DIARIO DI UN ATTIVISTA PRO-MARINO, ULTIMA PUNTATA

(26.10.09) Alle primarie del Partito Democratico, frammenti di una importante e controversa giornata elettorale vista da un rappresentante di lista. Impegnato ad aiutare a votare iscritti e non iscritti, italiani e non italiani, giovani e (più numerosi) anziani, cercando di sbrogliare pazienti file di cinquanta e anche cento persone venute a dare i loro due o cinque euro nella convinzione di fare qualcosa di utile per sé e per gli altri. In una bella giornata di autunno che la "bomba Marrazzo" non è riuscita a rovinare. 

di Gian Carlo Marchesini

Ho trascorso la gran parte della giornata di ieri, domenica 25 ottobre, all’interno di un seggio elettorale delle primarie per l’elezione del segretario del Pd, al riparo di un tendone di plastica quattro metri per quattro, in compagnia di mia moglie, scrutatrice e scrutinatrice, e di altre cinque o sei persone volontarie del partito, io in qualità di rappresentante per la lista di Ignazio Marino. Come ho raccontato in alcuni resoconti precedenti, la candidatura di una figura politica laica, nuova e degna come quella di Marino, che rappresenta tutto ciò che questo Paese dovrebbe nel 2009 normalmente essere e ancora invece assolutamente non è – in termini di modernità attrezzata, consapevole e responsabile, di garanzia del rispetto delle regole fondamentali della convivenza civile e della tutela dei diritti di tutti, dei deboli e degli ultimi in modo particolare – mi ha convinto per la prima volta in vita mia a iscrivermi a un partito, a impegnarmi nel percorso congressuale che ha portato alle elezioni ieri per una scelta del nuovo segretario aperta agli iscritti, ai simpatizzanti, a tutti i cittadini elettoralmente iscritti a partire dai sedicenni e inclusi gli studenti fuori sede e gli extracomunitari residenti.

I nonni alla riscossa
Al seggio elettorale di Piazza Winckelmann, riferimento della decina di sezioni elettorali della circoscrizione di zona, 1065 cittadini, in grande maggioranza di età superiore ai 50 anni, nell’arco della giornata, dalle 7 alle 20.00 della sera, sono ordinatamente confluiti per esprimere il loro voto. Il quartiere, tra la la Nomentana, Via Lanciani e via XXI Aprile, è abitato dalla borghesia delle professioni,  della ristorazione, del commercio e del ceto impiegatizio avanzato. L’identikit di chi abita e vive questa zona della città, ricca di incantevoli ville – Villa Leopardi, Villa Blanc, Villa Paganini e Villa Torlonia – e di ambasciate, è quello di una persona di età piuttosto avanzata, scolarizzata e colta, piuttosto benestante se non del tutto agiata, informata, politicamente consapevole e intellettualmente riflessiva. Le altre età della condizione umana, giovani e giovanissime specialmente, si sono presentate in scarsissima minoranza e quasi tutte come gruppo famigliare guidato dai genitori. Mi sono sfilate sotto gli occhi, declinando le loro generalità con documenti e scheda elettorale, pazientemente in fila fino cinquanta e anche cento persone, facce e facce di uomini e donne prevalentemente anziani segnate da impegno prolungato, fatiche e battaglie. Molti i vecchi che porgevano i due o cinque euro e firmavano il registro degli elettori con mano incerta e tremolante, gli occhiali in punta di naso, alle prese con lo sforzo immane di ricordare numero del cellulare e indirizzo di posta elettronica. Tutti determinati e decisi, evidentemente orgogliosi e fieri della scelta, del gesto, di sentirsi protagonisti dell’importante momento. La donazione del denaro merita una nota: la cifra raccolta a fine giornata ha superato i 5000 euro, molti hanno quindi dato più dei due euro richiesti. Eugenio Scalfari, uno dei tanti pazientemente partecipanti alla fila, di suo ne ha dati 100.
 
