PALADINI: DOPO LA “CONTRORIFORMA” RAZIONALIZZARE L’IRPEF, RIDURRE IL CUNEO, CONTRASTARE L’EVASIONE

melfi

Importanti relazioni e interessante dibattito al seminario "Giustizia Fiscale e Qualità della Spesa" organizzato dal Melfi il 6 novembre 2006 presso la Sala delle Conferenze in piazza Montecitorio a Roma. Le relazioni introduttive – precedute da una presentazione di Laura Pennacchi, Presidente dell'associazione – hanno approfondito, sfatando alcuni luoghi comuni correnti, temi di grande attualità: "Le entrate e le spese negli equilibri di finanza pubblica statale e locale" (Giorgio Macciotta); "Efficienza ed efficacia della spesa pubblica" (Giuseppe Pisauro), “Razionalizzazione dell'Irpef ed evasione fiscale" (Ruggero Paladini). Al dibattito, introdotto da Giancarlo Fornari, hanno preso parte tra gli altri Luigi Mazzillo, che ha parlato della programmazione del contrasto all'evasione – da basare, come avviene in Francia, su un approfondito studio delle sue origini e dimensioni – Felice Piersanti, che ha fatto il punto sulla spesa del sistema sanitario e sulle strade per migliorarne la qualità, Antonio di Majo, che ha insistito sulla necessità di ricostituire un qualificato servizio ispettivo all'interno dell'amministrazione finanziaria. Il presidente della Commissione Bilancio della Camera, Ercolino Duilio, si è soffermato sulle varie problematiche della Finanziaria in corso di approvazione.
La registrazione audio (formato mp3) dell'intero dibattito è disponibile sul sito del Melfi. Di seguito riportiamo il testo della relazione di Ruggero Paladini, che fa parte del gruppo di esperti che hanno partecipato all'elaborazione della riforma del sistema dell'Irpef e degli assegni familiari contenuta nella Finanziaria.

Gli obiettivi della riforma
La riforma (o forse si potrebbe dire la contro-contro-riforma) nasce con due obiettivi, uno contingente ed uno di più lungo periodo.
Il primo obiettivo è connesso con la questione del cuneo fiscale; in altre parole la riforma e volta a realizzare i due punti di diminuzione del cuneo fiscale per il lavoratore “medio OECD” con circa € 23.000 di remunerazione annua; il “mandato” era appunto quello di ottenere questo risultato attraverso una ristrutturazione dell’irpef e degli assegni al nucleo familiare. Ovviamente la cosa non era fattibile concedendo “ad hoc” una detrazione di € 470 o 450 (a seconda di cosa si pone al denominatore, se la remunerazione lorda o il reddito imponibile), ma implicava una riforma più generale.
Il secondo obiettivo era invece quello di iniziare una ristrutturazione congiunta di irpef ed assegni familiari, in modo da disegnare una struttura più razionale.

Irpef e assegni familiari. Un sistema assurdo oltre che iniquo
Per quanto riguarda l’Irpef i due principali aspetti critici del sistema vigente sono:

  • non c’è un’unica irpef, ma tante quante sono le figure dei contribuenti: pensionato senza carichi familiari, autonomo con coniuge a carico, dipendente con coniuge ed un figlio, e così via. Ognuna di queste figure ha una sua propria struttura di scaglioni ed aliquote, con la caratteristica che i lavoratori dipendenti con molti figli hanno le aliquote marginali più alte, e via via crescenti al crescere del numero dei figli.
  • il sistema delle deduzioni, decrescenti rispetto al reddito, realizza un’altra incongruenza: in quanto tale, la deduzione favorisce chi ha aliquote marginali più alte, ma essendo decrescente rispetto al reddito, lo sgravio fiscale per “no tax area” e carichi familiari si comporta come le montagne russe: decresce, poi cresce, poi decresce, poi cresce di nuovo…..Per esempio un lavoratore con coniuge ed un figlio ha un risparmio d’imposta di € 1027 quando il suo reddito imponibile è pari a 27mila, ma il risparmio aumenta, poi cala, poi arriva a € 1426 (400 in più) a 37mila, e ritorna a livello di 1027 a 51mila euro.
  • se vi sono due famiglie con un eguale reddito complessivo guadagnato dai coniugi, il risparmio d’imposta per i figli dovrebbe essere uguale indipendentemente da come si distribuisce il reddito complessivo: ad esempio 30mila per entrambi i coniugi o 40mila uno e 20mila l’altro. Il sistema vigente non rispecchia questo criterio, mentre il nuovo sì.

