ITALIA PAESE DELLE RENDITE, COLPA DELL?EURO E DELL?EUROPA. MA E? UNA TESI CHE NON CONVINCE

articolo

Un recente libro di Geminello Alvi ("Una Repubblica fondata sulle rendite. Come sono cambiati il lavoro e la ricchezza degli italiani", Mondadori, Milano 2006) sottolinea la forte discesa dei redditi di lavoro dipendente negli ultimi
anni e – per contro – la forte ascesa dei redditi di lavoro autonomo e
d’impresa e delle rendite. Ma è discutibile la spiegazione che Alvi dà di questo fenomeno. E non è accettabile enfatizzare le
rendite del settore pubblico trascurando quelle che si annidano in
tutti gli altri settori dell’economia. Queste le osservazioni
dell’economista Vincenzo Russo, che nel commentare il libro tocca temi
cruciali per la politica economica del futuro governo
di Vincenzo Russo
Secondo i dati esposti da Alvi, attualmente in
Italia ogni famiglia può contare mediamente su 11.900 euro di rendite e
10.100 euro di salario. I redditi di lavoro dipendente sono in declino,
come è provato dal fatto che la loro quota sul totale è passata dal
59,2% del 1972 al 48,9% del 2003. Alla tragica dinamica dei salari
negli ultimi 14 anni si contrappone l’aumento del 30% dei redditi di
lavoro autonomo e d’impresa delle famiglie produttrici. A parte alcuni
margini di incertezza sui dati, è certo che essi sono impressionanti.

Il ruolo del fisco
La ripresa dei redditi di lavoro autonomo e di quelli d’impresa, tutti
intrecciati con forti elementi di rendita, è stata favorita dalla
politica tributaria dei governi di Centrosinistra e Centrodestra. Lo
afferma Alvi, senza però dare spiegazioni.

Dico io: ingenuamente o inconsapevolmente da parte dei primi,
volutamente da parte del secondo. Dai primi perché non sono mai
riusciti a venire a capo del problema della lotta all’evasione e dal
secondo perché voleva gratificare un blocco sociale da cui trae molti
dei suoi voti.

Come noto, imprenditori e lavoratori autonomi non solo evadono ma hanno
a disposizione altri strumenti per eludere ed erodere le imposte. Si
organizzano in società di persone dove tra i soci figurano familiari,
parenti ed amici. Le società sono tassate per trasparenza, ossia,
direttamente in testa ai soci e dopo aver fatto lo splitting non solo
tra marito e moglie ma anche con figli, parenti ed altri soci. Cosa che
non è permessa ai lavoratori dipendenti che sono tassati su base
strettamente individuale.

Alvi però critica il Centrosinistra che sarebbe stato inflessibile
nella politica di tassare per non spaventare i mercati. Un punto molto
debole nell’analisi di Alvi che trascura la necessità ineludibile del
risanamento dei conti pubblici ed è quanto meno reticente su quello che
ha fatto il Centrodestra ed il suo amico Tremonti nella prima
esperienza del 1994.

Se uno pensa alla crisi del 1992, a Tangentopoli, viene in mente la
patrimoniale e la minimum tax del governo Amato, la sua abrogazione da
parte del governo Ciampi e l’approvazione della norma sugli studi di
settore.

Se uno pensa al problema di risanare comunque i conti pubblici,
all’obiettivo di centrare Maastricht ci si rende conto che bisognava
agire subito – il governo di centrosinistra aveva solo due anni davanti
a sé – e usare gli strumenti che c’erano.

La solita politica dei due tempi: prima risaniamo con gli strumenti che ci sono, poi faremo la perequazione con strumenti nuovi.

