ANGELETTI: FINANZIARIA TROPPO CARENTE SU SOSTEGNO ALLO SVILUPPO E DIFESA DI REDDITI E PENSIONI

articolo


Una gigantesca redistribuzione di risorse ha danneggiato le categorie a reddito fisso e premiato le rendite. Non ci sono ormai più alibi per affrontare l’evasione fiscale. Quanto al Mezzogiorno, la Banca per il Sud di Tremonti è un palliativo, il vero problema è il deficit di infrastrutture che impedisce la crescita. Mentre al Nord il problema è quello del nanismo del sistema industriale. Se vogliamo la ripresa occorre rilanciare la domanda detassando gli aumenti salariali

Intervista di Giancarlo Fornari

Lo sciopero generale indetto dai sindacati confederali il 23 novembre contro la Finanziaria non è servito a modificarne l’impostazione. Che non va in direzione della ripresa dello sviluppo e lascia indifesi i redditi da lavoro e le pensioni, espropriati progressivamente da un aumento dei prezzi registrato ufficialmente solo in parte. Al di là di progetti faraonici come il ponte sullo Stretto non si fa niente per superare la gravissima carenza di infrastrutture, dalle ferrovie all’acqua, lamentata nel Mezzogiorno. Ne parliamo con Luigi Angeletti, segretario generale della Uil.

l sindacato ha già dato un giudizio molto duro sulla Finanziaria 2006, non appena era stata resa pubblica l’impostazione di questo documento. Di fronte al testo definitivo, questo giudizio è cambiato?

Il nostro giudizio resta negativo. Questa legge Finanziaria è carente soprattutto su due punti rilevanti: il sostegno allo sviluppo e la difesa dei redditi e delle pensioni. Mancano investimenti adeguati in infrastrutture e in formazione, ricerca e innovazione e mancano dunque i presupposti per costruire un progetto per lo sviluppo. D’altro canto per fare ripartire il paese occorre aumentare la competitività del sistema nel suo insieme e non mi pare che in Finanziaria vi sia traccia di questo impegno.
L’altro punto in questione è la difesa dei redditi da lavoro dipendente e delle pensioni. Negli ultimi anni è avvenuta una gigantesca redistribuzione del reddito a svantaggio di queste categorie di persone, a causa di un aumento incontrollato e economicamente ingiustificato di prezzi e tariffe. Noi avevamo proposto, come terapia d’urto, di non far pagare le tasse sui prossimi aumenti contrattuali e di procedere alla rivalutazione delle pensioni. Anche su questo punto siamo rimasti inascoltati. E si badi, le nostre rivendicazioni non sono fondate solo su ragioni solidaristiche o di giustizia sociale: si tratta, invece, di un problema di efficienza economica. La propensione marginale al consumo, infatti, è più alta nei redditi bassi e noi pensiamo, perciò, che dall’aumento di risorse a disposizione dei lavoratori dipendenti e dei pensionati possa dipendere la ripresa della domanda interna e, quindi, la crescita dell’economia.

In particolare per quanto riguarda il Mezzogiorno, vorremmo conoscere la sua opinione sulla Banca per il Sud, ultima innovazione del ministro dell’Economia. Pensa che possa essere uno strumento adeguato per contribuire a superare i problemi delle imprese meridionali?