La bomba Marrazzo
 Due giorni prima era esplosa come una bomba la vicenda imbarazzante e invereconda della lunghe e sciagurate frequentazioni transessuali di Marrazzo, giornalista di Rai3 e governatore del Lazio. Tra i militanti del partito si temeva una ripercussione pesante sulla partecipazione alle primarie. Vale al proposito la pena di segnalare che, alle primarie precedenti con candidato Veltroni, allo stesso seggio si erano presentati a votare in 1.200. La flessione quindi c’è stata, comunque non così pesante e significativa. Disavventure irresponsabili e boccaccesche di Marrazzo o meno, molta gente è andata comunque responsabilmente a votare.  Sento comunque l’obbligo di segnalare che nel corso della giornata mi sono ritrovato praticamente solo e unico, tra i presenti da tempo nel partito impegnati nelle operazioni elettorali, a non sapere nulla dei precedenti e dei retroscena della vicenda Marrazzo: tutti infatti sapevano da tempo di cattive pratiche, di comportamenti discutibili e disdicevoli sempre nel giro delle frequentazioni a festini con trans, in cui, nel gruppo dirigente del partito non sarebbe coinvolto il solo Marrazzo, e i risvolti di intimidazioni e ricatti ancora pendenti e possibili non riguarderebbero tra i dirigenti importanti soltanto lui. Ne sono rimasto francamente allibito. Ma come: si sapeva da tempo, non sarebbe il solo Marrazzo… Ma che gruppo dirigente di partito è quello che non si mostra capace, al suo interno, nell’autogoverno e nel controllo, di integrità e correttezza morale necessaria minima? Il difensore dei diritti dei consumatori (di coca?), il compagno governatore va da tempo e regolarmente a casa di trans con macchina e autista di servizio, molti lo sanno e tutti tacciono e tollerano? E colui è pesantemente ricattato e rilascia tranquillamente assegni in bianco a destra e a manca senza dimettersi dall’incarico politico e  rivolgersi alla polizia? Qui non si tratta di fatti personali e privati, che ciascuno decide e regola con sé stesso e i suoi, ma della guida politico-amministrativa di una delle più importanti regioni d’Italia. E con che faccia, con che credibilità si pretende ora di denunciare e chiedere conto agli altri di episodi simili, agli avversari e concorrenti politici specialmente?  Nella processione ininterrotta di facce, espressioni, sguardi, silenzi, tensioni palpabili, mezze parole e mezze frasi amare e preoccupate, si percepiva evidente il momento drammatico che sta vivendo la parte sociale più responsabile, consapevole e matura di questo Paese: un segnale di smarrimento misto a una volontà ancora salda di insistere, resistere, non mollare.
 
I dati
Al seggio di Piazza Winckelman hanno votato in 1065: a Bersani sono andati 508 voti, meno quindi del 50%, Marino ne ha avuti 256, il 25% circa, Franceschini 239 (più una quarantina di voti di una lista a lui collegata, spuntata all’ultimo momento, che ha più che altro sollevato dubbi e seminato confusione). Visti anche i dati a livello nazionale, il partito, il suo apparato, la direzione e il comando restano nelle mani di Bersani (e di D’Alema). Prendo atto del risultato, ma nessuno mi impedirà di annotare che Bersani stravince nelle regioni del Sud, Campania, Calabria e Puglia specialmente. Non con-vince altrettanto pienamente in molte regioni del centro nord. Opposto invece è il dato per Marino. Non voglio farne una questione geografico-razziale: ma che il vento della riscossa e del rinnovamento politico arrivino per la sinistra da Campania e Calabria, non so voi, ma io, che da sempre ho amato e prediletto quelle regioni, ho qualche difficoltà a crederlo.

