CONTRO L’ABUSIVISMO HO SCRITTO UNA PUBBLICA DENUNCIA, ECCO IL RISULTATO: QUATTRO GOMME TRANCIATE

(14.9.09) Solo pochi al mondo sono così idioti da segare il ramo dell'albero su cui sono seduti, come facciamo noi facendo pagare settecento euro una cena ai turisti giapponesi, scaricando liquami nella Grotta Azzurra o distruggendo metro dopo metro il territorio che rappresenta l'unica nostra risorsa. In queste cose ci riusciamo alla grande e siamo anche capaci di minacciare chi tenta di dissuaderci. Piccola cronaca di una malinconica realtà italiana
di Gian Carlo Marchesini


Ho scritto una pubblica denuncia
contro  l’espandersi apparentemente inarrestabile del fenomeno dell’abusivismo edilizio su un territorio di una bellezza paesaggistica notevolissima quale è Maratea in Basilicata.  Non sono nato e cresciuto lì, ma vi ho abitato per alcuni anni e da trent’anni vi torno ogni estate in vacanza. Rispetto alla costa campana che la precede a nord, e a quella calabrese che prosegue a sud, Maratea non è ancora così irrimediabilmente devastata. Ma, come quelle contigue, e un po’ come tutte le coste del Mezzogiorno, e non solo, anche Maratea da qualche anno è soggetta a un processo di costruzione (intenzionalmente e irresponsabilmente) non guidato e non gestito, spesso quindi illegale e abusivo. Costruirsi una casa, costruire case, è diventato business centrale e, insieme agli alberghi e ai servizi al turismo, attività prevalente. E questo molto spesso in barba a norme, regolamenti, leggi in vigore. Oramai la connotazione normale di ciò che si costruisce è il piccolo o grande abuso. Tutti lo sanno, tutti lo fanno, tanto bisogna pure campare  – e tanto, poi, arriva la sanatoria. Chi ha mezzi e risorse, amici importanti, santi in paradiso, ne approfitta per costruire. Oramai le abitazioni sono oltre il doppio delle famiglie residenti, e la tendenza non sembra attenuarsi, anzi. A costruirsi case e ville sono spesso soggetti esterni: potentini, napoletani, romani e oltre. La bellezza dei luoghi attira, il valore dei terreni e degli immobili sale, tutti tendono a costruire il più vicino possibile al mare. Ora, è pur giusto che coloro che abitano un luogo ricavino reddito e profitto dalla risorsa paesaggistica avuta in sorte. Ma vi deve essere rispettato un criterio e una misura capaci di garantire la conservazione e  impedire il deperimento o addirittura l’esaurimento della risorsa primaria, altrimenti va distrutto nel tempo, con grave danno per le nuove generazioni, ciò che si prende e utilizza sconsideratamente oggi.

Su questa corsa sregolata e non governata alla cementificazione
sempre più estesa ho messo per iscritto e pubblicato, nel locale Quotidiano della Basilicata e in un quaderno pubblicato dall’Università di Salerno, le mie riflessioni, le mie osservazioni critiche. Molti, che benissimo sanno, hanno fatto finta di niente. Altri hanno alzato le spalle e gli occhi al cielo. Di donchisciotte se ne sono visti spesso, sono fastidiosi ma troppo danno non fanno. Alcuni, i vecchi amici in particolar modo, hanno concordato e convenuto, ma poi si sono dedicati a impegni più urgenti. Qualcun altro ha reagito borbottando spazientito: ne dici di cazzate, prova tu a vivere qui tutto l’anno, e poi te ne accorgerai…  
Una notte, tra altre 50 vetture del pubblico parcheggio, alla mia sono state squarciate tutte e quattro le ruote. Il gommista mi ha mostrato i tagli, si tratta di danno provocato da un grosso coltello da cucina. Io non ho prove certe – il tutto è avvenuto a notte fonda, sul cofano della macchina è stato anche sprezzantemente orinato – ma so, con buona certezza, chi può essere stato. Il messaggio è lampante: se continui a criticare e a denunciare…    Una signora vicina di casa mi ha regalato un paniere di bellissimi fichi raccolti nel suo orto. “Tutto il paese ti vuole bene” – mi ha consolato. “Deve sicuramente essere stato un folle, o un forestiero”. Ma la sua visita, la sua espressione di  rammarico, a me ha ricordato la condizione di chi viene compatito perché colpito da disgrazia e sciagura. Un amico mi ha prestato la sua vettura in sostituzione provvisoria della mia, un secondo e un terzo mi hanno telefonato per manifestarmi la loro solidarietà. Ma io mi sono sentito addosso la sensazione inquietante del soldato che scopre all’improvviso che la guerra è finita, e lui continua a combattere isolato la sua battaglia per la bellezza e la civiltà.  Tutti a parole concordano e condividono. Ma poi, bisogna pure campà. E, nei fatti, l’esistenza tollerata del grosso evasore, del grande abusivo, non assolve anche e utilmente al compito di coprire e proteggere tutti gli altri medi e piccoli, in erba e in nuce, o aspiranti tali?
 