Le rendite del settore pubblico
Nella sua verve polemica Alvi, via via che procede nell’analisi
ripetitiva, si lascia prendere la mano. Non attacca solo le rendite ma
anche tutti i redditi dei dipendenti pubblici e, come di moda, li
considera del tutto parassitari. La tesi non è affatto nuova e non
priva di qualche margine di fondamento. Può però risultare del tutto
deviante e mistificatoria se prospettata senza le dovute cautele. Qual
è il problema? Come noto, la PA opera in regime di monopolio. Vale
quanto costa. Si dice in parte esagerando e in parte mentendo: non ci
sono termini di riferimento e, quindi, facilmente si determinano delle
posizioni di rendita.

C’è quindi un grosso elemento di equivoco che serpeggia attorno alla
tesi principale che Alvi sostiene. Esso consiste nella circostanza che,
bene o male, elementi di rendita si annidano dappertutto, si
intrecciano con le retribuzioni normali di tutti i fattori produttivi
quando essi sono impiegati in contesti poco competitivi o protetti,
quando non ci sono validi benchmark a cui riferirsi, specialmente
quando nel settore pubblico prevalgono fenomeni di
deresponsabilizzazione non solo dei dirigenti ma anche di altri
dipendenti.
E così, se si considera che, anche in un sistema privato non
competitivo – come sostiene anche Alvi – ci sono grosse quote di
protezione, nella polemica facilmente si arriva a sostenere che anche
la quota “meritata” di retribuzione dei fattori produttivi diventa
rendita. Un esempio emblematico può essere quello dei frutti del
risparmio. Le famiglie investono i loro risparmi in attività
immobiliari e finanziarie. Il risparmio va remunerato ed i frutti
civili del risparmio sono redditi come gli altri ma è facile il salto
logico e considerarli rendite – con giudizio di valore negativo come se
fossero arrivate dal cielo, da eredità immeritate e non dalla rinuncia
al consumo.

Può sembrare un paradosso ma non lo è. Se uno pensa ai tassi bassi sui
BOT e BPT, è chiaro che elementi di rendita non ci sono proprio in quei
rendimenti che comunemente chiamiamo rendite finanziarie e che, in
alcuni casi ed in alcuni momenti, evidenziano livelli molto bassi
quando non negativi.

Inefficienze diffuse
L’inefficienza e la rendita non sono una specialità del settore
pubblico. Si annidano dappertutto e la tesi di Alvi che paragona i
nostri imprenditori a quelli postsovietici lo conferma. L’opinione
pubblica però si interessa di più delle rendite e delle inefficienze
del settore pubblico. La stampa italiana, controllata dai maggiori
gruppi finanziari e industriali, se ne occupa poco o per niente – dice
Alvi – perché anche essa “gode di un potere di rendita, non di verità”.
La spiegazione a me sembra più complessa. L’opinione pubblica si
interessa relativamente di più delle inefficienze pubbliche che di
quelle private che sono certamente più numerose e non meno gravi.
Tuttavia restano un affare privato. Alla fine paga l’imprenditore
perché chiude o addirittura fallisce. Ma quelle pubbliche sembrano più
concentrate e più visibili. Sono più difficili da combattere perché non
ci sono vincoli stringenti come per quelle private. Il vincolo di
bilancio dell’operatore pubblico è soft.

Alle “rendite” dei soggetti attivi si aggiungono quelle dei giovani pensionati.

Ne viene fuori che la famiglia mediana italiana è due volte più ricca
di quella americana. Il rapporto tra ricchezza e reddito è più alto per
la famiglia italiana (8,3).

La povertà si concentra a SUD e in particolare in tre regioni: Campania, Puglia e Sicilia.
Di
chi la colpa di tutto questo? Del risanamento da euro. Alvi non
nasconde il livore antiMaastricht, anti-euro, anti-BCE: i parametri
sono lunatici; dopo Maastricht i conti pubblici sono peggiori di quelli
del 1992; la BCE è malnata e mantiene i tassi prossimi allo zero.

