DELITTI E MALA ECONOMIA A BRESCIA, NON PRENDIAMOCELA CON GLI IMMIGRATI

brescia - piazza della loggia

Se è vero che gli stupri di Milano sono chiaramente collegabili a frange di immigrazione irregolare e pericolosa, per i fatti criminali di Brescia prendersela con gli immigrati è del tutto sbagliato. In questa città i problemi dell’immigrazione, pur seri e difficili, sono meno gravi di quelli ricollegabili all’economia di rapina originata e gestita proprio dai bresciani. Anche se il grosso del sistema economico locale rimane sano, non si è fatto abbastanza per contrastare la crescita di un’economia dubbia a cavallo tra lecito e illecito e portata a sconfinare facilmente in economia di rapina. E’ in questa direzione che va indirizzato il binocolo e vanno alzate le difese
Articolo di Marco Vitale

La recente ondata di delitti verificatisi nel bresciano, unita ad altri eventi di violenza personale avvenuti  in altre città  tra cui soprattutto gli stupri a Milano (in misura certamente abnorme, e non fa un buon servizio a Milano chi cerca di sminuirne il significato dicendo che non c’è emergenza. E cosa  occorre perché si parli di emergenza, che ci siano gli stupri di massa tipo quelli che furono permessi ai marocchini del contingente francese nel corso dell’ultima guerra?) ha indirizzato l’attenzione e  la tensione verso gli immigrati. Con il che, nel caso specifico, si punta il binocolo nella direzione sbagliata e con le lenti coperte.

Gli stupri di Milano sono palesemente ricollegabili a fasce di immigrazione irregolare, pericolosa  ed allo sbando che devono essere affrontate, con misure urgentissime, di difesa personale e repressione. Ma a Brescia, per quanto riguarda questa, speriamo almeno in parte casuale, successione di delitti, il fenomeno dell’immigrazione, in quanto tale, non c’entra per nulla. Brescia presenta una presenza di immigrazione regolare di circa il 13% della popolazione, con molte donne e bambini,  alla quale va aggiunta una quota difficilmente stimabile ma non molto grande di immigrazione irregolare. Si tratta di una quota alta (ma non più alta di quella che troviamo in tante medie città tedesche) che testimonia che l’economia bresciana ha bisogno di questi lavoratori immigrati, anche se solleva impegnativi problemi. Molti di questi problemi sono stati affrontati e risolti. Altri devono essere affrontati con maggiore decisione. Si tratta di problemi di natura diversa, ognuno da affrontare con gli strumenti adeguati.

Ma urlare disordinatamente contro l’immigrazione per la serie dei delitti bresciani è comportamento intellettualmente e moralmente non dissimile dalla caccia all’untore nella Milano della peste, come documentata nelle immortali pagine del Manzoni della Colonna Infame e nelle vibranti pagine dei Promessi Sposi della caccia a Renzo Tramaglino, immigrato e untore, dalla quale il povero Renzo se la cavò salendo sul carro dei monatti e ponendosi sotto la loro protezione.

Se gli immigrati sono il 13%, bisogna abituarsi a pensare che, più o meno, il 13% dei reati sarà realizzato da immigrati; questo rientrerebbe nella normalità statistica. Solo scostamenti sensibili dalla normalità statistica potrebbero giustificare un allarme per l’immigrazione in quanto tale. Ma se ci riferiamo ai recenti e meno recenti delitti è difficile intravedere una chiave di lettura fondata sul filone dell’immigrazione. Il feroce delitto della coppia i cui corpi, fatti a pezzi, furono poi trovati in Alta Valcamonica, attribuito al nipote, è un delitto per motivi strettamente personali e genuinamente bresciano. Il delitto della povera ragazza in chiesa a Mompiano è un raptus di un giovane poco equilibrato, il cui luogo di nascita è del tutto irrilevante, un giovane integrato ed anzi curato dal parroco e dai parrocchiani.  La tragedia della povera Hina ha qualche cosa a che fare con l’immigrazione ma è un delitto personale che ha molte affinità con il nostro delitto d’onore che sino a poco tempo fa aveva una posizione privilegiata nella nostra legge. Il delitto del pittore sembra inquadrabile in una sfera di rapporti strettamente personali. Il delitto del pakistano per strada è un regolamento di conti tra bande come ce ne sono di tutte le razze. Anche il delitto del trafficante e della sua famiglia ha chiari tratti del regolamento di conti, ma è più grave perché è da porre  in relazione a traffici oscuri nei quali il, pur rispettato, cittadino bresciano assassinato, era inserito, e che i regolatori dei conti vengano dall’Europa dell’Est o dalla Calabria o siano dei locali è, ai fini, del nostro discorso, del tutto irrilevante.

