LETTERA A UN AMICO SUL CONGRESSO DEL PARTITO DEMOCRATICO

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(13.10.09) Proseguendo nella sua prima esperienza di “militante” (si usa più questa parola? chissà…) Gian Carlo Marchesini ha partecipato al congresso degli iscritti al partito democratico. Un congresso che secondo le cervellotiche regole escogitate dal creativo duo Veltroni-Bettini a tutto servirà tranne che a scegliere il segretario, perché le sue indicazioni potranno tranquillamente essere disattese e stravolte dalle primarie del 25 ottobre. Ma intanto il partito è stato assenteista per mesi – e non solo metaforicamente – dalla politica italiana. Tanto peggio, vedremo se la respirazione bocca a bocca che potrà praticargli il nuovo segretario (probabilmente Bersani, ma non è detto) servirà a riportarlo sia pure provvisoriamente al mondo dei vivi. Intanto leggiamo questa lettera che il nostro amico neofita di congressi e poco frequentatore di Machiavelli ma – proprio per questo – supporter di Ignazio Marino ha scritto per ragguagliare un amico lontano e curioso. Forse un antropologo?
di Gian Carlo Marchesini

Carissimo amico,  vengo dall’avere ascoltato l’intervento di Marino all’assise congressuale del Pd. Mi ci sono sentito pienamente rappresentato, parola per parola, e tu sai che io non sono politicamente sprovveduto, o con una soglia critica sfilacciata e bassa, anzi, semmai a volte troppo rigida e alta. Certo l’uomo non ha la disinvoltura di certi politici di professione, si vede che il suo impegno diretto in politica è recente, l’eloquio non così scorrevole e fluido. Ecco, nel suo modo di pensare e di argomentare non è, forse, machiavellicamente così scaltro. Infatti, mentre ascoltavo Marino, mi tornava alla memoria una affermazione nella tua ultima mail con la quale mi invitavi a confidare in una più saggia  e realistica esperienza, di cui sarebbe  titolare Bersani,  perché: “siamo comunque figli della terra che ha partorito la scienza politica di Machiavelli, e abbiamo il dovere di tenerne conto se vogliamo seriamente occuparci di politica reale.” E rimuginavo in testa un paio di cose che penso valga la pena proporti.
 
Premetto che io non sono conoscitore esperto del pensiero di Machiavelli. Di lui so quello che ho letto in sintesi altrui, e da quelle filtrato. Ma quello che ho visto e vedo fare nella politica di questo Paese nel nome di Machiavelli non mi convince affatto. Per Machiavelli il fine è la conquista del potere, la sua gestione e il suo rafforzamento: con qualsiasi mezzo utile possibile. Lui si rivolge infatti a un interlocutore che è il Principe – non certo al popolo e alla sua buona fortuna, non alle speranze e al futuro dei giovani, non alla conservazione in buono stato dell’ambiente e della terra. Io non sono affatto e a priori contrario alla pratica della mediazione e del compromesso: nelle relazioni interpersonali, a maggior ragione in quelle sociali e politiche, astenersi o rinunciare sarebbe suicida. Meglio un buon compromesso che un danno sicuro – che penalizzerebbe di più, tra l’altro, proprio il più debole.
 
