IL MODELLO B, (IR)RESISTIBILE ATTRAZIONE ITALICA

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(7.7.09) Il “modello B” illustrato in questo articolo – da non confondere con il “lato B” con il quale peraltro ha molto in comune, a cominciare dalla faccia – esercita un'attrazione apparentemente irresistibile su una buona metà del paese. Seduce perché innalza a vessillo il desiderio, la felicità, la libertà di operare nel mercato.  “Arricchitevi senza badare a insulse restrizioni morali, come ho saputo fare io” – è il messaggio che arriva da Arcore e da Villa Certosa. “Siate come siete, abbandonatevi alle vostre pulsioni come faccio io”. Gli italiani, ha detto, “mi vogliono così”. Sarà. Ma il problema non è cercare di far capire la bassezza del modello B alle persone che seduce – compito ahimé inutile – quanto trovare una strategia efficace per contrastare il suo portatore: cosa che l'attuale sinistra non sembra in grado di fare. A meno che, travolto dagli scandali (sembra che molto debba ancora uscire fuori dal vaso di Pandora di miserie sessuali scoperchiato dall'incauta spedizione di Casoria), l'uomo che si fa mandare le prostitute nel suo principesco palazzo e le coccola davanti agli uomini della scorta non si elimini da solo.  
Articolo di Gian Carlo Marchesini (*)


Cosa ha il modello B di tanto irresistibile e attraente? Perché succede di trovarsi in presenza di persone anche colte e intelligenti che inaspettatamente si sciolgono nei suoi confronti in sperticati elogi? (ha modernizzato l’Italia! altro che questa sinistra piagnona e pasticciona, inconcludente e arcaica…).  D’altra parte, se una buona metà del Paese lo accetta, ci si riconosce, lo vota, lo sostiene e ammira, qualcosa di più e di diverso di una condanna bisognerà pur osare: almeno in termini di analisi e riflessione. Sforziamoci allora di capire.
 

La prima cosa che viene da pensare è che il modello B rappresenti ed esprima una caricaturale, capovolta ma autenticamente nostrana versione dello Yes we can di Obama: un “si può fare”, quindi, all’italiana. Naturalmente in un senso esattamente opposto a quello, in un senso che viene da tradurre così: oggi qui si decreta l’abolizione totale del dover essere. E questo, specialmente qui da noi, non può che provocare un enorme sollievo.
Proviamo a spiegarci lanciando uno sguardo vertiginoso quanto temerario all’indietro. Questo Paese ha nel suo passato, nella sua memoria, esperienza e storia, tutto e il  contrario di tutto: dai fasti dell’impero romano ai ritiri ascetico-conventuali del Medio Evo; dai picchi eccelsi dell’aspra poesia civile di Dante  e gli splendori artistici del Rinascimento ai rigori oscurantisti e bigotti della Controriforma; dai borboni sanfedisti osannati dalle plebi di lazzaroni e briganti alla repubblicana carboneria mazziniana degli eroi del Risorgimento; dal fascismo sadomaso da operetta e di cartapesta all’azionismo etico dei  partigiani della Resistenza; dal comunismo di obbedienza sovietica all’europeismo degasperiano da guerra fredda mescolato al moroteismo nell’arte del compromesso levantino. E dove li mettiamo i duemila anni di papato, e i guelfi e i ghibellini, e i neri e i rossi e i bianchi, e le sette segrete massoniche e le feroci e variegate mafie, e l’eterno gallismo becero innaffiato di estetizzante dannunzianesimo? Insomma, questo nostro Paese a forma di stivale al centro del Mediterraneo, preda di tutte le civiltà, le orde barbariche, le culture e gli imperi, è stato teatro di scontri e conflitti, ideologie e teorie, contese tra  religioni ed eresie, da provocare, alla lunga e per eccesso, saturazione e nausea.  Poi è caduto il muro di Berlino, il comunismo si è dagli orizzonti storici dileguato, le ideologie millenaristiche e forti si sono squagliate, il cattolicesimo è diventato rito da provincia minore e l’antico e rigoglioso pensiero filosofico domestica pianta del pensiero debole.

Ecco, il modello B ha questo dalla sua: esenta dalla fatica del pensiero, libera dal fardello delle responsabilità, invita al “chi vuol essere lieto sia, di diman non c’è certezza”,  alle dissennatezze magiche del gioco d’azzardo, del lotto e del bingo, allo scambio infantile delle biglie e delle figurine, all’eccitante compravendita all’asta e all’incanto, al “naufragar m’è dolce in questo mare” (di ciarpame).  Il modello B attrae perché inocula gratis l’euforia del chissenefrega, del vivi e lascia vivere, del liberi tutti e del cupio dissolvi. Qui non il più onesto, pensoso e serio, ma il più svelto e furbo è premiato, quello che giganteggia nell’arte del mariuolo che frega per primo.