Anche qui, vero è che il risanamento è tutto dovuto al progressivo calo
della spesa per il servizio del debito pubblico ma Alvi non dice come
il Paese avrebbe potuto beneficiare dei bassi tassi di interesse se non
fosse entrato nell’area Euro. Tiene nell’ombra i sottoperiodi del
governo di Centrosinistra che ha contenuto il deficit con l’avanzo
primario mentre Berlusconi non è riuscito a fare altrettanto (lo dice
alla fine).

La ricetta di Alvi. Tutta colpa dell’euro
Ma proviamo a vedere qualche provvedimento alternativo che i governi
passati avrebbero dovuto adottare. La ricetta buona per il risanamento
dei conti previdenziali? Per Alvi “sarebbe bastato agire sul serio,
smontare l’INPS in una serie di mutue, dire a ognuna che lo Stato non
avrebbe più ripianato i loro bilanci”. A dir poco, mi sembra proposta
ingenua. Infatti le pensioni non sono erogate sulla base di qualche
decreto dei dirigenti degli enti previdenziali. “usurpati o acquisiti “
che siano i diritti del lavoro, sono previsti dalle leggi e se si
vogliono ridurre i livelli delle prestazioni bisogna preliminarmente
modificar le leggi. Per ragioni di consenso i governi non lo fanno ed è
emblematico che l’entrata in vigore della riforma fatta da Berlusconi
sia stata spostata in avanti al 2008. Quanto all’idea che la
moltiplicazione delle mutue possa portare qualche risparmio di gestione
non mi pare che essa abbia alcun fondamento teorico o empirico.
Quanto al c.d. risanamento da euro verrebbe da chiedergli: ma è proprio
sicuro che i conti pubblici italiani sarebbero in migliori condizioni
senza Maastricht?
L’euro

– insiste Alvi – è servito a far lievitare e consolidare i patrimoni
degli italiani. E’ vero ma cosa sarebbe successo anche ai patrimoni
italiani senza l’euro? Almeno questa volta gli italiani protetti
dall’euro sono riusciti a
“proteggere la roba”, in un contesto in cui la borsa periodicamente li
tosa, alcune banche e alcune grandi imprese li “truffano” con
obbligazioni spazzatura e, da parte sua, il governo di Centrodestra ci
mette anni per far passare una nuova legge sul risparmio.

Certo i bassi tassi di interesse hanno assecondato la speculazione
immobiliare. Ma quali erano gli investimenti alternativi che le
famiglie italiane potevano fare con l’economia europea ed italiana in
recessione? Poteva in queste condizioni la BCE seguire una politica di alti tassi al solo scopo di evitare la bolla immobiliare?

Ma l’euro ha avuto i suoi vantaggi
Alvi non ricorda mai la protezione che l’euro ci ha dato e dà rispetto agli
aumenti dei prezzi delle materie prime, del petrolio. Tace sulla
necessità di una moneta unica per sviluppare il mercato unico, per
consentire vantaggiose semplificazioni degli scambi interni e delle
transazioni finanziarie nel mondo della globalizzazione, in cui cresce
l’integrazione economica e finanziaria e forse bisognerebbe pensare al
rilancio di una moneta mondiale, come aveva pensato Lord Keynes alla
fine della seconda Guerra Mondiale, come sognano alcuni Paesi dell’Asia
che si sono dati un’unità di conto definita in dollari e che pensano ad
una moneta unica per tutta l’area.

Ma per Alvi l’euro è comunque una pessima moneta. È l’euro a “rovinarci e non la rivolta dei salari”.