I valori e i modelli in campo
sono evidentemente due. Quello della difesa del principio di legalità – non si può fare tutto ciò che si vuole in barba alle norme e alle leggi: l’interesse personale e privato ha un limite in quello pubblico e collettivo. E, alternativo,  il modello della prevalenza dell’interesse individuale e privato che cammina sulle gambe della maggiore o minore spregiudicatezza, determinazione, forza, capacità di imporre il silenzio con l’intimidazione o la corruzione.  La comunità, l’opinione pubblica, è chiamata a pronunciarsi tra chi costruisce a soggettiva misura fottendosene di norme e regole, appropriandosi spesso di porzioni di suolo pubblico, e pur di riuscirci corrompe le pubbliche autorità, ed è disposto a mettere in atto, se del caso, comportamenti minacciosi, intimidatori e violenti contro chi in qualche modo ostacola e si oppone. E chi, appunto, critica e si oppone con parole espresse in pubblico ad alta voce, o messe addirittura per iscritto. La scelta tra i due modelli non può non essere fatta, questo è il bivio cui si trovano di fronte gli abitanti del luogo. C’è chi propone una riflessione politica (di tutti i cittadini sul destino della loro città), un esame di coscienza pubblico, aperto, collettivo, una occasione di attenta riflessione su cosa sta succedendo, e del dove ciò che sta succedendo rischia di portare inesorabilmente tutti. E chi rispetto a questo si ritrae perché troppo faticoso e doloroso, troppo impegnativo, troppo rischioso. E, infine, chi non tollera critiche, denunce, proteste, opposizioni al suo interesse personale e privato.  Il problema, tra l’altro,  è anche quello che non ci sono più sedi concrete, pubbliche e istituzionali (case del popolo, sezioni di partito, associazioni e comitati locali o di quartiere, pro loco, ecc.) dove proporre e sviluppare con la necessaria continuità incontro pubblico e discussione.

Io non sono ideologicamente e a prescindere contro.
Non sono contro una abitazione personale e privata che funga da confortevole dimora. Ma accanto, dietro e dentro questo desiderio e bisogno legittimo c’è chi (molti impresari e costruttori edili,  parte dei politici e amministratori, parte dei tecnici del settore, alcune banche e la pletora di consulenti finanziari) ha individuato l’edilizia come catena di produzione di valore aggiunto da sfruttare al massimo al fine di conseguire un personale arricchimento, contro qualsiasi altro criterio, concezione, interesse e visione che con i propri non coincida, o che in qualche modo li freni e impedisca. Io sono, piuttosto che per la costruzione sregolata e sgovernata  del nuovo,  per un tendenziale ripristino, restauro e riuso del già costruito. Vi sono un po’ dappertutto interi quartieri storici in decadimento, e dovunque edifici abbandonati. L’eventuale  nuovo non può comunque essere determinato dal semplice desiderio, arbitrio e capriccio privato.   E non può essere il ricorso alla corruzione e alla minaccia, o alla diretta violenza, il metodo praticato per affrontare e risolvere al proposito eventuali possibili conflitti, contrasti, vertenze.

“Vedi Marchesì“– mi dice l’imprenditore
indicandomi il comandante dei carabinieri presente a una manifestazione pubblica  – “quello non è un bravo carabiniere. Quello è un carabiniere e basta.”  E mentre lo dice mi guarda con gli occhi a fessura e una piega della bocca molto amara. Io non capisco bene il senso della distinzione. “Tu  stai attribuendo alla parola  “carabiniere” un senso particolare che io non comprendo. Mi vuoi aiutare con qualche esempio?”   “Ma tu non vedi che quello se la piglia con chi apre a casa sua anche una sola finestrella!” – sbotta l’imprenditore. “Perché invece non si preoccupa di mettere a posto i giovani che sopra la montagna coltivano la droga?”.  Tra il meditabondo e il riflessivo io rispondo: ”I giovani che coltivano la marjuana vanno perseguiti a norma di legge. E un carabiniere questo deve fare. Ma perché invece chi si rende responsabile di un abuso edilizio non deve essere denunciato e perseguito?”   “Seguimi, Marchesì” – l’amico mio imprenditore, quando vuole spiegare qualcosa che gli sta a cuore, sa essere paziente. “Come dice bene un magistrato di Cassazione amico mio, la legge può essere usata in tanti modi. Nei confronti di chi ti è nemico, la applichi, nei confronti di chi ti è amico, la interpreti. Mi capisci Marchesì? Allora seguimi: un bravo carabiniere si preoccupa di  arrestare i giovani violenti, ubriachi e drogati, quelli che danno fastidio alla quiete pubblica. Ma perché andare invece a occuparsi di edilizia, che porta benessere e soldi a tutti e fa girare l’economia? Ascolta me, Marchesì: quello non è un bravo carabiniere. Quello è un carabiniere, e basta..!”  Non so perché, ma a me è venuto da rispondere declinando  la parafrasi di un verso famoso:   “Ma un reato è un reato, è un reato, è un reato…”.