Il punto è che questo paese non ha dato i natali solo a Machiavelli, ma anche a maschere quali Arlecchino, Pulcinella e Brighella, rappresentative del genio profondo dell’italico carattere. Il compromesso è sano se frutto di un ancoraggio forte a valori e principi giusti, a un progetto e a un programma rispettabile e serio. Se invece compromesso e mediazione avvengono all’insegna della rinuncia e della svendita del programma e del progetto, dei valori e dei principi, a prescindere e a qualsiasi costo, vince il berlusconismo: che è esattamente (machiavellicamente?) l’arte del furbo che intende il potere come scudo e salvaguardia degli interessi suoi, di chi gli è alleato e di chi lo serve.  Ma a questo si arriva quando è la gran parte del paese che ha perso la speranza che il bene pubblico e comune possa prevalere su quello individuale e privato: e non è proprio per questo che siamo finiti nell’attuale melma?  
Marino dice esattamente la cosa opposta, e del suo intervento ti porto qualche citazione tra le tante: “bisogna rivolgersi ai più deboli e impostare a loro favore adeguate politiche non perché mossi da sentimenti di carità e beneficienza, ma perché persuasi che, se correttamente aiutati, essi hanno le potenzialità per diventare forti, facendo diventare più forte l’intera comunità.  E’ un investimento che poggia sulla fiducia, non una demagogica e sbrigativa social card. E siccome tra i deboli i più deboli oggi  sono i giovani, ecco quindi la necessità di un investimento sul conoscenza e scuola perché è solo così che domani essi potranno esprimere tutta la loro potenziale forza“.  E ancora: “bisogna tornare alla capacità di pronunciare sì e no netti e decisi”, e ”bisogna smettere di pensare e usare il partito come strumento di affermazione personale e di lotta tra gruppi e correnti per la conquista di prebende e posti.” E infine, indica i tre punti, le priorità che ritiene costituiscano la struttura portante del suo programma: sapere, energia verde, laicità che rispetta i diritti sociali e civili di tutti. Come si può sostenere che si tratti di scelta polemicamente “contro”, o di una riduzione della politica a pura sfera etica e morale? Non sono questi elementi portanti, caratteri essenziali su cui costruire una società nuova, adeguata ai tempi, interlocutrice attiva della globalizzazione migliore?
 
A mio parere, noi, caro amico, siamo intossicati di pessimo machiavellismo. Perché altrimenti le nuove generazioni sarebbero così estranee e restie alla politica? E cosa, negli USA, le ha fatte tornare in campo se non la capacità di Obama di comunicare un’idea della politica non come arte della mediazione e del compromesso, non come più  o meno  armi, soldati e bombardamenti nei teatri di guerra, ma come politica attiva per tendenzialmente ridurli ed eliminarli, come possibilità di trasformare una società, un paese e un intero pianeta, con l’impegno di tutti, in un posto in cui libertà, dignità, impegno verso l’eguaglianza e la giustizia, il rispetto e l’accoglienza per l’emigrante, la tutela dell’ambiente, ecc.  diventano valori e principi concretamente praticati. Certo, non con la velleità e l’illusione che si tratti di girare un interruttore, ma prendendo  decisioni coerenti in quella direzione.
Bersani propone, come idea forte del suo programma, una sintesi di tutti i riformismi storici. Con tutto il rispetto per i riformismi storici, di fronte a novità, criticità, complessità, emergenze quali quelle in atto, ti sembra sufficiente?  E la storica e sciagurata scelta di D’Alema della bicamerale – e della rinuncia a varare una legge sul conflitto di interessi – non è manifestazione di una concezione per la quale l’astuzia, la furbizia e l’esperienza personali avrebbero fatto strame del principiante Berlusca?   Marino al proposito ha fatto una interessante affermazione: se in una famiglia, o scuola, o impresa, o partito o nell’intera società è l’esperienza il valore primo e principale, la creatività, l’immaginazione, la discontinuità  e la conseguente ripartenza  non avranno mai spazio. Più creatività, immaginazione e in-disciplina, quindi. Meno tradizionale ricorso alla furbizia, ai mezzucci,  ai traffici, quelli ad esempio per ottenere – il 70% pro Bersani in Campania, Basilicata e Calabria! –  un vittoria alle elezioni nei circoli. Il che, come avvio dell’auspicato rinnovamento, non appare essere il massimo.
 
Infine, e non ti sembri la mia una deviazione per la tangente, io tifo per il sindaco di Cassinetta di Lugagnano, comune della provincia di Milano, che alle ultime elezioni nel Comune ha  riproposto la sua candidatura con un programma stilato in un unico punto (scaricatevi al proposito, please, dal sito del sindaco www.domenicofiniguerra.it il racconto della sua esperienza): basta alla cementificazione del suolo, stop alla costruzione di nuove case, è consentito il solo  recupero e ripristino delle vecchie. In compenso, per far fronte ai minori introiti nelle casse comunali, e mantenere il buon livello dei servizi, bisogna responsabilmente accettare un equivalente adeguato aumento delle tasse.  L’ha spiegato ai suoi concittadini così persuasivamente da vincere con il 62% dei voti. Ecco una vecchia, furba, miope, privatistica e avida politica che cede il passo a quella dell’innovazione sociale e di una sensibilità ambientalista lungimirante e creativa. Anche lì è presente il metodo del compromesso. Ma illuminato dall’affermazione di  quei valori e principi, è del tutto benvenuto!
Un abbraccio

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