“L’introduzione di una nuova moneta – sottolinea Alvi – non può avere fortuna senza
politica monetaria e fiscale in un perfetto coordinamento”. Seguono
alcune pagine di contumelie contro l’euro e “i mentitori dell’Europa”.
Ma qual è l’alternativa di Alvi? Quello che propone è semplicemente
allucinante: “lira e monete dell’Europa latina, una volta lasciate
oscillare in senso opposto al marco, avrebbero protetto il totale dei
commerci europei meglio dell’euro”. Certo, se non c’è controfattuale si
può affermare tutto ed il suo contrario e le affermazioni di Alvi al
riguardo sono atemporali. Ma tutti, tranne lui, abbiamo visto che cosa
è successo negli anni ‘70 quando gli americani hanno imposto la libera
oscillazione dei cambi e vediamo da 35 anni quello che succede quando i
protagonisti hanno forza diversa e posizioni asimmetriche. In ogni
caso, se il problema strutturale è quello della produttività e degli
investimenti , come può Alvi ritenere che le svalutazioni competitive
avrebbero risolto il problema?

Più avanti, infatti, egli ammette che la non adesione all’euro avrebbe
comportato tassi di interesse più elevati “ma perciò costretto
finalmente a tagliare la spesa”.

L’incubo della spesa pubblica
E arriviamo all’ossessione della spesa. Tagliarla probabilmente avrebbe
contribuito a risanare i conti pubblici e quelli con l’estero, ma se i
problemi strutturali sono quelli della produttività del settore
pubblico e di quello privato, della competitività delle nostre merci
sui mercati internazionali, del deficit infrastrutturale, della
ricerca, dello sviluppo, della migliore formazione nel settore pubblico
e privato, pensare di risolvere tanti e tali problemi con il taglio
della spesa pubblica è troppo semplice. È quanto meno un problema di
qualificazione della spesa e di un suo aumento se penso all’entità del
deficit di infrastrutture.

Se i profitti sono comunque aumentati e i salari sono diminuiti, a chi
va la colpa? Ovviamente “ai sindacati, pervertiti a occuparsi di
problemi sempre non loro e vaghi, toccherebbe il compito di cooperare
al miglioramento degli atti e dei moventi del lavoro. Tra l’altro, una
quota notevolmente maggiore del reddito disponibile netto andrebbe così
a chi lavora. Le tasse, nella nostra Italia fantasticata, sarebbero in
quantità e numero ridotte a ben poche: quante servono a uno Stato che
dovrebbe finire per occuparsi solo della magistratura, della politica e
della sicurezza”. Sic!

Detta così si trascura che i sindacati forse hanno cooperato fin
troppo. Se si considerano due sottoperiodi 92-2000 e 2001-05 si capisce
che, nel primo periodo, i sindacati responsabilmente si sono dati
carico del problema del risanamento dei conti pubblici e hanno
rispettato l’accordo del luglio 1992, poi aggiornato e rinnovato da
Ciampi nel luglio 1993. Il disavanzo è sceso da 135.000 miliardi del
1996 a 40.000 del 1999. La spesa per gli interessi è scesa di 73.000
miliardi in tre anni: 2/3 del risanamento dei conti. Nel secondo
periodo c’è la stagnazione della crescita e della produttività proprio
perché nessuno dei problemi strutturali e reali del Paese è stato
risolto. L’economia non consentiva alcuna ridistribuzione nel settore
privato e non c’è stata. Alvi non si rende conto che non si aumenta il
reddito disponibile semplicemente riducendo le tasse. O meglio lo si
può fare certo ma prima bisognerebbe dimostrare che i servizi privati
che dovrebbero sostituire quelli pubblici costano di meno. Tutta la sua
analisi sembra sostenere il contrario. E se il settore dei servizi non
è certo un benchmark di competitività, l’operazione avrebbe un saldo
negativo per la stragrande maggioranza dei contribuenti. Ma forse ad
Alvi interessano solo quelli che, potendolo fare, pagano due volte: per
i servizi pubblici di cui non si avvalgono per snobberia o per non fare
la coda e per quelli privati a cui ricorrono.