La Banca per il Sud può essere uno strumento finanziario molto utile per accompagnare un processo di crescita del nostro Mezzogiorno, soprattutto in una fase in cui le risorse a disposizione rischiano di essere insufficienti. Ma non è questo il punto essenziale.
In realtà, il Sud è il luogo in cui le contraddizioni e le difficoltà dell’intero Paese si moltiplicano. La crescita del prodotto interno lordo al Sud nel 2004 si è fermata esattamente ad un valore pari alla metà di quello nazionale. Il Pil pro-capite si colloca al 59,6% rispetto a quello fatto registrare nel Nord, con un tasso di disoccupazione tre volte più alto.
Ma il vero freno allo sviluppo, ciò che determina un gap negativo insopportabile rispetto al resto dell’Europa è rappresentato dal deficit infrastrutturale. Mancano strade, ferrovie e, in molto zone, persino l’acqua. Per quel che riguarda l’energia elettrica, poi, finchè continueremo ad importarne il 13% del fabbisogno ad un costo superiore del 30% a quello pagato da altri, parlare di sviluppo diventa un esercizio ai limiti della presa in giro.
Se a tutto ciò si aggiunge l’enorme ostacolo costituito dalla criminalità organizzata, si comprende perchè ogni idea, ogni progetto, persino ogni azione rischia di essere destinata al fallimento.
Non ci sono scorciatoie: questi problemi vanno affrontati e risolti ora.
E’ tempo di cambiare registro. Dobbiamo fare un salto culturale, uscire dalle logiche difensiviste, sconfiggere i sentimenti della paura e del fatalismo. Dobbiamo pensare ad una parte del Paese che può davvero rappresentare il luogo della ripresa. Siamo nel secolo della conoscenza, un secolo in cui il valore aggiunto è dato dall’intelligenza, dal sapere, dalle persone. Ed è sulle persone e sul lavoro che bisogna investire, forse proprio nel Sud più che altrove.

Nella Finanziaria 2006 – così come nelle Finanziarie 2005, 2004, 2003 – sono previsti interventi per il rafforzamento della lotta alle evasioni, sia fiscali che contributive. Secondo lei sono credibili questi impegni?

Lo verificheremo dai risultati, anche se sappiamo che le Finanziarie precedenti, su questa materia, non hanno prodotto alcun esito positivo. Il punto è sempre lo stesso ormai da decenni: se non si affronta con decisione la questione del recupero dell’evasione fiscale non verremo a capo di nulla. Oggi, peraltro, l’evasione fiscale non è più sopportabile, non ce la possiamo più permettere. Voglio dire che al giudizio morale negativo di sempre si aggiunge anche una valutazione, per così dire, economica. In passato, accrescendo il debito pubblico e svalutando la nostra moneta, si mitigavano in modo distorto gli effetti negativi dell’evasione. Oggi quelle manovre non esistono più e il danno dell’evasione fiscale appare in tutta la sua drammatica evidenza. Insomma non ci sono più alibi: bisogna affrontare e risolvere questo problema.

Le nuove disposizioni sui distretti industriali, interessanti per molti aspetti, prevedono tra l’altro la possibilità per i distretti di costituirsi come soggetti fiscali autonomi, in sostituzione delle imprese aderenti. Questa strana innovazione può dar luogo a un meccanismo di "scarico" delle perdite sul distretto da parte di imprese che essendo sempre in passivo e quindi non potendole compensare con gli utili potranno ora farle valere attraverso il distretto. Il prof. Antonio di Majo dell’Università Roma3 ha calcolato, in un articolo pubblicato su Contrappunti.info, che questo regalo fatto ad imprese con bilanci sempre in rosso (e quindi in forte sospetto di evasione) potrebbe provocare, a regime, perdite astronomiche per l’erario, quantificabili attorno ai 10 miliardi di euro. Cosa ne pensa?

Ho letto l’articolo del professor Di Majo ed ho trovato la sua analisi estremamente interessante. Ci sono effettivamente degli aspetti giuridici e fiscali che andrebbero verificati con attenzione, perché se il rimedio dovesse rivelarsi peggiore del male, sarebbe necessario rivedere questa nuova disposizione relativa ai distretti.
Il Paese ha bisogno di affrontare e risolvere un enorme problema: il nanismo del nostro sistema industriale. Per troppo tempo abbiamo creduto che piccolo fosse sinonimo di bello. Ma purtroppo, nell’era della globalizzazione, il livello di competitività delle piccole imprese non può reggere sulla lunga distanza. Non c’è altra soluzione diversa da una crescita del fatturato, presupposto indispensabile per una contestuale crescita della redditività. Per avere un grande Paese, insomma, occorre avere sempre più grandi imprese.

About Contrappunti

Inserisci un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. Required fields are marked *

*