IRAP: I PREGI E I DIFETTI, LE RAGIONI E LE POLEMICHE. MA NON E’ UNA “IMPOSTA RAPINA”

(18.11.09) Irap, la radice di tutti i mali delle nostre imprese? Irap, un tributo  perverso che colpisce le perdite anziché gli utili? A carico di questa imposta, introdotta dall'allora ministro Visco nell'ormai lontano 1997, circolano molte accuse, non tutte giustificate. Si tende a dimenticare, ad esempio, che oltre ad aver sostituito diversi balzelli l'Irap ha preso il posto dei contributi sanitari a carico dei datori di lavoro: contributi che in quanto tali venivano pagati “comunque” in percentuale delle retribuzioni,  sia che le imprese fossero in utile o in perdita. Ed è naturale che questa caratteristica sia stata ereditata dall'imposta che li ha sostituiti, altrimenti come si potrebbe finanziare il sistema sanitario: forse (come piacerebbe alla Confindustria) con un'Irpef pagata solo dai lavoratori dipendenti e dai pensionati? L'articolo di Fernando di Nicola, ricercatore dell'Isae, fa giustizia di molti luoghi comuni e offre elementi per valutare il grado di priorità di un intervento di riduzione del peso dell'imposta. Mostrando anche in quali direzioni alternative (ad esempio, un incisivo intervento di riduzione del carico fiscale che grava sulle famiglie) si potrebbero utilizzare le risorse che il governo vorrebbe destinare a una riduzione dell'Irap.
di Fernando di Nicola

Negli ultimi mesi è tornato prepotentemente alla ribalta il tema dell’Irap e della opportunità di abolirla, in quanto imposta “odiata”.  Al di là degli aspetti propagandistici – Berlusconi ha più volte promesso di volerla abolire, e lo ha perfino fatto scrivere su una legge delega del 2003, ma non lo ha mai fatto – l’argomento è interessante, mentre l’attenzione odierna da parte di media e contribuenti può forse essere l’occasione per fare qualche considerazione.
Innanzitutto un breve richiamo alla natura di questa imposta: nella sua versione standard essa grava su una base imponibile costituita dal valore aggiunto delle imprese in senso lato, nelle sue componenti di remunerazione del capitale (cioè utili ed interessi passivi) e del lavoro (costo del lavoro, cioè retribuzioni lorde ed oneri sociali).  Una base imponibile ben più grande dell’utile e molto più stabile nel tempo, in quanto meno soggetta alle fluttuazioni congiunturali.

Le ragioni dell’IRAP
Le ragioni di un’imposta di questo genere possono essere individuate proprio nelle peculiarità del suo imponibile: l’attività produttiva di un’impresa, o meglio di ogni sua unità locale (visto che l’imposta è versata alle singole regioni in proporzione alle unità produttive territorialmente distribuite) dà origine a capacità contributiva nella misura in cui opera sul territorio, caratterizzato da infrastrutture e servizi.
In questo senso, l’introduzione dell’Irap bene si accompagna con la riduzione dell’Ires, cioè dell’imposta sugli utili, distribuiti o meno, delle società di capitali, qualora considerassimo quest’ultima una specie di “acconto” dell’imposta personale (o di quella sostitutiva) che si paga sulla parte dell’utile affluente ai soci persone fisiche, come dividendo o come plusvalenza.  Ed è il caso di sottolinearlo: è quanto avvenuto massicciamente in Italia, dove l’aliquota è passata in pochi anni dal 37% al 27,5%, stazionando per un po’ al 33%, su decisione indifferenziata di governi di centrodestra e centrosinistra.

La misura dell’incidenza delle imposte sul reddito d’impresa
Dunque, la base imponibile dell’IRAP è il valore aggiunto, non il reddito d’impresa.  Ed allora che senso economico o statistico ha sommare imposta sugli utili e Irap, ciascuna con una propria base imponibile,  e poi rapportarle ad uno solo dei due imponibili, quello più piccolo costituito dai redditi d’impresa, come suggeriscono i commercialisti e volentieri recepiscono i detrattori dell’imposta, per pervenire a “incidenze delle imposte sugli utili superiori al 100%”?   E’ facile capire che se in un rapporto riduco impropriamente il denominatore faccio schizzare in alto la percentuale; ma, come si insegna, non è un rapporto di composizione correttamente calcolato.
D’altro canto, economisti, Istat, Eurostat ed Ocse collocano quest’imposta tra le indirette, in quanto costo (fiscale) gravante sulla produzione (il valore aggiunto prodotto).  
Una soluzione intermedia fu proposta dal Secit, che per consentire la misura corretta dell’incidenza separò la componente commisurata al reddito d’impresa, sommabile all’Ires ed Irpef per ottenere un’incidenza complessiva delle imposte sul reddito d’impresa, dal resto dell’imposta, gravante sui costi di produzione.
A conferma poi della difficoltà di collocazione di questa imposta nell’ambito della misurazione dell’incidenza non mancano sviste o casi anomali, come ad es. quello riscontrabile in una pubblicazione di Confindustria che dapprima considerava tutta l’IRAP come gravante sul reddito d’impresa, e poi, in un capitolo successivo, ne considerava una parte come gravante sul lavoro.
L’insidiosa collocazione logica dell’Irap ha tratto indubbiamente alimento dalla sua indeducibilità (di recente divenuta parziale), la cui causa va ricercata nel tentativo di evitare incursioni delle Regioni, titolari delle decisioni sulla misura di questa imposta, nel gettito dello Stato, destinatario di Irpef ed Ires e perciò potenzialmente colpito da aumenti di un costo deducibile dal reddito d’impresa. Tuttavia è parere di chi scrive che una deducibilità di questa imposta renderebbe più chiara ed incontrovertibile la sua natura di imposta sulla produzione, costituente perciò un costo dell’attività produttiva.