L’incubo dell’immigrazione
Ma c’è un’altra causa dei bassi salari. “E’ tutta
l’immigrazione che è servita a tenere bassi i salari, e quindi a
frenare l’aumento di produttività dei servizi, nelle costruzioni e nei
più vari settori dell’industria. Chi lo nega fa retorica”.
Quella di
Alvi è visione arcadica, al limite della paranoia, e non bastano le
evocazioni finali del modello comunitario di Adriano Olivetti per
allontanare questa sensazione. In fatto ignora che gli immigrati
svolgono lavori a bassa produttività che, per lo più, gli italiani non
accettano, e trascura l’enorme problema dell’invecchiamento della
popolazione. Il punto di merito è che tutte le ricerche empiriche
dimostrano il contrario. Ne cito tre appena uscite. In realtà la
crescita è legata sia alla capacità di attrarre cervelli sia alla produttività del lavoro.
Sul primo punto il Sole 24 Ore
del 28.04.2006 cita lo studio realizzato da Jacob von Weizsacker per il
think thank Bruegel, presieduto da Mario Monti, secondo cui l’Europa
“non solo dovrebbe spalancare la porta all’immigrazione ma dovrebbe
partecipare alla gara per attirare i migliori cervelli del mondo”, come
fanno da almeno 40 anni gli Stati Uniti. Bisogna aumentare le tasse
universitarie per aumentare le borse di studio e la qualità dei servizi
offerti dall’Università. “intorno all’Europa, ad Est come al Sud, c’è
un bacino di 50 milioni di studenti di livello universitario cui
attingere. Gli aiuti all’estero, in parte prevalente, dovrebbero
trasformarsi in borse di studio per i ragazzi provenienti dai paesi che
vogliamo aiutare.
La II indagine citata da il Sole 24 Ore è quella
della Fondazione ISMU secondo cui il 74% degli immigrati continua a
svolgere una occupazione regolare e la forza lavoro straniera è
apprezzata dai datori di lavori che, nel 41% dei casi, hanno risposto
di avere preferito un lavoratore straniero a un italiano per la voglia
di lavorare.

La terza ricerca è quella del NBER, coordinata da Borjas, che analizza
l’esperienza dell’immigrazione negli USA specie di quella messicana.
Gli effetti del forte afflusso di manodopera sulle dinamiche salariali
vengono valutate positivamente perché hanno consentito al sistema di
preservare le attività di base, a bassa tecnologia ma comunque
essenziali per la crescita del Paese. Hanno certo incrementato i
differenziali salariali ma non si può pretendere che tutti guadagnino
lo stesso salario se formazione e produttività sono diverse. Lo studio
fa discendere gli effetti positivi soprattutto dalla mobilità. Negli
USA si riscontra una forte mobilità dei fattori produttivi non solo del
capitale ma anche del lavoro e quest’ultima, in particolare, consente
lo spostamento dei lavoratori negli Stati dove i salari sono più alti.
Vedi presentazione del lavoro da parte di Barba Navaretti il Sole 24
Ore del 7.05.2006.

La riscoperta dei dazi. Indietro anzichè avanti
Ma per Alvi dobbiamo comunque chiudere le porte all’immigrazione e
dobbiamo cambiare il modello di sviluppo. “E’ finita l’Italia dei
sindacati, dei tarantolati ragazzini in perenne protesta, dei
pensionati, degli eredi, dei furbi… e visto che le svalutazioni
competitive degli anni 90 hanno allargato troppo l’apertura
dell’economia, occorre un sistema di dazi. Occorre aumentare i salari,
diminuire le rendite e la spesa statale (almeno di 7 punti di PIL) ,
premiando il lavoro e sottraendo allo Stato i servizi pubblici”.
Bisogna fare sul serio perché ora l’Europa ci incastra di meno. La sua
moneta e la sua forma politica non sono fatte per durare! E così anche
l’Unione europea è sistemata. Naturalmente Alvi non ci spiega come un
sistema di dazi non porti all’aumento delle rendite che vorrebbe
ridurre, ma questo il lettore lo capisce da sé.

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