ADDIO MATTEO FORSE POTREMO PERDONARE I TUOI PERSECUTORI MA NON CHI DIFFONDE ODIO CONTRO I “DIVERSI”

sul cornicione

Non è da escludere che la persecuzione di cui è stato oggetto il povero ragazzo che si è ucciso a Torino sia da ricollegare alla campagna di intolleranza scatenata contro gli omosessuali che osano chiedere il riconoscimento pubblico – ammesso in tutto il mondo ma che solo in Italia dovrebbe rimanere vietato – del loro rapporto di convivenza. Una campagna che ha trovato terreno fertile nella cultura fascista e leghista del disprezzo verso i “culattoni” (gentile espressione di un ex ministro della Repubblica). Come se poi non ce ne fossero tanti anche tra loro. Matteo ogni giorno era attaccato dai compagni di scuola: sei gay, e giù insulti. Adesso che la procura ha aperto un'inchiesta preside e professori si preoccupano per i suoi torturatori: poverini, “il senso di colpa potrebbe travolgerli”. Ma loro presto o tardi supereranno il trauma. È solo Matteo che non torna più

di Greta Zelle

Addio Matteo. Avevi solo 16 anni e un mare di tristezza. Ti sei sentito diverso, incompreso, aggredito. Chissà se eri veramente omosessuale, alla tua età è così facile essere confusi, il tempo ti avrebbe risposto. Ma questo tempo te lo sei negato, e così hai voluto punire atrocemente i tuoi persecutori, gettando loro addosso tutta la tua rabbia inespressa, la tua disperazione.

Crescendo saresti cambiato, Matteo, avresti visto le cose con altri occhi e con un altro cuore, forse avresti anche riso delle sofferenze trascorse, ma, ripeto, ti sei negato il tempo, e l’aiuto che – con la sensibilità e la lungimiranza che solo una mamma può avere – ti era stato offerto.

Non avevo neanche dieci anni, quando i miei genitori fecero amicizia con una coppia “diversa”. Un distinto signore, un po’ in là con gli anni – a me pareva vecchissimo, ma non doveva avere in realtà più di sessant’anni – e un bellissimo giovane, inglese. Ci si vedeva di frequente, noi famiglia "normale", papà, mamma, mio fratello piccolo e io, e loro due, casa splendida, con terrazza sui tetti di Roma, a Trastevere, oggi si direbbe etnica, piena di ricordi di viaggi fatti in tutto il mondo, cucina modernissima, arredamento stravagante ma di gran gusto.
Fu dopo qualche mese dall’inizio di questa amicizia che domandai a mia madre come mai Giorgio e Philip, che ai miei occhi erano amici, dividessero lo stesso letto, oltre che tutto il resto della loro vita. Non era questione di spazio, come per me e il mio fratellino, perché la loro casa era grande, con tante stanze, alcune addirittura vuote, dove noi bambini giocavamo a rincorrerci, e dove una volta trovai anche una bellissima bicicletta, nuova fiammante, tutta per me.
La risposta fu semplicissima: “Si vogliono bene”, e mi bastò.

Un destino crudele li separò pochi anni dopo, un infarto si portò via Giorgio in pochi minuti, la casa venne rapidamente smantellata: Giorgio aveva una moglie e dei figli, che si portarono via tutto.
Philip, quando ci salutò, nel suo italiano ancora incerto, ci disse che non ce la faceva proprio a restare in Italia, che sarebbe tornato nella sua città, Londra, momentaneamente a casa di sua sorella, poi, chissà.
Le prime parole in inglese me le ha insegnate proprio lui, durante lunghi pomeriggi di compiti di grammatica (miei) cui lui assisteva con prodigioso interesse, e nei quali mi sentivo un po’ maestra. Le noiose analisi logiche e del periodo diventavano per lui mondi da esplorare, dove le sue conoscenze – credo approfondite – del latino gli facevano ritrovare le nostre eredità di radici linguistiche comuni.
Phil non è mai più tornato in Italia. Ci siamo scritti a lungo, prima in italiano, poi in inglese, soprattutto per valutare i miei progressi, diceva lui, sempre prodigo di consigli e di incoraggiamenti, ma forse anche perché il suo italiano, da sempre incerto, stava sbiadendo rapidamente. Poi tante cose ci hanno allontanati.

Racconto questa storia, senza lieto fine, perché Matteo e la sua solitudine mi riportano stamattina alla mente altre storie, altre solitudini.
Ho conosciuto tanti altri uomini “diversi” diventando grande, a partire da un dolcissimo compagno di scuola fino a impagabili colleghi di ufficio, e tanti altri amici.
Uomini “balsamici”, li chiamo, che mi accompagnano a volte in interminabili pomeriggi di shopping senza mai sbuffare, attenti al colore del mio rossetto, critici per colorazioni di capelli improbabili, per jeans troppo aderenti, e contemporaneamente gelosi di sguardi che mi sono restati addosso, e dei quali non mi sono neanche accorta. Uomini alle cui carezze posso abbandonarmi senza remore, nei cui abbracci avverto il calore e l’affetto, e – assolutamente indefinibile – un qualcosa di più. Uomini che mi scostano i lembi del cappotto per vedere subito che vestito indosso, che non hanno cercato, né trovato, razionali giustificazioni alle delusioni che ho dovuto fronteggiare, ma che hanno semplicemente pianto con me.

Mi considero privilegiata per aver saputo riconoscere nella loro autentica dimensione queste persone, spesso ancora costrette da motivi di opportunità a vivere in modo clandestino i loro sentimenti. Perfino mi piace la parola “diverso”, mi sembra un po’ una sfida, un non essere banale, ci colgo quasi una sfumatura di vantaggio.

Addio Matteo, non ti sei dato tempo, non ci hai dato tempo, e gli sciocchi non capiranno, e gli integralisti, i “giusti” non impareranno.
Racconterò la tua storia ai miei figli, insieme ad altre. Per farli crescere, come sono cresciuta io, nella tolleranza e nell’amore.

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