n ogni caso non è un delitto riconducibile all’immigrazione. Ma che dovrebbe piuttosto indurre i bresciani a meditare su un altro tema, che è il vero tema. Negli ultimi decenni si è pian piano inserita sulla tradizionale, solida e sin troppo seria economia bresciana, un’altra economia fatta di vistosi risultati e di improvvise ricchezze le cui origini restano oscure, di imprese discutibili, di speculazioni finanziarie, di affari su tutto e su tutti a qualsiasi prezzo, a qualsiasi costo. Pur di accumulare Mercedes, Ferrari, donne, ville. Una volta nei comitati finanziari delle banche quando sul tavolo arrivava una richiesta di affidamento da parte di un’impresa bresciana, si guardava la pratica con rilassatezza, tranquillità e soddisfazione. Da qualche anno ormai quando sul tavolo giunge una richiesta bresciana, i consiglieri si svegliano dal consueto torpore, si pongono in allarme, fanno mille domande e votano l’affidamento con preoccupazione. Qualche anno fa un alto ufficiale della Finanza mi disse: Brescia è una “capitale” di tante cose buone; ma voi forse non sapete che è anche capitale delle fattura false. Forse vi è un maggior legame tra questi aspetti, tra questa economia e finanza d’assalto ed il delitto della famiglia del trafficante e altri delitti o vicende che hanno turbato la città sul piano dei regolamenti dei conti, che tra tali episodi e l’immigrazione.

Perciò urlare all’untore non serve a fermare la peste. Ma se non a fermare la peste almeno a rallentarla, può essere invece utile interrogarsi, con sincerità, sullo sviluppo di un’economia equivoca o illegale che rappresenta l’ambiente più favorevole alla diffusione della peste.
Non voglio essere frainteso. Il grosso dell’economia bresciana è e rimane sana. Ma forse si è permesso, con eccessiva distrazione, la crescita di un’economia dubbia che è a cavallo tra lecito e illecito e che è portata a sconfinare facilmente in quella che i tedeschi chiamano “Raubwirtschaft”, economia di rapina e che io chiamo mala economia. L’economia di rapina, all’inizio è tipicamente rappresentata da personaggi brillanti ed apprezzati da molti, ma dietro a loro, si nasconde la peste che, grazie a loro, trova gli spiragli per passare e incominciare a correre nella città.  Un bellissimo libro recente, Gomorra, di Roberto Saviano, dedicato alla camorra campana ci fa capire quale stretto rapporto esista tra delitti e mala economia.

Come bresciano sono molto preoccupato della crescita di questa economia di rapina, senza valori, senza freni, senza limiti, anche perché temo che vedremo altri delitti, altri regolamenti di conti, altre violenze. Siamo stati guardaboschi troppo distratti sicché il sottobosco si è riempito di rami e di pigne secche, ed è sufficiente un fiammifero per scatenare incendi. I problemi dell’immigrazione sono di diversa natura e, pur seri e difficili, sono meno gravi di quelli ricollegabili all’economia di rapina originata e gestita da bresciani genuini. E’ in questa direzione che va indirizzato il binocolo e vanno alzate le difese.

 

 
 

 

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