Per quanto riguarda gli assegni, il difetto principale, sul qual era opportuno intervenire da tempo, è la struttura a gradini degli assegni, per cui, superato il limite di una classe di reddito, si ha una caduta secca dell’ammontare dell’assegno, tale da determinare, insieme all’aliquota marginale irpef, una riduzione del reddito imponibile, di fronte ad un aumento della remunerazione.

Cosa è stato fatto
Il vincolo del mandato era posto sostanzialmente dalla riduzione di gettito del c.d. II° modulo della riforma (realizzata da Siniscalco, il quale peraltro aveva suggerito un diverso utilizzo dei sei miliardi). Si sono pertanto rimodulate le aliquote, eliminate le deduzioni “no tax area” e familiari, alzati i limiti di esenzione, e reintrodotte le detrazioni per lavoro e carichi familiari, decrescenti rispetto al reddito ma in modo più graduale rispetto al sistema vigente (quella per il coniuge ha un tratto costante tra 15.000 e 40.000).
Gli assegni sono stati ristrutturati aumentando leggermente il livello iniziale e facendo scendere con gradualità l’assegno, in modo da evitare le trappole della povertà.

I reali vantaggi e svantaggi della manovra
Non mi dilungo sugli effetti della redistribuzione, che sono stati illustrati, talvolta con errori, dai giornali; vorrei toccare due punti.
Il primo riguarda i criteri di attribuzione dei vantaggi e svantaggi. Leggendo i giornali e ascoltando la televisione sembrerebbe che si sia stabilito che si è benestanti dai 40mila in poi (e forse ricchi dai 75mila). In effetti non si tratta di questo, dato che i redditi individuali non sono un metro adatto a valutare la situazione economica, a meno che non si tratti di single, nel senso preciso di persone che vivono sole.
Se si vogliono ridistribuire circa 6,7 miliardi, occorre basare i calcoli sulla distribuzione del reddito dichiarato dai quaranta milioni di contribuenti. La tabella seguente sintetizza questa distribuzione:
 

Redditi

(migliaia di euro)

Dipendenti

pensionati

autonomi

altri

Totale

Fino 15

7.024.650

9.596.750

2.357.050

2.224.750

21.203.200

(Quota %)

(33,13 %)

(11,12 %)

(45,26 %)

(10,49 %)

 

15-40

10.542.800

4.469.100

1.547.600

292.100

16.851.600

(Quota %)

(62,56 %)

(9,18 %)

(26,52 %)

(1,73 %)

 

40-100

1.256.600

351.850

524.950

92.200

2.225.600

(Quota %)

(56,46 %)

(23,59 %)

(15,81 %)

(4,14 %)

 

0ltre 100

172.200

20.350

133.850

18.250

344.650

(Quota %)

(49,96 %)

(38,84 %)

(5,90 %)

(5,30 %)

 

Totale

18.996.250

14.438.050

4.563.450

2.627.300

40.625.050

(Quota %)

(46,76 %)

(35,54 %)

(11,23 %)

(6,47 %)

 

Come si nota il 52,2% dei contribuenti si situa entro i 15mila; il 93,7% entro 40mila. Ora, se vogliamo ridistribuire alcuni miliardi dall’alto verso il basso, non possiamo limitarci a portare via metà reddito a coloro che hanno più di 500mila euro (poco più di 10mila persone, di cui 6mila autonomi), perché al più potremmo ottenere 250 milioni. Occorre operare necessariamente coinvolgendo anche coloro che si definiscono “ceto medio”.

Non è vero che sono stati favoriti gli evasori
Il secondo punto riguarda l’evasione. Una delle critiche mosse alla redistribuzione dell’irpef è che avvantaggia gli evasori. Ora, come si può notare dalla tabella, nella prima e nella seconda fascia la percentuale di lavoratori dipendenti e di pensionati è nettamente maggiore rispetto a quella degli autonomi. Non è neppure detto che dipendenti e pensionati non evadano, così come non è detto che gli autonomi siano tutti evasori.
Inoltre ragionare su dichiarazioni medie può generare qualche errore: se la media di un settore di commercio, artigianato e piccola impresa è di 12mila euro, vuol dire che alcuni dichiarano meno ed altri più. Supponiamo ad esempio che vi siano quattro artigiani: due dichiarano reddito zero, uno 12mila ed uno 36mila. Plausibilmente tutti i quattro evadono, ma con percentuali diverse; la riforma dell’irpef avvantaggia uno solo dei quattro artigiani.

