MA LEI IN QUEI GIORNI E’ NERVOSA? E CI GIURA CHE NON RIMARRA INCINTA?

donna incinta

Certo a un uomo non potrà mai capitare che in un colloquio di lavoro la donna addetta alle selezioni gli chieda  se ci sono dei giorni in cui è più nervoso, se prevede di restare padre e se è al corrente dei metodi per non diventarlo. E invece questo è ciò che capita normalmente a una ragazza che cerca lavoro. Spocchiosi capi del personale,convinti di essere padreterni, si informano scrupolosamente dei suoi progetti di vita, perché “la nostra società non può permettersi di investire su una donna che fra un anno si metterà in maternità”.  E c'è perfino qualcuno che aggiunge ammiccando “Non devo dirle io come fare a evitare certi… incidenti.” A quanto pare la maternità, diritto naturale e costituzionale di ogni donna, non è ammessa nei ristretti orizzonti di questi pseudo manager che approfittando del loro potere contrattuale pretendono di condizionare brutalmente il destino delle donne che bussano alle loro porte in cerca di lavoro. Il ritornello è sempre lo stesso: se vuoi essere assunta devi giurare che non avrai figli. Quando ci si lamenta delle famose culle vuote che tra qualche decennio ridurranno l'Italia a un paese di pensionati non si pensa che sono anche effetto di queste prevaricazioni, contro le quali non sembra che le autorità politiche stiano facendo molto. Abbiamo segnalato l'episodio di vita vissuta raccontato in questo scritto agli uffici stampa dei ministri del lavoro, delle pari opportunità, della famiglia, della solidarietà sociale. Ci auguriamo che da quelle parti si decidano a fare qualcosa per combattere queste spregevoli politiche del lavoro 
articolo di Stefania Petrucci


Interno giorno
: ufficio luminosissimo, undicesimo piano dei venti di un mostro milanese di recente costruzione con facciata a specchio, la stanza quasi interamente occupata da una scrivania sulla quale regna un ordine che sa di maniacale, una pianta sofferente accanto alla porta, poster incorniciati appesi alle pareti e un terribile odore di sigaro che ha impregnato la moquette grigia che ricopre il pavimento. Oltre la mega scrivania, un distinto signore vicino ai 60 sprofondato in un’immensa poltrona dal design modernissimo. Indossa un abito elegante, una cravatta regimental abbinata alla camicia e ha lo sguardo fisso sulla prima pagina di una rivista.

E’ quello che riesco a fotografare con lo sguardo appena entro nello studio che mi hanno indicato come il sancta sanctorum della società commerciale presso cui sto per fare un colloquio di lavoro.
Mesi prima avevo inviato il mio curriculum vitae all’ufficio marketing ma era un brutto momento per la società: c’era una riorganizzazione in corso e non potevano prendere in considerazione nessuna richiesta.  In sintesi è questa la risposta ricevuta via mail a seguito della mia auto-candidatura. Per questo, quasi non riesco a crederci quando mi convocano per l’indomani mattina.

Arrivo con venti minuti di anticipo ma aspetto in macchina, metto un cd, mi guardo nello specchietto retrovisore per accertarmi di essere in ordine e di aver coperto bene le occhiaie, residuo di una notte passata a rigirarmi nel letto per l’ansia.  Mi stanco del cd, passo alla radio. C’è un notiziario: solito bollettino di attentati, inchieste giudiziarie, risultati sportivi. No, mi agita ancora di più. Spengo e scendo dall’auto, i movimenti rallentati per diluire i minuti che mancano all’incontro.  Sono solo cinque ma sembrano cinquecento.  Passano. L’ascensore mi porta velocemente a destinazione, la segretaria mi accoglie con fare benevolo e, in men che non si dica, sono faccia a faccia col capo dei capi che mi fa accomodare e mi chiede subito se può offrirmi un caffè. Mi agiterà ancora di più ma dico di sì per non sembrare scortese.

Cominciamo a chiacchierare del più e del meno: mi domanda del tempo, del traffico, di tutte quelle cose che la gente chiede per riempire le pause tra una frase e l’altra ma che, in realtà, non interessano affatto. Finalmente arriva al punto: prende il mio curriculum e la lettera di presentazione che lo accompagnava.  Lo legge a voce alta quasi per intero e per ogni esperienza di lavoro passata mi chiede i dettagli. Ancora nessuna domanda personale: stato civile, figli, dove passo le vacanze, per chi voto…  Fantastico, questo sì che è un vero colloquio di lavoro! Andiamo avanti così ancora per un po’, mi racconta la storia della società, la missione, gli obiettivi che si sono posti.  Infine, mi spiega quali sono le mansioni che dovrei svolgere nell’ufficio marketing.  

