PERCH? NO ALLA FLAT TAX

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La flat è adottata soprattutto dai paesi ex-comunisti. Ma gli argomenti contro sono molto più numerosi di quelli a favore. E non è vero che sarebbe più semplice

articolo di Fernando Di Nicola

In questi ultimi anni si è andato sviluppando un acceso dibattito sulla cosiddetta “flat tax”, cioè un’imposta sui redditi personali caratterizzata da una sola aliquota. Il dibattito è acceso in molti dei paesi occidentali, sviluppati o meno: si va dagli USA, dove tradizionalmente c’è maggiore disponibilità per una competizione ed uno sviluppo che lascino in secondo piano i temi del welfare e della coesione sociale, alla Germania, dove di recente la candidata alla cancelleria Angela Merkel aveva posto la flat tax come uno dei possibili obiettivi di legislatura (con qualche problema di consenso anche all’interno dello schieramento conservatore), ai paesi dell’est europeo post comunista, che massicciamente hanno adottato la flat tax (come si vede da questa tabella tratta da “the economist” del 14 aprile 2005).

Aliquote flat tax sui redditi da persone fisiche
Stato  aliquota
%
anno
d’introduzione
Estonia 26 1994
Lituania 33 1994
Lettonia 25 1995
Russia 13 2001
Serbia 14 2003
Ucraina 13 2004
Slovacchia 19 2004
Georgia 12 2005
Romania 16 2005

Chi la sostiene
In Italia non sono moltissimi gli aperti sostenitori di una flat tax, eccettuato il Ministro della difesa Antonio Martino e pochi altri, ma va pur considerato che la legge delega di riforma dell’Irpef, approvata dal Parlamento nel 2003 (ma recentemente decaduta senza una sostanziale attuazione!), prevedeva due sole aliquote (23% e 33%), di cui però quella maggiore si applicava solo a meno dello 0,5% dei contribuenti e per la sola parte del reddito eccedente i 100.000 euro. Dunque, la maggioranza del Parlamento aveva approvato per uno dei grandi paesi dell’Europa un’imposta personale estremamente vicina ad una flat tax.
Sempre per l’Italia, va detto che anche tra i progressisti esistono autorevoli pareri favorevoli ad un’Irpef fondata su una sola aliquota, purché accompagnata da importanti correttivi quali detrazioni, franchigie, deduzioni, imposta negativa. Se Vincenzo Visco ha nel passato considerato la possibilità di una flat tax all’italiana, purché contemperata da sostanziosi meccanismi redistributivi, più di recente Nicola Rossi, economista DS e già consigliere di Massimo D’Alema, è tornato a considerarla accettabile, anche se non auspicabile, se accompagnata da deduzioni-detrazioni per le fasce più deboli ed un riordino della spesa pubblica con obiettivi più redistributivi.
Vediamo allora quali sono in sintesi le argomentazioni pro e contro questa struttura d’imposta così lontana dalle molteplici aliquote e scaglioni vigenti da sempre nell’Europa occidentale.

Gli argomenti a favore e contro
I sostenitori della flat tax la considerano auspicabile per due ordini di motivi:
(a) la capacità di un’imposta ad una sola aliquota, possibilmente bassa, di stimolare l’offerta di lavoro e l’iniziativa d’impresa, e per questa via lo sviluppo economico ed il benessere (medio) della popolazione;
(b) la semplicità e la percepibilità di questo impianto sarebbero accompagnate dalla riduzione dei costi di gestione e controllo, da parte dello Stato, e dei costi di elusione/evasione, da parte dei cittadini.
A corredo di questi due vantaggi, i cultori della flat tax “senza correttivi” solitamente non si soffermano sugli impatti redistributivi (se non per affermare che lo sviluppo economico alla lunga premia anche i ceti economicamente più deboli) e considerano modeste le perdite di gettito nel lungo periodo, proprio in virtù delle citate positive reazioni di comportamento degli agenti economici (lavoro e impresa).
Gli oppositori della flat tax, per contro, si basano principalmente su due aspetti:
(c) una sola aliquota annulla, o riduce fortemente, l’azione redistributiva dell’Irpef, essenziale per la coesione sociale ed il “patto di cittadinanza”;
(d) le consistenti perdite di gettito che accompagnano l’introduzione di una flat tax portano inevitabilmente ad una più o meno marcata riduzione dello stato sociale, ad un aumento di altre tasse più regressive, ad un aumento del deficit e del debito.
Commentando le argomentazioni a favore o contro, è ragionevole pensare ad un effetto positivo di un’imposta molto semplificata e con aliquota bassa sulla produzione e sui costi di gestione. Tuttavia, è oggetto di controversia la determinazione di quanto consistenti siano tali effetti.  Un’aliquota unica attorno al 30%, ad esempio, costituirebbe un incentivo tangibile solo per i redditi medio/alti, la cui significativa reattività positiva è tutta da dimostrare.  Quanto ai costi di gestione, si tratta di un argomento quasi irrilevante, considerato che i costi di amministrazione di un’imposta come l’Irpef sono abbastanza rigidi, mentre la spinta ad evadere poggia principalmente sulla possibilità di farlo senza grossi rischi e costi, più che sulla differenza marginale che deriverebbe da una minore aliquota.