Ma l’IRAP ha aumentato o ridotto l’imposizione sulle imprese?
Una valutazione dell’Irap non può però prescindere da uno degli argomenti più utilizzati per valutarla, e cioè un presunto aggravio del carico fiscale che questa imposta comporterebbe.
Sul punto è curioso notare che l’Irap fu introdotta in sostituzione di tasse e contributi vari (tra cui gli ingenti contributi sanitari e l’ILOR) con l’intento di uniformare il prelievo tra vari segmenti di contribuenti a parità di gettito complessivo (prima dell’Irap i contributi sanitari gravavano in maniera molto differenziata per settore e regione).  Senonché errori di stima nel corso delle valutazioni ex ante portarono ad una caduta di gettito a seguito della riforma (1998) di circa 10mila miliardi di vecchie lire, circa il 20% in meno di tasse e contributi sostituiti. E fu netto l’imbarazzo governativo nell’appurare di quanto fosse stato ridotto il carico sulle imprese, senza prevedere contestualmente sgravi per le famiglie (un tipo di manovra curiosamente ripetutosi nel 2007).  
Nel corso degli anni, poi, l’Irap è stata ulteriormente ridotta da entrambi gli schieramenti (sia dal centrodestra, cioè, che dal centrosinistra), in parte snaturandone l’ispirazione originaria di imposta neutrale sul valore aggiunto: la base imponibile sul lavoro è stata ridotta (con articolazioni che ricordano i vecchi contributi sanitari), sono state introdotte franchigie, una parte di essa è stata resa deducibile, l’intera imposta – per decisione, in questo caso, della giurisprudenza – non è gravante sui professionisti privi  di autonoma “organizzazione d’impresa”, infine l’aliquota ordinaria stessa è stata ridotta al 3,9%. Intervenendo in questo modo, anche chi si era fatto promotore di questa riforma ha dato l’impressione di non credere abbastanza alle sue doti di neutralità e tassazione del valore aggiunto, facilitando la messa in discussione dell’imposta stessa.

Ridurre l’Irap o altre imposte?
Insomma, per quanto visto non è certo l’Irap che mette in difficoltà i conti delle imprese e dei professionisti.  Se in un periodo di crisi come quello che stiamo vivendo si vuole stimolare l’economia, pur nel contesto di un deficit che è molto cresciuto, anche per effetto della stessa crisi, ci sono aree di intervento che consentirebbero al tempo stesso di dare impulso alla domanda stagnante e di correggere alcuni difetti sistemici che ci portiamo dietro.
Così, senza addentrarsi nei dettagli, peraltro già in parte affrontati in altri articoli su contrappunti.info (vedi ad esempio qui e qui), potrebbe essere corretta (resa costante, “linearizzata”) la decrescenza delle detrazioni da lavoro dipendente e pensioni (3 o 4 miliardi di minor gettito, a seconda della versione adottata), potrebbe essere alzata finalmente l’anacronistica soglia di reddito annuo (2841 euro!) per essere considerati a carico (circa 400 milioni di minor gettito con la soglia a 4000 euro), potrebbe essere introdotta un’aliquota Irpef intermedia tra il 27% (gravante fino a 28'000 euro) e la successiva del 38% (altri 4 miliardi circa di minor gettito), potrebbe essere potenziato e unificato l’intervento a sostegno dei carichi familiari (con maggior spesa variabile tra i 5 ed i 10 miliardi, a seconda delle caratteristiche); ed infine, perché no, potrebbe anche essere resa deducibile la stessa Irap (circa 10 miliardi di minor gettito erariale).  Ma senza far decollare il deficit pubblico e senza propaganda o isteria: quell’imposta non era e non è una “imposta rapina”.

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