Il partito democratico e i suoi gestori

In questo mia pur così breve esperienza, ho potuto constatare che d’alemiani e bersaniani sono nella conduzione del partito i più pratici  ed esperti, i più cinici, smaliziati e navigati, quelli in cui passioni e ideali, anticamente forse presenti, si sono nel tempo sedimentati trasformandosi in durezza e disincanto. Sono e si comportano come i veri padroni di casa, gentili e ospitali rispetto a noi ultimi arrivati, noi mariniani specialmente, ma, se necessario, al dunque, fuori dagli indugi e dai denti, in realtà sospettosi e diffidenti. Il messaggio è chiaro: se diamo una mano, se stiamo al nostro posto – che poi è quello che decidono loro, visto che i meandri più minuziosi di statuti e regolamenti loro li conoscono a menadito per averli inventati e forgiati –  va tutto bene. Ma se si fanno domande, si chiede conto e ragione, si insiste nel reclamare coerenza e trasparenza – insomma, se caparbiamente si reclama che regole e principi dichiarati siano anche rispettati – si finisce per rompere i coglioni, la maschera dell’ospitalità e dell’accoglienza traballa, si incrina e cade. Insomma, anche qui mentalità e cultura è quella del diritto di ereditarietà e primogenitura. C’ero prima io, tu dove sei stato fino a mò, fatti più in là che da sotto mi stai intorbidando l’acqua.  Il partito – come strumento e macchina, come patrimonio ed esperienza – è cosa loro. Poi dice: i giovani si avvicinano sempre meno al Pd, alla forma del partito come forza politica organizzata. Ma appunto, se chi sta dentro ad officiare sull’altare o a trafficare in sacrestia ti fa sentire come un cane in chiesa…   Non a caso, non pochi dei vecchi che hanno partecipato ai movimenti rivoluzionari sessantottini, quelli del primato del partito leninista e del culto della forza, se proprio devono esprimersi nel merito, una volta a malincuore distolto lo sguardo ammaliato dalle moltitudini migranti  simpatizzano per il baffino mefistofelico di D’Alema, tatticamente imbattibile e strategicamente perdente,  e per Bersani concreto e pragmatico economista. Ieri, sotto la tenda, in qualche passaggio di arroventata polemica, ho dovuto con i miei compagni di viaggio e ventura ricorrere alla esposizione di un auspicio un po’ strumentale, ma poi non così del tutto. E cioè al quadro politico-governativo che io in questo Paese al più presto vorrei si realizzasse. Con Franceschini segretario del Pd, Bersani premier del governo, Draghi – o perché no, uno come Tito Boeri – ministro dell’economia, Di Pietro all’Interno o alla Giustizia, Vendola alla cultura, Bindi alla Sanità, Marino alla Scuola e all’Innovazione scientifica. Ecco, solo con questo escamotage di un sogno di governo prossimo venturo si sono alla fine tra di noi placati sospetti e animosità.

P.S.:   Ritorno ancora per qualche istante
alle mille e passa facce che ho avuto davanti in questa lunga giornata. I vecchi, come ho già detto: saranno pure un po’ malinconici e patetici, ma loro costituiscono ancora – per quanto ancora? – il presidio democratico, morale e materiale di questo Paese. E poi i (pochi) giovani. Ma di questi, anche perché appunto pochi, le facce mi sono sembrate pulite e belle, alcune perfino intensamente radiose. E infine la faccia di qualche bambinetto che accompagnava i genitori al voto. Curiosa, impaziente, eccitata, piena di domande irrefrenabili, importanti e urgenti. Mamma, cos’è la carta di identità? A che serve? E la tessera elettorale? Papà, ma perché solo tu, anch’io vorrei votare! Anche per la loro irruzione potente e allegra in quella tenda valeva la pena di trascorrere così la giornata. Ho un solo rammarico: di non avere partecipato – dopo le belle e intense manifestazioni di Piazza del Popolo per una libera informazione, e l’altra contro il razzismo e per il rispetto dei diritti di tutti – di non avere potuto partecipare l’altro ieri a quella ad Amantea dei calabresi giustamente inferociti per l’uso del loro territorio da parte dei ricchi industriali del nord alla stregua di una cloaca, dello scempio che in combutta con politici e malavitosi viene fatto di un territorio una volta paesaggisticamente splendido. Questa incontrata ieri, e le altre delle manifestazioni citate, sono insieme la parte che, forse, può ancora salvare un Paese insopportabilmente miserabile ma ancora ricco di valori e che sa essere perfino entusiasmante.

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