Continuo ad ascoltarlo annuendo di tanto in tanto, faccio anche qualche domanda per mostrarmi  interessata a quello che dice. Tutto sembra filare liscio, io sono oltre: mi sento già parte di questa società, mi vedo in trasferta, alle riunioni e agli Open Days. Mi sono già assunta, insomma. Ma è troppo presto per cantare vittoria: l’interrogatorio che pensavo mi sarebbe stato risparmiato ha inizio.
Il direttore ha esaurito gli argomenti strettamente professionali e passa a quelle che per ogni donna sottoposta a un colloquio di lavoro sono divenute un rito da temere.
“Allora, signorina, sul suo CV non c’è scritto se è sposata. Non che sia importante, ma lei capisce che la Società non può permettersi di investire (detesto questo termine quando si riferisce agli essere umani e ai sentimenti!) su una donna che fra un anno si metterà in maternità”.
Eccoci, ci siamo. L’ha detto! Ora dovrò parlargli della mia vita privata, delle mie scelte, di quella sfera che non attiene al lavoro ma che è parte di un mondo con confini definiti, che non limita né sminuisce le mie capacità.
Mentre sullo schermo dei miei incubi peggiori avanza la pellicola col sonoro delle idiozie pronunciate dal manager seduto dietro la scrivania, penso con rabbia a tutte le volte che ho dovuto sentire quegli stessi discorsi e a tutte le donne a cui è stata negata una possibilità per il solo fatto di essere donne!

Ci sono cose immutabili che il progresso civile non ha cambiato, che le battaglie femministe non hanno eliminato del tutto.  Tra queste l’idea, totalmente campata in aria e patrimonio di dirigenti uomini molto poco illuminati, che a una donna in età fertile non può essere affidato nessun progetto di media scadenza.
Allora, mi torna alla mente un articolo letto qualche tempo fa: Lidia Poët, paladina della emancipazione professionale femminile,  laureata in giurisprudenza, a cui nel 1883 fu negata l’iscrizione all’Albo degli Avvocati. Tra le motivazioni addotte dalla Cassazione, che rigettò l’ammissione all’albo, una mi aveva particolarmente colpita: si diceva che da un punto di vista medico l’aspirante avvocato, a causa del ciclo mestruale, non avrebbe avuto, per almeno una settimana al mese, la capacità e la serenità di giudizio necessarie per occuparsi dei vari casi.  Lei, naturalmente, non si arrese e l’iscrizione tanto desiderata arrivò quando ormai aveva compiuto 65 anni.
Faccio un rapido calcolo: da allora sono passati 124 anni.  E siamo ancora qui a sentirci dire che un’azienda non può permettersi di assumere donne intenzionate a fare figli, a crearsi una famiglia, o che in certi giorni non possono parlare con noi perché ci trovano isteriche.  Datori di lavoro che consigliano il metodo contraccettivo più sicuro per evitare a dipendenti e collaboratrici di riprodursi.
Lo sta facendo quello che avevo etichettato come “distinto signore” mentre la mia mente vaga fra le ingiustizie della vita di una donna.  Mi sta davvero dicendo che se voglio essere assunta devo garantirgli che non farò figli e “che gli sbalzi d’umore tipici di voi donne in certi giorni” non condizioneranno il mio rendimento.  “Ah” aggiunge “non devo dirle io come fare a evitare certi… incidenti?!”.

Questo è davvero troppo. La rabbia che mi stava vincendo s’è trasformata in avvilimento e non riesco neppure a trattarlo male, come invece vorrei fare. Penso alla risposta migliore da dare anche se, in verità, vorrei chiedergli se ha brevettato i suoi metodi anticoncezionali, se lui è riuscito a non moltiplicarsi – cosa che, onestamente, mi auguro molto; cosa pensano di lui sua moglie o sua sorella, soprattutto in quei giorni. La lista delle domande prosegue ma restano tutte senza risposta.  
Allora gli racconto la storia di Anja, una mia amica ungherese arrivata in Italia ormai 16 anni fa. Con due lauree e quattro lingue straniere parlate fluentemente si mise subito alla ricerca di un lavoro. Dopo qualche colloquio, capito immediatamente il sistema e l’andazzo, all’ennesima domanda sul suo stato di famiglia, lei rispose, affranta, di essere sterile. Fu assunta e quando dopo un anno e mezzo comunicò in ufficio la sua prima gravidanza, tutti gridarono al miracolo. Anja continua a lavorare nella stessa industria farmaceutica, ha fatto altri due figli, ha lavorato fino al nono mese di gravidanza e, soprattutto, ha fatto carriera diventando lei stessa una manager.  Da qualche mese ha avuto l’incarico di aprire una filiale negli Stati Uniti e di occuparsi dell’intero progetto. Alla faccia di capi misogini, presuntuosi e prevenuti.

Sottolineo con enfasi quest’ultima frase e mi congedo con un sorriso, tanto per non dargli soddisfazione. Mentre aspetto l’ascensore, però, mi chiedo se uno così può aver capito il messaggio… Probabilmente no, la prossima volta dovrò provare altre strade. Ma ho paura che per certa gente non basterebbero neanche due schiaffoni.

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