La situazione in cui si trova
buona parte del Mezzogiorno italiano – non solo quello, ma nel suo insieme quello sicuramente – può anche essere rappresentata così.  Oramai l’abusivo, specialmente in campo edilizio, non è più colui che infrange la legge e commette un abuso, ma colui che quell’abuso denuncia. Dà fastidio il dito che indica  l’abuso in quanto sempre più separato dall’insieme, raro e solitario: rientra invece nei canoni della tollerata normalità chi per qualche stortura e illegalità commessa viene pubblicamente denunciato. A minacciare l’ordine prevalente non è l’illegalità e il reato conseguente, ma chi si guarda bene dal commetterlo e addirittura osa denunciarlo. In una comunità, in un paese, in un aggregato che possa comunque definirsi urbano, a stravolgere e sconvolgere non è tanto il furfante che nottetempo dà la sua zampata vigliacca, ma chi osa denunciare ad alta voce il fatto e il danno. A caratterizzare come stranezza lo scorrere del traffico, per fare un esempio in un altro campo,  non è il fatto che qualcuno non allaccia la cintura o non indossa il casco, ma chi invece, secondo le prescrizioni vigenti, diligentemente li indossa.  Il vero uomo, la persona libera ed emancipata,  non è più, o lo è sempre meno, chi  rispetta le leggi, ma chi sprezzantemente non se ne cura e le calpesta.  Quello è il vero signore,  perché si mostra emancipato da vincoli e freni. Ma, d’altronde, non è questa la corretta e coerente applicazione di quella che Panebianco su Il Corriere della Sera definisce, in omaggio al modello Berlusconi, la “via individualistica alla felicità”? I ragazzotti che sfrecciano sui rettifili con le moto smarmittate in evoluzioni ardite quanto idiote, causando spesso incidenti anche mortali,  non incarnano perfettamente  e da protagonisti lo spirito di questo “individualistico programma paradisiaco”?  Se rimane a terra qualche donna o bambino o ciclista, pazienza: anche la strada che porta in paradiso può essere lastricata di qualche inconveniente.

D’altra parte, volete mettere
quanto è individualisticamente paradisiaco stare belli comodi dentro un SUV fermo in mezzo alla strada, motore acceso per godersi l’aria condizionata, e intanto chiacchierare al cellulare? Si ingombra lo spazio e impedisce l’altrui movimento, si sprigionano miasmi e fetori? Ma che importa se questo regala soddisfazioni individualisticamente paradisiache? E insomma! basta con il mortorio e il piagnisteo delle risorse limitate e della decrescita felice, smettiamola con le favole da menagrami del peggioramento climatico e dell’inquinamento del pianeta: il progresso, la sacrosanta spinta al possesso, la potenza sovrana dell’ego, questo fa girare l’economia. Tutto il resto sono bubbole da boy scout fanatico, da centro sociale o da collettivo comunista.  Chi non approfitta di questa geniale ondata di libertà, di eccitante “fotti fotti che dio perdona a tutti”, del ruggito vitale del “io sono io e voi non siete un cazzo”, perde semplicemente una straordinaria occasione per andare in paradiso e cacciare tutti gli altri all’inferno. Volete mettere?

L’altra sera mi è capitato di assistere alla presentazione di un libro nella piazza davanti alla chiesa di Scario, bellissimo borgo sul mare nel basso Cilento. Sono arrivato verso la fine, e ho potuto cogliere soltanto l’intervento di un signore sul palco che è stato presentato come il responsabile della struttura RAI di Napoli. Rispondeva a qualcuno del pubblico che era intervenuto per lamentare la legge elettorale in vigore, quella definita dallo stesso Calderoli una porcata perché impedisce o comunque potentemente frena il libero e pieno esercizio della democrazia nella scelta dei propri rappresentanti. Il responsabile della struttura RAI di Napoli si è esercitato nella risposta in una torsione di abilità dialettica secondo la quale, in presenza della  inettitudine della sinistra, il Partito della Libertà di Berlusconi quantomeno offre ai giovani del Sud, sia pure sotto forma di scambio di favori, raccomandazioni, carriere da escort, troni e veline, qualche concreta opportunità di  sbocco professionale e di successo. La sinistra, manco quello!  Sono rimasto allibito. Evidentemente i settecentomila giovani diplomati e laureati  che negli ultimi dieci anni sono stati costretti a trasferirsi dal Sud al Nord del Paese non hanno saputo avvalersi di questo potente dispositivo di promozione ed emancipazione sociale – anche se questo non esime la sinistra dalle sue responsabilità, quantomeno quella di non avere saputo impedire l’ascesa e il trionfo di un tale modello, la terrificante deriva sociale in atto.

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