Pensiamo all’applicazione nel campo della sessualità
. Lì c’è ancora chi ritiene che essa abbia a che fare con la dimensione dell’esperienza così profonda, importante, delicata, personale e soggettiva da configurarsi perfino come ponte prezioso verso il sacro. Ma è anche vero che essa è stata condizionata e stravolta da un sovraccarico di ipocrisia e manipolazione che una parte infinitesima sarebbe bastata. E negli anni Sessanta e Settanta –  per liberarci dalle oppressioni e tentare nuove vie, nuovi cieli e nuovi approdi, con fatica e sofferenza, con esultanza e trasgressività  a volte ingenua e oltranzista (la coppia aperta e le comuni, la morte della famiglia e la promiscuità sperimentale a volte facilona contro le gabbie della possessività e gelosia, rivendicando il diritto alla sessualità di tutti, vecchi e bambini inclusi) ci abbiamo provato. Il modello B, al proposito e nel merito, propone una eccitante scorciatoia: ma quale dimensione del sacro, o via per una migliore conoscenza? chi vuol essere lieto sia, di diman non c’è certezza!  E’ tutta una normale e banale questione di baratto e compravendita: chi ha potere e ricchezza, e chi ha sex appeal e freschezza, procedano allo scambio secondo le leggi di mercato, che la domanda e l’offerta liberamente si incontrino, si alimentino e appaghino, a ciascuno come desidera e gli conviene: liberi tutti!  Dignità, rispetto,  moralità, consapevolezza? Ma sì, un qualche omaggio sbrigativo e formale, e che poi i fatti e le cose procedano secondo gli accordi dettati dal più forte e spregiudicato. Come dire: cazzo duro in guanto di velluto, una botta, un regalino, un buffetto – o un calcio in culo – e via.
Noi allora si rifiutava dolore e miseria della solitudine, la frustrazione dell’isolamento, l’oppressione di una vita famigliare e sociale deprivata e insulsa, la manipolazione iniqua del sessismo. Insieme, si pensava di poter cambiare il mondo. Oggi alle nuove generazioni, inneggiando a una libertà attraente quanto apparente,   si propone di uscire dall’anonimato, entrare a fare parte del giro che conta, puntando sulla voglia di protagonismo deteriore. Mentre noi allora per cambiare il mondo si era disposti –  appassionatamente, idealisticamente – a dare l’anima, oggi sono lo spettacolo, il calcio e la televisione le nuove irresistibili sirene. Per uscire dall’anonimato, per uno strapuntino e un cubo sotto i riflettori, molti giovani sono oggi disposti a dare via tutto. L’oligarchia trasversale arrogante dei ricchi e dei politici cialtroni considera i giovani essenzialmente come corpi al servizio dei loro vizi e capricci. Lo spazio pubblico è diventato un enorme set televisivo assediato da frotte di giovani che agitano il loro book e reclamano di essere inclusi nel casting per partecipare ai riti dorati di una colossale prostituzione collettiva. L’accesso piacevole all’intimità dei corpi, che allora costituiva parte di conquista di una  più complessiva libertà collettiva, oggi sono merce di scambio cinicamente contrattata, secondo la logica della sveltina e della marchetta.
Mentre la sinistra non è più capace di motivare e convincere le nuove generazioni all’azione sociale e politica, di trasmettere loro un progetto convincente e credibile di trasformazione e miglioramento della società, la destra gioca sulla promessa dell’uscita dall’anonimato e dall’invisibilità, sul successo facile nel mondo dello spettacolo televisivo: basta essere carini, telegenici, disponibili, totalmente privi di scrupoli.

