di cui sopra che non sono e non possono essere esclusivamente di natura proprietaria ed individualistica. Nel corso dell’analisi, peraltro, il rapporto cerca, sia pure indirettamente, di esprimere una preferenza per formule che limitino i molti aspetti negativi del modello “corporate” mescolandoli con elementi associativi. Secondo il rapporto: il modello della “corporation” è vulnerabile a forme di “take over” difficili da controllare e che possono comportare mancanza di trasparenza sull’effettiva proprietà; è più facile quindi che i clubs cadano in mani inopportune; inoltre è difficile con questo modello assicurare una voce ed una presenza agli altri portatori di interessi (come gli azionisti di minoranza ma anche come i tifosi); ma il punto centrale di conflitto è che l’obiettivo primario di una società-impresa è di massimizzare il profitto mentre un club di calcio “non può seguire questa filosofia, se non altro perché esso ha un più ampio ruolo nella Comunità che non si traduce in valori monetari… a differenza di altre attività: “football clubs are inherently no profit maximasers”; per questi motivi per le “corporations” del calcio, anche per quelle quotate (trend che, invero, non ha avuto molto successo) sono necessari correttivi e aggiustamenti che riflettano aspetti, esigenze, obiettivi tipici del calcio. Questi correttivi sono più facilmente adattabili al modello “società sportiva”, che non viene ulteriormente definito dal rapporto ma che, evidentemente, è una forma di società di capitali ad hoc che usa la forma società di capitali piegandola alle specifiche caratteristiche del calcio. Confesso che ho letto con qualche soddisfazione personale queste pagine del rapporto perché da almeno quattro anni sostengo le stesse tesi.
Il modello spagnolo
Mi sembra, peraltro, evidente che il rapporto esprima qualche preferenza per la forma associazione – fondazione (tipica della Spagna) quando afferma: “Sembra che il modello associativo offra la più efficace protezione contro il rischio che la proprietà del club cada nelle mani di individui poco scrupolosi e che sia anche la formula più democratica, almeno nei casi in cui il presidente e il consiglio sono eletti dai membri dell’associazione che votano con voto paritario”. Ma anche in questa formula ci possono essere svantaggi; in particolare: la difficoltà del ricambio degli amministratori che gestiscono anche male l’associazione ma che tengono buoni i tifosi con soluzioni sportivamente allettanti anche se finanziariamente insane.
Alcuni suggerimenti
Qualunque sia il modello adottato, dunque, sono necessarie misure ad hoc per elevare gli “standard di governance”, oggi largamente insoddisfacenti, per migliorare la situazione finanziaria dei club, per riconfermare e rafforzare il principio di solidarietà. Il rapporto sviluppa suggerimenti importanti in queste direzioni. Ragioni di spazio ci obbligano a limitarci ad elencare i più importanti senza approfondirli e discuterli ulteriormente. Ma crediamo che i punti sopra analizzati siano quelli centrali e dai quali tutto il resto dipenda. Tra tali suggerimenti vogliamo ricordare misure per:

  • escludere dagli organi amministrativi e dalla proprietà persone non adeguate (oggi solo la federazione inglese ha introdotto un “fit and proper persons test”, applicabile peraltro solo agli amministratori);
  • assicurare l’indipendenza dei club tra i quali primario è il principio che la stessa proprietà non può controllare due club partecipanti alla stessa competizione (principio già in vigore a livello UEFA, e che va esteso non solo alla proprietà ma a chiunque eserciti il controllo di fatto dei club attraverso accordi di sponsorship o simili);
  • inquadrare e istituzionalizzare nella vita dei club la presenza e il ruolo dei tifosi (solo in Inghilterra e Scozia, anche come reazione al modello corporation ivi dominante è nato un movimento per sostenere la presenza dei tifosi nella vita delle società: il “Supporters Direct Movement”; secondo il rapporto “un coinvolgimento propriamente strutturato dei tifosi nella vita dei club può migliorare la governance e la stabilità finanziaria, oltre a portare altri benefici”. Il sistema della licenza UEFA introdotto nel 2004-2005 ( solo le squadre che hanno ottenuto una licenza UEFA dimostrando di avere una governance secondo gli standard UEFA possono partecipare alle competizioni UEFA) è un passo molto importante nella riforma del calcio europeo, pertanto va rafforzato, applicato con molto vigore, ed applicato anche a livello nazionale;
  • perseguire una gestione finanziaria corretta; le tendenze per una gestione finanziaria poco responsabile sono diffuse ed in un certo senso sono insite nel calcio; pertanto sono indispensabili misure per “forzare” i club ad una gestione responsabile e a mantenere un certo equilibrio economico tra i club contrastando la negativa tendenza al formarsi di pochi club superricchi e superpotenti da un lato e tutti gli altri dall’altro. Il calcio, per funzionare bene, ha bisogno di equilibrio e di competizione bilanciata; nel calcio non si può giocare da soli! Le sicure più efficaci sembrano essere: marketing centralizzato di certi diritti e soprattutto di quelli televisivi che sono patrimonio comune del calcio e non di singole squadre; limiti alla rosa dei giocatori; requisito che un certo numero di giocatori sia cresciuto in casa; “salary cap”. Una corretta governance non va richiesta solo ai club ma agli organi di governo del calcio, anche in applicazione della risoluzione adottata dal Consiglio d’Europa nel 2004 sui “Principi di buona governance nello sport” (ciò richiede, tra l’altro, che queste strutture siano organizzate in modo appropriato e con i necessari presidi professionali e non siano un ritrovo di signorotti come sono sostanzialmente in Italia);
  • impedire e controllare l’attività dei procuratori;
  • combattere attività criminali o criminaloidi delle quali esistono seri sintomi, tipo: utilizzo del calcio per “lavare” denaro illegale, traffico di giovanissimi giocatori, forme di razzismo e xenofobia, controllo delle scommesse legali (fenomeno in crescita e di grande complessità), manipolazione dei risultati, corruzione, scommesse illegali.

Queste ed altre misure suggerite dal rapporto rimangono, in gran parte, misure che fanno capo agli organismi che regolano lo sport ed il calcio in particolare. Ma è evidente che esse sono così penetranti e sollevano anche complessi problemi legali da richiedere l’elaborazione di un preciso quadro istituzionale e normativo da parte delle Istituzioni europee (ed in particolare della Commissione Europea) e degli Stati Membri.
Il rapporto Arnaut auspica che la maggior parte delle misure principali trovino un preciso quadro di riferimento a livello europeo attraverso strumenti europei (direttive e raccomandazioni) compreso un vero e proprio accordo formale tra Unione e UEFA. L’importante è che si agisca perché, conclude il rapporto “it is time to act”.
Il coraggio di andare avanti
Condividiamo la prospettiva che la nuova regolamentazione del calcio nasca fondamentalmente a livello europeo. Ma la realizzabilità ed il successo, a livello europeo, di questa penetrante azione “politica”, dipenderà anche dallo stato delle cose e dal livello di maturazione del calcio a livello nazionale. Molti problemi sono comuni, come il rapporto Arnaut documenta, ma la situazione generale dell’organizzazione e del funzionamento del calcio italiano è certamente e di gran lunga la peggiore d’Europa. Si apre, dunque, una chiara alternativa politica. Stare ad attendere gli eventi ed essere ancora una volta trascinati per la cavezza nella direzione giusta dall’evoluzione e dalle istituzioni europee. Oppure, cogliere l’occasione dello stato confusionale in cui si trova il calcio italiano e porsi decisamente all’avanguardia, come si conviene ai campioni del mondo. Pensare che questo processo possa essere guidato dal solo commissario della Federazione è una fesseria, e chi ne dubita legga il rapporto Arnaut. Una legge organica, che riconosca e confermi l’autonomia delle Federazioni, che inquadri e limiti il potere della Lega e che adotti tutte o la maggioranza delle misure suggerite dal rapporto Arnaut, porrebbe, miracolosamente, l’Italia in testa al gruppo. Negli ozi agostiani si può anche sognare che ciò avvenga. Da un punto razionale e dell’interesse del calcio italiano ed europeo e del Paese ciò dovrebbe avvenire.

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