Ma i contro sono maggiori dei pro
Più convincenti paiono invece i motivi di perplessità. Data per necessaria ed utile (in ultima analisi anche ai fini produttivi) un’azione redistributiva del bilancio pubblico, un “sistema tributario ispirato alla progressività” (come prescrive la nostra Costituzione) non può non poggiare su un’Irpef progressiva, considerato che le altre imposte vigenti sono essenzialmente proporzionali se non regressive.
Anche la copertura del gettito che un’aliquota unica Irpef genererebbe costituisce un problema importante. Contrariamente alle tesi di “autofinanziamento” che secondo alcuni sostenitori una riduzione dell’Irpef mediante la flat tax conseguirebbe, un recente studio di Mankinw e Weinzierl, consulenti del presidente USA Bush, giunge alla conclusione, sotto specifiche e favorevoli ipotesi, che un taglio delle imposte su capitale e lavoro può portare, ma solo nel lungo periodo, ad un recupero tra il 50% ed il 17%, a seconda della natura del reddito.  Si può perciò arguire che anche per i più accesi sostenitori delle riduzioni fiscali sui redditi personali è preventivabile una netta perdita di gettito, che andrebbe recuperata o con altre tasse, o con la riduzione di servizi e trasferimenti pubblici (o, come avvenuto in Italia, con aumenti dei deficit, che si limitano a spostare sulle generazioni future gli oneri ed i problemi).
Qualche considerazione va infine fatta, per la rilevanza delle conseguenze, sulla tesi che la contrarietà alla flat tax non ha ragione di esistere ove essa fosse accompagnata da deduzioni e detrazioni che la rendessero progressiva. Si ricorderà che tale tesi ha permeato le riforme Irpef delineate da Tremonti ed approvate dal Parlamento, oltre che qualche intervento e proposta dall’opposizione.
É indubbio che l’introduzione di una franchigia esente, o di deduzioni o detrazioni, fisse o decrescenti, rende progressiva anche un’imposta con una sola aliquota: se ad es. i primi 10.000 euro sono esenti e l’aliquota è del 30%, chi guadagna 20.000 euro deve un’imposta di 3.000 euro, mentre chi guadagna il doppio, cioè 40.000 euro, deve un’imposta di 9.000, che è il triplo di 3.000.  
Tuttavia resta centrale stabilire il grado di progressività e di azione redistributiva che l’Irpef svolgerebbe; da questo punto di vista, l’azione svolta da scaglioni ed aliquote è generalmente più potente e più flessibile delle franchigie e/o deduzioni-detrazioni.  Per redditi elevati al di sopra dei 200.000 euro, ad esempio, è quasi irrilevante quali siano le franchigie o deduzioni, mentre è fondamentale qual è l’aliquota massima applicata: con una flat tax al 25-30%, questi redditi contribuirebbero al finanziamento della spesa pubblica in maniera nettamente inferiore a quanto fanno ora con l’aliquota marginale massima al 43%.

Troppo complicati i correttivi per la progressività
Ma l’introduzione di consistenti correttivi per la progressività annullerebbe anche uno dei vantaggi attribuiti alla flat tax, quello della semplificazione, della percepibilità e della economia di gestione dell’imposta: basta pensare all’Irpef italiana vigente, con detrazioni e doppie deduzioni decrescenti con due diverse formule, che rendono oltremodo difficile per il contribuente medio (ed anche per qualche addetto ai lavori) intuire quale sarebbe l’aliquota marginale effettiva che pagherebbe su un eventuale incremento di reddito.
D’altro canto, una struttura Irpef ad aliquote e scaglioni che comprendesse anche l’aliquota zero conterrebbe di fatto una franchigia senza la necessità di prevedere detrazioni o deduzioni.
In conclusione, sebbene pare convincente che aliquote personali sul reddito basse siano (a parità di altre condizioni) in qualche misura di incentivo alla produzione, le inevitabili conseguenze in termini di maggiori altre imposte o minori servizi pubblici rendono questa strategia di dubbio effetto su questo punto, mentre appare pressoché certo l’indebolimento della fondamentale azione redistributiva del bilancio pubblico, sia a causa della minore progressività delle imposte, sia da quello della minore presenza di spesa pubblica “sociale”.
É forse principalmente per questi motivi che i paesi dell’Europa occidentale, supportati da un ampio consenso dei cittadini, hanno mantenuto strutture dell’imposta personale ben ancorate a scaglioni ed aliquote che vanno dallo 0% al 50% ed oltre.

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