Quarant’anni fa la tipologia e la fenomenologia alla ribalta
erano quelle delle migliaia e migliaia di giovani che partecipavano a (interminabili) riunioni e discussioni e assemblee e cortei e occupazioni per prendere posizione e lottare per un mondo che andava radicalmente cambiato. Basta miseria e infelicità, basta oppressione e ingiustizia. Pace e felicità per tutti – nessuno al mondo deve essere sfruttato! Oggi, Contessa, si corre a gara per offrirsi come schiave e prostituti – pardon, veline, vallette e troni – pur di apparire e fare uno zompo, una smorfia, una comparsata e uno strillo in uno studio televisivo. Ciò che allora veniva reclamato come percorso di liberazione – il diritto di disporre del proprio corpo fuori dai dettami e dalle logiche dei potentati economici, politici, ecclesiastici – oggi viene usato come scivolo di una giostra del luna park che conduce nei sotterranei di una nuova sottomissione. Da spingere, al cospetto di tanto misera banalizzazione, a una scelta di castità totale e assoluta.
Paradossalmente il modello B innalza a vessillo il desiderio, la felicità e il mercato, partecipando così, almeno nominalmente, dello stesso linguaggio di Luisa Muraro. Solo che opera, camuffato da parole così attraenti, secondo la logica regressiva della palude e della giungla. In qualche senso e misura, in tanta ricerca e dolorosa confusione, il modello B ristabilisce un ordine: quello centrato sulla forza e sul suo esercizio sciolto da ogni scrupolo e vincolo, se non quello della rapida e concreta soddisfazione dello stimolo.
Il modello B è il lupo che si rivolge all’agnello per proporgli, approfittando del vantaggio a suo favore, un ben curioso patto: se tu non ti opponi, se tu ti fai pappare, io farò del mio meglio per non farti troppo soffrire. Anzi, se mi  procuri agnelli ancora più teneri e docili, ti risparmierò e trasformerò in qualcosa a me simile, parteciperai in qualche misura – subalterna e sempre revocabile – dei vantaggi della lupità. Ti innalzerò in un battibaleno dalla miseria anonima in cui giaci per farti provare il brivido dei luoghi, dei fasti e dei simboli della mia potenza. Ti conferirò cariche fasulle e incarichi fittizi, insegne, onori, bracciali, fumisterie e autisti. Ti farò diventare un’ombra nel mio regno magico di specchi, parte dei miei scintillanti giochi. La logica delirante e truffaldina con la quale Madoff si è arricchito  in misura ipertrofica, portando molti alla rovina, è la stessa su cui si basa il modello B: portare alla vetta pochi privilegiati felici determinando, in realtà, la rovina di tutti.

 
Ecco, questo credo sia il fascino ir-resistibile del modello B: una volta venduta con grande sollievo anima e coscienza, una volta liberatosi dal peso di dubbio, responsabilità e coerenza, ognuno può essere al meglio ciò che gli pare: trono e velina, compare e commarella, vittima, carnefice e complice senza obbligo, pegno o dazio. Una volta ingoiato il dolce veleno, cessa la libertà ma anche il suo strazio. Puoi smadonnare e smoccolare come ti pare, fare quello che ti passa per la testa, con l’irresponsabilità euforica di un bambino cui è stato tolto il compito e l’impegno. Tutti liberi e tutti irresponsabili, il modello B lascia che ognuno possa  abbandonarsi all’ebbrezza della caduta senza fine e senza fondo: basta che sappia riconoscere e rispettare chi è che realmente decide e comanda, e che faccia sgorgare dal suo profondo, così come succede quando si sospende il rispetto di sé e la responsabilità per l’altro, tutta la preziosissima, unica, narcisistica e repellente melma. Un po’ come testimonia il ragazzo Marco Carta – assunto qui come puro esempio, che dio gli conservi salute e vita –  uscito come ectoplasma di successo dalla mani della Maria De Filippi, nell’arte e parte di Maga Circe che trasforma gli esseri umani in porci.  Perché qui siamo passati da quella esagerata di Janice Joplin, che non si dava pace e reclamava di avere tutto e subito a costo di ardere come una torcia furiosa, a una furbacchiona sedicente Arisa, che inneggiando alla sincerità nasconde persino il fatto di chiamarsi Rosaria Pippa. Ma tra il bruciare troppo giovani e il prostituirsi anzitempo vecchi, bisognerà pur trovare dignità e integrità più leggere, sane e pulite.

(*) Gian Carlo Marchesini, scrittore, ha lavorato nel settore economico e politiche sociali dell'Associazione nazionale delle cooperative di consumatori. Tra i suoi libri “I nuovi termini della questione meridionale” (Savelli 1974), “Mia cara” (Feltrinelli 1979), “Maratea” (1996), “Intervista immaginaria a Francesco Saverio Nitti” (Agra 1999), “Verso un mondo globale” (Plectica 2001), “L'impresa etica e le sue sfide” (Egea 2003), “Quando. Trecento proposizioni per interrogarci sul futuro della scuola” (Meltemi 2005), e gli ultimi “Un anno nella vita” (Plectica 2009) e “Shock Brasil” (Zines 2009), presentato nei giorni scorsi a Piazza del Popolo. Vive a  Roma.

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