Il problema dell’evasione, come sappiamo, è di una rilevanza estrema. Qui non si tratta di ridistribuire 7 miliardi, ma qualche cosa come 150-200 miliardi, e quindi di incidere in modo pesante sul reddito disponibile di milioni di operatori economici. L’obbiettivo di ridurre a livelli fisiologici l’evasione va perseguito con l’applicazione di regole amministrative che esistono in molti paesi tra cui gli USA, di controlli mirati, migliorando gli studi di settore, ed anche con l’integrazione di dati provenienti da diverse fonti anagrafiche.

Il contrasto di interessi purtroppo non è la ricetta magica contro l'evasione…
Non mi posso dilungare su questi temi, ma vorrei soffermarmi un poco su quello che viene spesso presentata come l’uovo di Colombo: il contrasto di interesse, cioè la deducibilità fiscale (della spesa, o dell’iva, o varianti). Va detto che la misura proposta ha trovato qualche applicazione, nel caso delle ristrutturazioni urbanistiche o delle remunerazioni alle colf, ed in passato la deducibilità delle spese mediche è stata presentata anche come uno strumento anti-evasivo. Ora è chiaro che gli attori sono tre: l’evasore, il consumatore, il fisco; il primo dovrebbe “pagare” e gli altri due dovrebbero guadagnare (il fisco dovrebbe poi restituire ai consumatori in termini di minori imposte). Non è detto però che questo avvenga; dipende dal grado di evasione del nostro evasore.
Partiamo da un dato di cui tutti abbiamo esperienza. Al momento del pagamento vi sono medici, dentisti ecc…, che offrono una scelta tra, poniamo, 150 euro con ricevuta (“se lei è assicurato”, dice il dottore) e 120 euro in nero. La differenza corrisponde, con una certa generosità, alla detrazione al 19%. Questo vuol dire che la deducibilità deve essere del 100% o quasi, altrimenti rischia di non ottenere il suo scopo.
Facciamo un esempio: il dottore ricava dai pazienti 150.000, e ha regolari costi di 50.000. Egli dichiara però solo 50.000, la metà del suo reddito. Se permettiamo la deducibilità totale delle spese mediche, in modo da dare un incentivo più forte (soprattutto a chi ha aliquote marginali più alte; per chi ha l’aliquota al 23% l’offerta del dottore può essere sempre conveniente, ed ovviamente per gli incapienti non c’è nulla da fare, almeno al momento) e costringiamo il dottore a dichiarare (quasi) tutto, noi pazienti siamo contenti (a meno che il dottore non aumenti le tariffe per difendere il suo tenore di vita), ma per il fisco è stata una specie di vittoria di Pirro.
Questo è solo un esempio, ed i medici che esercitano la professione privata non sono tra i più scatenati, pur appartenendo alla categoria di coloro che offrono servizi ai consumatori, cioè al settore del lavoro autonomo che è a maggior evasione.
In sostanza, il ricorso al conflitto di interesse può trovare applicazioni in alcuni casi limitati, per l’ovvia considerazione che se tutti deducono tutte le spese, oltre ad avere un sistema ingestibile, si finirebbe per ridurre la base imponibile al solo reddito risparmiato.

…anche se in certi casi può funzionare
Possiamo individuare tre caratteristiche per le spese per le quali può essere opportuno creare dei sistemi di contrasto d’interesse, cioè concedere uno sgravio in sede irpef:

  • la spesa deve avere una qualche rilevanza sociale, da un punto di vista etico o economico,
  • deve essere controllabile ed “incrociabile”,
  • deve riguardare settori dove l’evasione è particolarmente alta.

Come ho accennato, abbiamo già sperimentato alcuni casi, che vanno dalle spese di ristrutturazione di immobili ai contributi per le colf. Si tratta di tipologie dove, in forme diverse, sussistono degli intermediari. Ciò suggerisce che in certi casi le assicurazioni, fiscalmente riconosciute, possano svolgere un ruolo nel contrasto dell’evasione.

About Contrappunti

Inserisci un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. Required fields are marked *

*